lunedì 13 febbraio 2017

#paginedigrazia - "Fior di Sardegna", di Grazia Deledda: il mal d'amore che stringe il cuore

Fior di Sardegna
di Grazia Deledda
Prefazione e cura di Paola Pittalis
Nuoro, Ilisso, 2007

pp. 240
€ 11,00 (cartaceo)
€ 4,90 (ebook)

Primo romanzo lungo, e prima opera pubblicata con il suo vero nome, Fior di Sardegna è una lettura irrinunciabile per tutti coloro vogliano approfondire la figura di Grazia Deledda. Siamo nel 1891, e, a detta della stessa scrittrice, «l'indole» del libro si può definire «tanto drammatica quanto sentimentale, e anche un pochino verista, se “verismo” può dirsi il ritrarre la vita e gli uomini come sono, o meglio come li conosco io» (dalla Prefazione, p. 7). Una dichiarazione di fedeltà al proprio ambiente etnografico e linguistico, oltre che una presa di posizione rispetto all'autenticità, e all'unicità, della propria visione: «Descrivo fedelmente i nostri originali e bizzarri costumi: gli splendidi e sconosciuti paesaggi, gli usi, le passioni, i tipi: tutto infine il meglio che mi parve poter interessare il pubblico, lasciando da parte le scene selvagge, le storie di sangue fin qui narrate dai novellieri sardi, per cui la nostra cara Isola viene considerata come un focolare d'odio e di sangue». La consapevolezza dell'originalità della propria scrittura si unisce, in queste straordinarie parole, alla volontà di rendere giustizia alla Sardegna, offrendo al pubblico una nuova visione della sua tanto amata terra. Questa volontà riabilitativa è ben espressa nel romanzo, e dà luogo ad un libro in cui emergono precisamente le caratteristiche tipiche del mondo sardo. Come dice bene Paola Pittalis nella Prefazione (p. 10):
La marca della sardità, generosamente profusa, richiama l'attenzione del lettore continentale su ingenue sottolineature psicologiche: apprendiamo che il suicidio è considerato atto infamante («In Sardegna c'è questo di buono; nessuno si suicida») e che i servi sardi sono creduloni.
Sono tanti i riferimenti al folklore locale, dagli operai italiani che giungono nell'isola, e «che fanno più fortuna emigrando in Sardegna che in America», alle usanze matrimoniali (un giovine, specialmente se trovasi in buona posizione, prima di decidersi a prender moglie, ci pensa su per due o tre anni… eppoi, dato il caso che vi si decida, ascolta prima il parere, non solo della famiglia, ma del paese intero, e si comporta secondo il consiglio dei savi – p. 38 –), fino al già citato riferimento al suicidio:
che allorché qualcuno, caso rarissimo e quasi impossibile, si suicida, la folla carica di obbrobrio e di disprezzo la sua memoria, considerando azione vilissima e delittuosa il suicidio, senza ammettere le circostanze attenuanti… E il suo ricordo getta una sfumatura di disonore sulla sua famiglia, e il suo nome viene pronunziato a voce bassa e solo per estrema necessità. (p. 51)
In un paesino dell'entroterra sardo, nel 1881, si intrecciano le vicende di Lara, alias Maura, e dell'avvocato Marco Ferragna, il quale cerca di farla guarire da una malattia misteriosa che consuma la giovane sposa. Le cure, purtroppo, non danno gli effetti sperati e la ragazza muore, lasciando Marco nella disperazione. Sarà un'altra donna, omonima della sposa, e molto somigliante ad essa, a riaccendere il suo cuore. Questa ragazza, che come la sposa morta ha cambiato il suo vero nome (Maura) in Lara, per un'oscura coincidenza, deve combattere contro il padre poiché egli non vuole che lei sposi i suoi due pretendenti, Nunzio e Massimo, il primo perché studente povero, il secondo perché appartenente ad una famiglia con cui il padre non ha buoni rapporti. Sarà l'inaspettato suicidio di uno dei personaggi a cambiare le carte in tavola e a chiudere la vicenda con una finale inaspettato.
Questo primo romanzo lungo è una tappa fondamentale nell'evoluzione della scrittura deleddiana, primo passo verso quella decisa trattazione dei temi che poi diverranno veri e propri topoi della sua produzione. Su tutti l'amore fatale: nel romanzo sono innegabili, in tal senso, gli influssi dei romanzi d'appendice, colmi di intrighi e passioni devastanti. L'amore viene vissuto come passione totalizzante, che obnubila i sensi e offusca le membra:
