mercoledì 1 marzo 2017

«Arrivare all'essenziale delle cose»: il romanzo di Raffaella Silvestri, "La fragilità delle certezze"

La fragilità delle certezze
di Raffaella Silvestri
Milano, Garzanti, 2017

pp. 250
€ 16,00



Fuori posto, sempre e ovunque.
È questo il sentimento che anima Anna Morganti, la protagonista di La fragilità delle certezze, edito da Garzanti.
Ogni giornata era stata una battaglia per Anna, e non per qualche difficoltà oggettiva: non era orfana, non era povera, non era in nessun modo disagiata; era figlia di quella categoria, i liberi professionisti, che in quegli anni comandava il mondo, pareva, e accumulava capitale. […] E allora perché Anna portava uno zaino di mattoni ovunque andasse, dove le altre portavano solo il loro corpo leggero e la loro assenza di sforzo?
Anna è una donna sulla soglia dei trent'anni, fragile, insicura, chiusa in un segreto inconfessabile che la tormenta da quando frequentava il secondo anno di liceo. Quella tragedia di cui Anna si crede responsabile pesa sul suo cuore, impedendole di toccare con mano la vita vera. Quel dolore si è ormai annidato nella parte più interna del suo spirito, facendola abituare ad una vita vissuta in superficie. Ed è con questo miscuglio di sentimenti che si butta in una relazione senza futuro con Valerio Bonfanti, suo professore di Storia del teatro, facoltà che ha abbandonato per iscriversi all'università Bocconi, alla ricerca di una promessa di un futuro più saldo. Valerio, ex attore, dotato di un discreto fascino, ritratto dell'uomo sicuro di sé, diventa per Anna il tentativo di trovare un appiglio, all'interno di quel mare di incertezza che è la sua vita. La relazione tra i due, vuota e tutt'altro che equilibrata, pare ad Anna un metodo per far tacere quel dolore che le urla dentro, assieme agli psicofarmaci che ormai assume in dosi molto elevate e sempre più spesso. L'amore fisico, la sensazione di sentirsi usata, il perdersi in un abissale vuoto interiore: tutto porta Anna in una spirale sempre più profonda, sempre più in basso, in un peggioramento progressivo delle sue condizioni che la porteranno ad un punto di non ritorno.

