mercoledì 8 febbraio 2017

Vita di Luigi Tenco, nato all'inizio della primavera e morto nella "città dei fiori"

Vita di Luigi Tenco
di Aldo Colonna
Prefazione di Umberto Broccoli 
Bompiani, 2017

pp. 317

12,00 euro

«Sono fuori di me
e sto in pensiero perché
non mi vedo rientrare».
Luigi Tenco


Luigi Tenco era nato il 21 marzo del 1938 e sarebbe morto il 27 gennaio 1967, nel bel mezzo dell'edizione del Festival di Sanremo al quale partecipava in coppia con Dalida: suicida per la delusione d’essere stato eliminato dalla gara, secondo alcuni; scientemente assassinato in quanto “uomo che sapeva troppo” rispetto al malaffare imperante nel retropalco del bel canto – e soprattutto perché deciso a denunciarlo subito e pubblicamente – secondo altri. In prima fila tra questi ultimi vi è anche lo scrittore e giornalista Aldo Colonna, autore della più recente biografia dell’artista a cinquant’anni dalla sua scomparsa – Vita di Luigi Tenco – più che mai convinto che l’interprete di Ciao amore, ciao sia stato ucciso proprio perché al corrente del «verminaio» nascosto sotto i lustrini della competizione canora e intenzionato a dare scandalo.

Chi si aspetta un testo agiografico e nostalgico sull’autore di Lontano, lontano e Vedrai, vedrai resterà grandemente deluso: non solo perché l’intenzione di Colonna sembra coincidere con un evidente desiderio di “giustizia” legata al noto fatto di cronaca nera, ma perché, nel suo complesso, Vita di Luigi Tenco è tutto fuorché un libro meramente celebrativo. Al contrario, il biografo preferisce privare fin da subito il personaggio-Tenco della sua aura di “bello e dannato”, presentandolo piuttosto come un individuo in divenire, con i suoi traumi, le sue mancanze e i suoi difetti: valga come esempio macroscopico la sua odiosa abitudine di rubare le donne degli amici, un fatto che è possibile interpretare anche in chiave psicanalitica come reazione alla sua paternità negata e come punizione nei confronti della madre per il suo concepimento extraconiugale. Una biografia per certi versi smitizzante, dunque, che non ha tra i suoi obiettivi quelli che la porterebbero a coincidere con una sfilza di luoghi comuni: dalla giustificazione delle gesta dell’artista maledetto e tormentato all’esaltazione della cosiddetta “scuola genovese” (Gino Paoli, Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Fabrizio De André…). E non sarà forse un caso se il vissuto personale di Tenco, dalla complessa vicenda familiare al suo amore per Valeria, la donna con cui aveva intenzione di condividere un serio progetto di vita, venga offerta al lettore per sezioni, capitoletti e brani piuttosto che ricorrendo a una scansione lineare e cronologica, quasi che l’esposizione finisse con il rispecchiare la fuggevolezza del carattere di un artista tra i più controversi, fatalmente destinato a nascere all’inizio della primavera e a morire proprio nella “città dei fiori”.

Nel lavoro di Colonna il cosiddetto “affaire Tenco” finisce con l’assumere una valenza centrale. E mentre l’autore è attualmente impegnato nella stesura di un ulteriore libro dedicato esclusivamente alla dimostrazione dell’omicidio, il lettore non potrà non notare la minuziosa cura dei particolari con cui viene descritta l’assurda gestione di questo peculiarissimo caso di cronaca nera. Il biografo descrive, spiega e argomenta, mettendo su carta una serie di dati che lasciano poche alternative alle ipotesi e alle conclusioni possibili: basti pensare che non solo sulla scena del presunto omicidio accadde tutto e il contrario di tutto, ma ogni elemento utile alle indagini venne reso fin da subito inservibile per l’eccesso di contaminazioni, manipolazioni e contraddizioni (dalle molteplici posizioni di rinvenimento del cadavere e dell’arma del delitto allo stesso trattamento del corpo, che dopo l’autopsia fatta venne ricollocato nella stanza d’albergo per permettere delle poco plausibili foto per la stampa). Impossibile, inoltre, secondo Colonna, sposare la tesi del suicidio, in quanto troppo semplicistica e non applicabile a un uomo che amava la vita e che aveva moltissimi progetti per il futuro. Chissà: se Tenco avesse accettato di tacere, pago della promessa che gli fu fatta di vincere il Festival l’anno successivo, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Ma se così non fu è perché Tenco, prima ancora di essere un cantautore, fu un intellettuale, e perché l’insofferenza del suo genio musicale nei confronti delle formule stereotipate e fasulle della canzonetta alla “cuore-amore” nascondeva il desiderio non negoziabile di proiettare una luce finalmente “vera” sulle azioni e sulle emozioni umane. Tenco, già ammiratore di quel Domenico Modugno che aveva iniziato a schiarire le acque torbide della palude musicale italiana, aveva inteso la portata positiva di una vera rivoluzione che rovesciasse tutte le vigenti ipocrisie, e coltivava l’ambizione di una musica nuova destinata non a un pubblico di nicchia, minimo e consenziente, ma alle platee più vaste, cassa di risonanza di messaggi del tutto privi di affettazione e di snobismo.

Particolarmente apprezzabile, infine, è l’ultima delle tre parti di cui si compone il lavoro di Colonna, riservata agli Apparati: insieme con il ricco corpus di note, con la bibliografia essenziale e con la discografia (curata da Enrico de Angelis, Michele Neri e Franco Settimo), il controverso “mito Tenco” viene arricchito dalla pubblicazione dei testi di alcune sue canzoni sconosciute, ma anche attraverso il ricordo dei suoi passaggi televisivi e la trascrizione di interviste, dichiarazioni e discussioni pubbliche alle quali l’artista ebbe occasione di partecipare: eccolo, per esempio, che dice la sua sulla musica beat con Gianni Boncompagni e Caterina Caselli, ma eccolo anche vittima esclusiva della spietata “inquisizione” di un gruppo di giovani a proposito della canzone di protesta. Un valore aggiunto, questo, così come il piccolo ma significativo fascicolo interno di immagini (alcune inedite), e che certamente piacerà ai lettori più “tenchiani”, ovvero più insofferenti alle verità di comodo e più attratti dallo svelamento atroce e sublime della mera realtà dell'esistenza.

Cecilia Mariani

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