La bella e ardente fanciulla adorava Marco in tutta l'estensione del termine; il suo amore era qualcosa di strano, di pazzo; un amore, che se contrariato, l'avrebbe uccisa, che pure così corrisposto la consumava ancora, le assottigliava l'anima e la fantasia. - Guai se Marco la lasciava solo un'ora, un solo istante! Le pareva che tutto fosse vuoto intorno a lei; e se l'assenza doveva prolungarsi, piangeva, quasi le fosse accaduta qualche disgrazia. (p. 42)
Il mal d'amore, insomma, insieme a tanti altri motivi, rientra tra i consueti temi deleddiani, così come il conflitto tra amore e religione:
Dacchè aveva conosciuto Marco, Lara, assai assai devota e pia, per lo innanzi, si era scordata persino di Dio. Marco era il suo Dio! Pensava sempre a lui, adorava lui solo, e dal folto lavorìo del suo pensiero ardente se veniva esclusa qualsiasi altra idea, anche la memoria di Dio non vi si introduceva più così sovente. (p. 43)
Che Fior di Sardegna rientri all'interno di quel periodo di primo avvicinamento alla scrittura non è solo testimoniato dagli accenti feuilettonistici, ma anche dalla struttura del romanzo, in cui i primi capitoli sono funzionali ad inquadrare la vicenda e a presentare i personaggi, raccontandone la vita e i fatti precedenti all'avvio della narrazione. Va in questa direzione anche il didascalico inizio del capitolo IX: «Qui finisce il prologo e comincia la prima parte della nostra storia.»
Tuttavia, nella lettura ci si imbatte più e più volte, con un'alta frequenza, in parentesi liriche di sublime bellezza in cui la voce di Grazia, ancora fresca e giovane, carica di quella passione che solo uno spirito ardente e romantico come il suo poteva provare, si getta in slanci di eccelso incanto. Si prenda a titolo di esempio uno dei brani in cui la giovane scrittrice mostra la sua abilità nel descrivere il paesaggio:
Veniva una bella notte, una splendida notte di plenilunio e d'amore. Oh notti belle dei nostri mari! Chi, chi può vedervi e scordarvi? Chi non sogna fra i profumi delle alghe striscianti sulle onde d'argento e di smeraldo, mentre gli olmi silvestri e le eriche susurrano sulle rive arcani versi d'amore e giù dalle montagne lontane scende il ritmo sfumato di una poesie cantata dal viandante o dal mandriano solitario, che narra gli amori ardenti dei castelli antichi e dei casolari moderni, che narra la solitudine immensa delle nostre montagne e delle nostre scogliere?
E Lara sognava! La luna saliva sull'orizzonte limpido, il mare scintillava ai suoi raggi, e un fuoco lontano lontano brillava nella penombra cerula di una cresta delle montagne. (p. 87)
Un paesaggio arcano, un notturno dai contorni offuscati, ritratto da uno spirito romantico. La giovane Deledda che si vede in controluce, ardente, piena di passione, è quella che ritroviamo nell'epistolario: consapevole del suo lavoro, pronta ad offrire al mondo il suo lavoro, tenace e caparbia. Una Deledda, capace di rivendicare con forza l'unicità del proprio contributo, senza tuttavia dimenticare il proprio stato di scrittrice alle prime armi. Sarà proprio questa consapevolezza di avere ancora molto da imparare a spingerla ad inserire, nelle pagine che precedono la narrazione, una breve nota in cui si rivolge umilmente al pubblico a cui chiede di perdonare le eventuali ingenuità narrative, adducendo come motivazione la sua giovane età.
…la giovine autrice – la quale prega infine i suoi lettori Sardi di non offendersi se per caso trovano qualche fortuita rassomiglianza di nomi, non intendendo alludere a nessuno col narrare casi accaduti soltanto nella sua fantasia – e i colti lettori del Continente di perdonarle gli errori e le imperfezioni, pensando che essa, ancora inesperta nell'arte dello scrivere, ma sempre pronta a perfezionarsi col tempo, non conta ancora venti anni.

Valentina Zinnà


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