Se sul versante privato, le cose sembrano andare piuttosto male, dal punto di vista professionale, Anna è riuscita, negli anni precedenti, a creare una start up di successo, assieme all'amico di sempre – Marcello – e ad un professionista della finanza, Teo Arnaboldi, discendente di una delle famiglie più importanti nell'ambito della moda. Dopo otto anni passati da Harlington, «la più importante società di consulenza manageriale del mondo», a respirare l'aria delle certezze economiche e della spavalderia facile, fatta di abiti confezionati su misura e di macchine potenti, Teo decide di cambiare vita e di proporsi ad Anna come stratega finanziario per la sua azienda.
Aveva immaginato che fuori dal suo mondo esistessero persone che si arrangiavano nella precarietà; ma non aveva mai davvero pensato a come fossero, come facessero. Gli sembravano irreali – la stessa nozione che si potesse vivere con una marcia scalata gli era estranea. […] Fino a che aveva lavorato da Harlington, quelli fuori non erano esistiti. Il mondo era fatto di avanzamenti di carriera, soldi, presentazioni ai clienti e cene in ufficio; era un mondo comunitario che escludeva l'esterno.
Nelle vite di ognuno di loro esiste una frattura precisa, un prima e un dopo, una spaccatura netta dopo la quale tutto è cambiato. Valerio, Marcello e Teo, possiedono, al pari di Anna, un dolore interiore, e le loro esistenze, apparentemente perfette, arrivano ad un punto di non ritorno, crollando all'unisono. Marcello, l'amico fraterno di Anna, con cui ha condiviso la sua esistenza, scompare nel nulla, portandosi con sé un'ingente somma e facendo perdere le proprie tracce. Inoltre, a questo punto, la start up deve fare i conti con la gravissima crisi economica che sta mettendo in ginocchio mezzo mondo.
Ed è così che la storia personale di ognuno di loro si fonde con la Storia con la s maiuscola, dando luogo al ritratto dei giovani trentenni di oggi, capaci e preparati, tuttavia impossibilitati a trovare un centro, personale o professionale che sia. L'abilità della Silvestri sta anche in questo, ovvero nella capacità di fornire un ritratto realistico e pulsante della società odierna, degli italiani di oggi, a cui «non interessava più la bella figura», «interessava sopravvivere». Uno dei grandi meriti dell'autrice è proprio la capacità di mettere a nudo le paure e i moti interiori dei giovani trentenni di oggi, grazie anche ad una scrittura efficace e esatta, che in più punti diventa vertiginosa, in particolar modo nei momenti in cui l'autrice scava nell'animo dei personaggi, e ad una costruzione del racconto che fa un grande uso di scarti temporali, flashback e anticipazioni. Sta al lettore ricostruire la vicenda, saltando continuamente tra le tre dimensioni che l'autrice ci mette a disposizione: 1999, 2005 e 2015 (e 2016, in sede finale).
Un ritratto disincantato di un'Italia diversa, disillusa, in cui si mettono a nudo le promesse fatte alla generazione nata a metà anni Ottanta: una generazione cresciuta tra gli agi della crescita economica, con la certezza di avere la propria vita in mano e con l'idea di poter fare qualsiasi cosa. La stessa generazione che, anni dopo, ha cominciato ad accumulare lauree, master, corsi di specializzazione, a scrivere curricula sempre più ricchi e interessanti, fino ad arrivare a mettere da parte i soldi per un biglietto aereo di sola andata.
Hanno imparato a tenersi a bada, ad arginarsi, i figli nati negli anni Ottanta. E per quello servivano i farmaci […] niente veniva espulso e niente veniva ammesso in quelle vite da bravi ragazzi. Droghe performative, semmai, stimolanti. A studiare, a trovare un buon lavoro, a passare gli esami; calmanti, per andare incontro alla gente con un sorriso, e tirare dritto di fronte a tutte le delusioni che la Storia aveva riservato solo a loro: perché cose più crudeli erano avvenute nella storia italiana, ma mai erano state fatte così tante promesse come quelle che erano state fatte a loro, e mai così tante promesse erano state infrante. […] Loro, i figli, che avevano avuto tutto, tranne un paese in cui vivere. Con le loro conoscenze accumulate e superflue, invece di vivere avevano piuttosto vivacchiato, in quest'Italia bloccata, e si erano dovuti fermare, infine.
Hai navigato, come tanti, in acque incerte aspettando che la vita cominciasse davvero. A trent'anni stavate ancora aspettando che la vita cominciasse, tu e gli altri, come quando ne avevate sedici. Ma la vostra vita era già plasmata, una catena di scelte vi aveva già reso ciò che eravate, e aveva lasciato una traccia nel mondo attorno a voi.
Ma è in questo momento terribile e cruciale della propria vita che Anna capisce una lezione importante, la più importante di tutte:
è già iniziata, la vita; inizia il primo giorno che abbiamo coscienza di noi, e tutti i momenti in cui la mettiamo in pausa sono solo momenti di vita persa, persa e nient'altro.
E perché la vita vera - quella vissuta senza schermi, senza pareti, quella in cui tutti i sensi sono vigili per farci addentrare appieno nell'immensità dell'esistenza - cominci, è necessario liberarsi delle zavorre che ci portiamo dietro. Giunti a questo punto, Teo e Anna – sopravvissuti a questa crisi di un'Italia ormai ridotta a brandelli – capiscono che per rimarginare le ferite che sia le vicende personali che la Storia ha inferto loro, devono tornare all'origine:
E a Teo e Anna sembra che tutta la loro vita non sia stata altro che un faticoso liberarsi di pesi inutili, per arrivare infine all'essenziale delle cose.
Valentina Zinnà

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