sabato 25 marzo 2017

PARTE II John Williams: l'uomo, lo scrittore, il romanzo perfetto (?)

L'uomo che scrisse il romanzo perfetto. Ritratto di John Williams, autore di Stoner
di Charles J. Shields
Fazi editore, 2016

Traduzione di Nazzareno Mataldi e Franca Di Muzio


pp. 324
€ 18,50 (cartaceo)


La saggezza di Stoner
a cura di Barbara Carnevali
Fazi editore, 2016

pp. 132
€ 16 (cartaceo)











Facendo attenzione a non costruire il mito del genio incompreso, Shields scrive, come si è detto, una biografia interessante, abbastanza esaustiva, che forse liquida un po’ troppo frettolosamente le ombre della vita di Williams – l’alcolismo, soprattutto, ma anche l’instabilità sentimentale e le mancanze come padre – ma getta spunti interessanti per la riflessione critica sull’opera dello scrittore americano, di cui Stoner, il suo terzo romanzo, rappresenta innegabilmente il culmine del percorso artistico. Dalla riscoperta del romanzo a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, abbiamo appreso la storia editoriale del testo che solo la critica contemporanea – soprattutto europea – ha infine inserito tra i classici della narrativa novecentesca, a dispetto dei rifiuti e della tiepida accoglienza riservata al romanzo al momento della sua pubblicazione, nel 1965. La delusione di Williams deve essere stata bruciante, la scarsa attenzione e la decisione di ritirare l’opera dal mercato appena un anno dopo l’uscita, ne avranno messo duramente alla prova orgoglio e fiducia nelle proprie capacità di romanziere. Eppure, come sappiamo, la storia semplice di un anonimo professore universitario, tra scarsi riconoscimenti accademici, rivalità, rimpianti e delusioni, ha saputo conquistare i lettori di oggi, diventando un bestseller, attirando critiche e recensioni entusiaste da quella stampa che a malapena si era accorta della sua esistenza al tempo della pubblicazione.
È estremamente interessante, quindi, leggere gli interventi raccolti da Carnevali e cercare di spiegare le ragioni di un successo arrivato non soltanto tardivo ma in un dato contesto storico geografico: perché oggi siamo tutti inevitabilmente affascinati dalla vita di William Stoner? Che cosa c’è in quelle pagine, nel racconto di un’esistenza ordinaria, che i lettori americani di cinquant’anni fa non hanno saputo apprezzare, capire forse? Carnevali ripercorre brevemente le tappe che hanno condotto alla ripubblicazione del romanzo, l’ostinata fiducia di quegli editori che lo hanno proposto, le recensioni e i commenti sempre più entusiasti di lettori, critici, giornalisti, scrittori. Ecco, scrittori: l’interesse di una specifica categoria di personalità letterarie, gli scrittori maschi bianchi, tra cui Bret Easton Ellis, Ian McEwan, Julian Barnes, Nick Hornby, è un elemento che varrebbe la pena prendere almeno in considerazione nella riflessione sul successo di Stoner. Le cinque interpretazioni nate nell’ambito di un dibattito sul romanzo di Williams tenutosi a Francoforte nel 2014 e al centro anche del dossier che la rivista Westend vi ha dedicato, rappresentano quindi altrettanti punti di vista e modalità interpretative originali ed interessanti: la relazione fra Stoner e la Madame Bovary di Flaubert che ne rappresenta l’immagine speculare con l’eroe di Williams esempio di un’ «etica eroica della rassegnazione»; la riflessione sulla dimensione etica stessa del romanzo, quella rassegnazione da interpretare come virtù o patologia; l’antisoggettivismo che caratterizza l’opera; il parallelo tra il protagonista del romanzo e il Socrate platonico, la sua tenace lotta contro i sofisti e la difesa del mondo accademico contro «la secolarizzazione degli studi»; fino ad una lettura sociologica, che forse più chiaramente delle altre sembra spiegare le ragioni dell’interesse dei lettori contemporanei nei confronti di Stoner.

La vita ordinaria di un uomo ordinario, resa però straordinaria dal potere della letteratura, in un romanzo che, come ricorda ancora Carnevali, è un commosso omaggio alla bellezza – della parola, della letteratura, della vita stessa – che nella lingua asciutta, elegante, misurata, riesce a rappresentare tutta la complessa profondità psicologica del suo protagonista per spingere il lettore a riflettere sull’esistenza stessa, affetti, legami, valori, la fede nella conoscenza.

