sabato 18 marzo 2017

PARTE I John Williams: l'uomo, lo scrittore, il romanzo perfetto?

L'uomo che scrisse il romanzo perfetto. Ritratto di John Williams, autore di Stoner
di Charles J. Shields
Fazi editore, 2016

Traduzione di Nazzareno Mataldi e Franca Di Muzio


pp. 324
€ 18,50 (cartaceo)


La saggezza di Stoner
a cura di Barbara Carnevali
Fazi editore, 2016

pp. 132
€ 16 (cartaceo)











«L’unica cosa di cui sono certo è che si tratta di un bel romanzo; col tempo, potrebbe perfino essere considerato un romanzo molto bello». [John Williams, a proposito di Stoner]
Il tempo, alla fine, ha dato ragione a John Williams, forse superando perfino le sue stesse aspettative: la sua opera più celebre, Stoner, celebrazione di una vita ordinaria, diventata caso letterario a distanza di cinquant’anni dalla prima pubblicazione. Il romanzo perfetto, secondo alcuni critici, di certo un testo divenuto ormai un classico della narrativa contemporanea. Peccato che riconoscimenti e celebrazioni siano arrivati troppo tardi, ben vent’anni dopo la morte di Williams, vinto dall’alcool e dalla malattia. Oggi, che il suo everyman è protagonista di letture approfondite, conferenze e studi, sentiamo di risarcire almeno in parte il buon vecchio professore di Denver, collocando la sua opera nel posto che gli spetta accanto ai grandi romanzi americani del secolo scorso. L’interesse tardivo intorno a Stoner ha quindi spinto critica e pubblico ad interrogarsi sulla figura di Williams e sulle ragioni dell’inaspettata stonermania, un fenomeno nato grazie al passaparola e alla caparbietà di una manciata di editori e librai che hanno creduto nel racconto di questa ordinay life. È il miracolo della letteratura che, qualche volta, sfida il tempo e lo spazio e la condanna all’oblio, riuscendo a farsi viva e palpitante. In Italia l’opera di Williams è tradotta da Fazi, tra i primissimi editori europei a credere nel potenziale di Stoner, che di lì a poco sarebbe diventato un bestseller e il caso editoriale più interessante del 2013. È ancora per Fazi, quindi, che sono usciti alla fine dello scorso anno, due testi fondamentali per ricostruire la carriera letteraria di Williams e cercare di spiegare le ragioni del successo tardivo: L’uomo che scrisse il romanzo perfetto, l’interessante biografia scritta da Charles J. Shields apprezzato saggista e biografo, che ripercorre le tappe del travagliato percorso umano e professionale di Williams, e il volumetto La saggezza di Stoner, a cura della professoressa Barbara Carnevali, che mediante cinque letture e approcci critici differenti indaga le ragioni del fenomeno Stoner nel panorama letterario contemporaneo.
Leggere Stoner è, in una certa misura, leggere Williams stesso: non tanto per gli evidenti richiami autobiografici, quanto per tentare di comprendere l’uomo, le aspirazioni letterarie, il mondo accademico degli anni Sessanta/Settanta e, soprattutto, il percorso umano e professionale entro cui la scrittura si è sviluppata. La biografia di Shields, ricostruisce in maniera piuttosto accurata le tappe fondamentali della vicenda personale ed artistica di Williams, in un racconto capace di coniugare l’interesse biografico all’analisi critica dell’opera e del contesto entro cui si sviluppa, strutturando il testo in cinque macrosezioni che corrispondono ad altrettanti romanzi e momenti chiave della carriera letteraria di Williams. Un ritratto dell’uomo e dello scrittore in equilibrio tra il desiderio di ricostruirne fedelmente i momenti più importanti della vicenda personale, dare il dovuto rilievo alla riflessione critica e cercando, nel contempo, di restituire un’immagine veritiera dell’uomo e dello scrittore, senza cedere a sentimentalismi o sterili celebrazioni. Shields non costruisce la leggenda Williams – così come non lo faceva Lyndall Gordon con Charlotte Bronte nella bellissima biografia uscita sempre per Fazi lo scorso anno – , ma mette sulla pagina luci ed ombre di una vita spesa tra il desiderio bruciante di affermarsi come scrittore, i vizi e le virtù di un uomo, le passioni e le debolezze, il percorso artistico e professionale, le vicende private, le frustrazioni e i riconoscimenti, tentando di rappresentare nel modo più onesto possibile sia l’uomo che lo scrittore, il quale resta, tuttavia, una figura ancora in parte enigmatica, non del tutto risolta.
È il ritratto di una vita piuttosto ordinaria, simile per certi versi a quella del suo personaggio più celebre ma di sicuro più tormentata: dagli sforzi per diventare scrittore, nonostante i rifiuti, le critiche, gli insuccessi, alla vita sentimentale che solo alla fine, accanto all’ultima moglie, Nancy, sembra conoscere un po’ di stabilità. La scrittura, scoperta precoce che influenza un certo modo di osservare il mondo e sé stesso e diviene il mezzo per dare voce a quell’inquietudine della «ricerca affannosa del proprio io», di una precisa identità. L’infanzia in Texas, gli anni della Depressione tra precarietà e spostamenti continui, poi un certo grado di sicurezza affettiva ed economica con il secondo matrimonio della madre – con quello che solo a nove anni Williams ha appreso non essere in realtà il padre biologico – , i successi scolastici, la scoperta folgorante della letteratura – non proprio l’epifania di Stoner, ma qualcosa di più reale, umano, definitivo – , il desiderio di trovare la propria strada, gli anni in radio. Poi la guerra, che nonostante tutto non sembra lasciare quell’ombra che per tutta la vita ha tormentato Salinger, per esempio, ma qualcosa da cui è possibile tornare e, se non dimenticare, almeno tentare di lasciarsi alle spalle. Da qui, ripartire, grazie anche alle possibilità di studio per i veterani: l’università di Denver, un luogo in cui forse potersi sentire a casa. Gli anni di studio – concentrati sulla poesia elisabettiana – che si accompagnano ai tentativi di farsi strada nell’ambiente letterario, il dottorato, la carriera accademica e, soprattutto, l’attività editoriale con la Swallow Press e la creazione del primo programma universitario di scrittura creativa. Le donne, mogli ed amanti, i figli, i progetti, i viaggi, i circoli letterari ed accademici, le frustrazioni per i riconoscimenti che stentano ad arrivare mentre tanti intorno a lui sembrano riuscire ad affermarsi, vivere pienamente di scrittura o fingerlo soltanto.

