martedì 18 aprile 2017

#CriticaNera: Brian Panowich, "Bull Mountain"

Bull Mountain
di Brian Panowich
NN Editore, 2017
traduzione di Nescio Nomen

pp. 304
18 (cartaceo)



Le umane debolezze sono, da che mondo è mondo, un segmento di mercato ben preciso e circoscritto, oggetto di estrema attenzione in quanto area di sviluppo potenzialmente inarrestabile e illimitato, nonché fonte inesauribile di spinte all'innovazione e alla creatività.

Innovazione e creatività sono – appunto – il carburante che permette il funzionamento della macchina produttiva della famiglia Burroughs, protagonista del romanzo di cui andremo a parlare, che ha fatto dell'evoluzione la principale ragione di successo ininterrotto da oltre cinquant'anni, passando dalla distillazione di moonshine (di ottima qualità, peraltro) alla coltivazione di marijuana e, per stare al passo con i tempi, alla produzione di metanfetamine.


Bull Mountain, lo strepitoso romanzo d'esordio di Brian Panowich, pubblicato da un paio di settimane in Italia grazie a NN Editore, prende le mosse nei boschi della Georgia nel 1949 per concludersi ai giorni nostri, seguendo le vicende dei diversi campioni di questa famiglia a dir poco disfunzionale, in cui l'unico linguaggio comune è quello della violenza e dell'abbrutimento. In questo mondo alla rovescia, Clayton Burroughs, che si è allontanato dai fratelli e ora è lo sceriffo della contea, rappresenta una vergogna, una macchia indelebile nell'identità delinquenziale del clan.

Una saga familiare tragica e drammaticamente reale, un romanzo in cui l'intreccio disegna un cerchio perfetto attraverso le interazioni tra i personaggi e lo scorrere del tempo, uno sviluppo in cui il senso degli eventi e dei personaggi stessi affiora poco alla volta con il procedere della lettura. Panowich gestisce il tempo della narrazione in modo magistrale, scomponendo la successione cronologica in modo da ricostruire gli eventi in modo efficace, esasperando contemporaneamente la suspence e magnetizzando l'attenzione del lettore.

Bull Mountain è un noir superlativo, con una trama sorprendente e un altissimo livello di realismo, che ruota intorno ai protagonisti definendoli in modo approfondito, sondandone la psiche e presentando un contesto sociale estremamente disagiato, minato dall'abuso di alcol, da inaffettività e soprattutto da assoluta ignoranza su tutto ciò che esiste oltre i margini della foresta in cui i Burroughs sono confinati. Il loro mondo è esclusivamente maschile, perché le donne fuggono da una quotidianità violenta e umiliante, abbandonando anche i figli – maschi – a quella vita che si rivela un circuito chiuso in cui anche i bambini, crescendo, avranno la strada già tracciata, immutabile di generazione in generazione. Una situazione su cui incombe il paradosso dell'attaccamento alla terra e dell'onore familiare, del valore della coesione, dell'unità pretesa a tutti i costi e indipendentemente dalle scelte compiute, senza la minima riflessione sulla mancanza di un'etica di qualsiasi genere nella direzione data alle proprie vite. Un mondo in cui il confine fra giusto e sbagliato, fra buoni e cattivi è estremamente sfumato e in cui entrambe le caratteristiche permeano i protagonisti, nessuno dei quali può assumere il ruolo di “cavaliere bianco” e scagliarsi lancia in resta contro i mostri nascosti negli anfratti della montagna maledetta, proprio perché condannato a combattere con quelli che affiorano dal proprio passato. Tutti, nel mondo piccolo di Bull Mountain, sono in qualche modo legati gli uni agli altri, attraverso eventi anche casuali e imprevedibili. Qui il concetto di famiglia si rivela nell'accezione peggiore, dagli effetti tragici e ineluttabili.

Nella prosa di Panowich sono ben presenti modelli “nobili” quali McCarthy, l'Elmore Leonard di Justified, il Quinn Colson di Ace Atkins, oltre a Lansdale, Pizzolatto, Lehane, Sam Hawken e altri ancora. Questo, tuttavia, non fa di Bull Mountain l'ennesima riproposizione del western moderno, ma al contrario arricchisce una trama già interessante con una narrazione cruda, diretta e muscolare, intrisa di sangue e di moonshine, con un lessico di alto livello e allo stesso tempo commisurato alle capacità espressive dei singoli protagonisti.

Sfondo della vicenda è, anche in questo caso, l'America di provincia, quel mondo nascosto, idolatrato o esecrato a seconda del punto di vista degli autori, comunque teatro ideale - molto più di quanto lo sia la big city - per rappresentare le controverse e multiformi vicende umane.

Stefano Crivelli

 

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