La resistenza alla negatività della vita si trasforma in un omaggio alla sua bellezza, un’arte della gioia incentrata sull’accettazione della contingenza. […] Malgrado appaia dall’esterno come un uomo apatico, indifferente, privo di entusiasmo, Stoner è un innamorato. E questa passione lo distingue dagli altri personaggi eternamente insoddisfatti […].
Come sottolineato da Julika Griem nel suo intervento, forse tra le ragioni del recente successo di Stoner la nostalgia di fondo per una certa idea – non sempre corrispondente alla realtà – del mondo accademico del secondo Novecento e per i valori umanistici di cui l’eroe si fa portavoce, in contrapposizione a quel fenomeno di «aziendalizzazione dell’insegnamento» che sembra riguardare sempre più da vicino la realtà accademica.

Pur non del tutto privo di difetti – non mi sento di abbracciare pienamente la tesi che giudica Stoner il “romanzo perfetto” - , il capolavoro di Williams sorprende per gli innumerevoli spunti di riflessione che nascono dalla lettura di una storia solo in apparenza banale, priva di una trama avvincente in senso tradizionale, che già nell’incipit sembra tradire le regole base della scrittura creativa. Ed è, quindi, proprio lì che risiede il talento di Williams, che davvero sembra difficile oggi, alla luce del successo che ha investito l’opera, comprendere la ritrosia dei lettori suoi contemporanei, l’indifferenza della critica e del mondo accademico che in quest’opera si specchia e da cui l’autore ha tratto in parte l’ispirazione:
E con ogni probabilità fu qui, nella sere che si trattenevano oltre mezzanotte per prolungare le loro bisbocce, che venne a conoscenza di una faida di decenni prima tra due professori di inglese, quella che divenne una delle fonti di ispirazione per Stoner.
Conoscere la biografia dell’autore, grazie al testo di Shields, e seguire la riflessione critica proposta da Carnevali, permette quindi di meglio inquadrare l’opera e il contesto in cui si sviluppa, in un continuo dialogo con il presente: non soltanto per il successo che solo oggi ha investito il romanzo, ma per la capacità del testo di riflettere su tematiche che risultano ancora attualissime, che travalicano il tempo e lo spazio.
L’assegnazione del National Book Award nel 1973 – quell’anno un riconoscimento piuttosto controverso per via della doppia assegnazione – con cui il romanzo successivo di Williams, Augustus, viene premiato, non risarcisce del tutto lo scrittore dell’insuccesso dei suoi lavori precedenti e soprattutto di Stoner, il romanzo più intimo. Ma, fra tutti, sarà proprio questo romanzo storico piuttosto particolare a ricevere, oltre al premio, le recensioni più positive: nel rapporto tra l’imperatore romano e la figlia Giulia, Williams ricrea un mondo intero, riflette su sentimenti, vizi e virtù, indagando l’animo umano con l’abilità del romanziere a cui poco importa la verità storica – come avverte lui stesso nella prefazione – quanto la rappresentazione letteraria, la riflessione sugli istinti che muovono gli uomini, i legami famigliari, i rapporti che si creano. Curioso, sottolinea ancora Shields, che Williams, dalla vita famigliare tormentata, abbia dato voce ad un legame tanto profondo, imperfetto, certo, come quello tra Augusto e la figlia, e l’abbia fatto con tanta estrema grazia. Ma ancor più curioso, a mio avviso, che proprio questo romanzo, il più lontano dal mondo e dalla scrittura di Williams, sia stato oggetto di lodi e apprezzamenti tra i suoi contemporanei.

Per me, come credo per molti, Williams resterà sempre il narratore della vita ordinaria: dei personaggi che svelano le crepe di un mondo solo all’apparenza ideale, dell’ostinata fiducia nella bellezza e nell’arte, nonostante tutto, del sogno che qualche volta si infrange. 

“Penso che sia un vero eroe. Un sacco di persone che hanno letto il romanzo pensano che Stoner abbia avuto una vita terribilmente triste e miserabile. Io penso che abbia avuto un’ottima vita. Di certo, ha avuto una vita migliore della maggior parte della gente. Ha fatto quello che voleva, si appassionava a quello che faceva, ha compreso l’importanza del lavoro che svolgeva. Ha portato la testimonianza di lavori importanti”




Di Debora Lambruschini


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