Il mondo accademico, l’insegnamento all’università di Denver, non sono per Williams semplicemente un ripiego, un obbligo da sopportare stoicamente in attesa del successo letterario: rappresentano, invece, quella stabilità di cui un uomo come lui, con il suo passato e i suoi tormenti, ha bisogno, per la creazione letteraria:

[…] era fiero di appartenere alla comunità degli studiosi, all’accademia, ed essere anche un romanziere. Non avrebbe mai accettato l’idea di rinunciarvi in favore della vita oscura dell’artista rintanato in una soffitta. Aveva bisogno della sicurezza di guadagnarsi di che vivere e dello status consequenziale all’essere un professore ordinario.
Più insofferente del suo Stoner, Williams fatica, tuttavia, a mettere da parte l’ego e il bisogno quasi patologico di veder riconosciuto il proprio talento, si fa vanto di ogni piccola conquista nell’ambiente letterario, concentrato nel costruire lo status di scrittore, pubblicato e – chissà, forse un giorno – di successo. Insegnare e scrivere diventano la quotidianità, e nei romanzi Williams mette tutto sé stesso, fin dal primo lavoro – iniziato durante la guerra e pubblicato nel ‘48 – , il discusso Nothing But the Night: la trama scarna, il forte realismo psicologico, la ricerca di uno stile essenziale, sono elementi caratteristici di tutta la produzione letteraria di Williams già rintracciabili, in qualche misura, in questo primo romanzo, pubblicato proprio dalla Swallow Press dopo i numerosi rifiuti degli editori che condannano l’impossibile empatia tra lettore e protagonista. La disperata solitudine del protagonista, il ventiquattrenne Arthur Maxley, tormentato dai fantasmi del passato, che si muove in una San Francisco decadente, tra alcool, erotismo ed incubi ad occhi aperti fino allo sconcertante finale, è un testo notevole, disturbante e profondo. Scarse le vendite e l’attenzione della critica, eppure Williams non rinuncia al sogno di imporsi come scrittore, nonostante rifiuti ed incomprensioni.

Il secondo romanzo, Butcher’s Crossing è probabilmente il suo insuccesso più pesante: etichettato come romanzo western, il viaggio del protagonista nelle terre selvagge per prendere parte all’ultima caccia al bisonte, rappresenta in realtà molto di più di quello che appare in superficie, da un punto di vista tematico quanto strutturale. La natura selvaggia ed aspra, i paesaggi sconfinati, l’avventura di un giovane uomo alla ricerca di sé stesso: con maestria Williams rielabora la materia tradizionale del western e del romanzo di formazione per costruire la propria storia di lotta e solitudine, che l’etichetta con cui il romanzo è stato presentato sminuisce e porta ad equivocare. Un fraintendimento che, come ricorda Shields, peserà moltissimo all’autore, anche ad anni di distanza.




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