lunedì 13 febbraio 2017

Un tenero on the road della parola

In fuga con la zia
di Miriam Toews

Marcos y Marcos, 2009
Traduzione di Claudia Tarolo

pp. 348
€ 12,00


Sono così stanca. Il mio fidanzato ha preferito Budda a me. Soffro il jet lag. Ho appena accompagnato mia sorella in un ospedale psichiatrico. Sono improvvisamente responsabile di due ragazzi, uno che non spiccica parola e l'altra che non sta mai zitta, e non ho la più pallida idea di come occuparmi di entrambi.

Le zie, nell'universo letterario, in genere sono i parenti tenuti più in secondo piano. Usurpate da matrigne (normalmente cattive), nonni (che subentrano a genitori scomparsi), fratelli (che proteggono dalla cattiveria del mondo adulto) e finanche animali domestici (gli unici che veramente comprendono), non hanno mai avuto un ruolo primario come eroi letterari. Solo negli ultimi cinquant'anni hanno cominciato a rivendicare per sé un ruolo di maggior rilievo: così su due piedi possiamo annoverare l'eccentrica zia Augusta di Graham Greene, la viveuse Mame di Patrick Dennis e, da oggi, anche la giovane, confusa e coraggiosa Hattie Troutman di Miriam Toews.
Hattie Troutmans vive a Parigi ed è costretta a rientrare in Canada per via del ricovero forzato della sorella Min, da tempo affetta da disturbi mentali. Ad aspettarla nella terra natale trova i due nipoti: Logan, quindicenne amante del basket, e Thebes, una folletta di undici anni con in capelli tinti di viola. Improvvisamente zia a tempo pieno, Hattie di vede costretta, un po' per menzogna e un po' per la necessità di distrarre i ragazzini dalla situazione in cui versa la madre, ad organizzare un viaggio. Attraversando tutti gli Stati Uniti alla ricerca del padre, cacciato di casa ormai da anni, Miriam Toews pittura un on the road tenero e amaramente divertente.
Una settimana fa ero una frivola bon vivant che fa il bagno nello champagne nella città delle luci, come avrebbe detto Thebes, ed eccomi ridotta a svenire nelle stazioni di servizio e a bere vino a canna con un animale immaginario per fidanzato e un quindicenne alla guida. [...] Guidare tutta la notte. Ma in quale direzione?
Se le zie sono sempre un po' marginali, i viaggi di famiglia sono diventati abbastanza popolari, soprattutto al cinema. Little Miss Sunshine e Captain Fantastic sono un paio di esempi spiccioli che ritraggono un nucleo familiare un po' eccentrico e fuori dagli schemi impegnato in un on the road, sempre con mezzi un po' sgangherati e con più attenzione rivolta ai problemi dei vari componenti che non al paesaggio. 
L'odissea dei Troutman rientra appieno nel filone e possiamo anche provare ad immaginarla come se fosse una ripresa cinematografica. L'azione si svolge quasi del tutto sul furgone su cui viaggiano i protagonisti, con poche eccezioni fatte di squallidi motel e qualche campo da basket, ed è quasi tutto dialogo diretto, non appesantito dall'uso delle virgolette. Si sprofonda in una sorta di flusso di coscienza dei personaggi che conversano senza soluzione di continuità attraversando tutti gli Stati Uniti alla ricerca di un padre sperso in una comune di anarchici al confine con il Messico.
Molti sono i temi sottesi: il senso della famiglia, la responsabilità, la malattia, ma l'elemento che fa da filo conduttore a tutta la vicenda è la Parola, intesa quasi come vero e proprio personaggio. Ciascuno dei protagonisti ne ha un rapporto e un atteggiamento diverso. 
Logan è il più restio nel suo utilizzo.
Potrebbero essere due le parole?, dice
Sì!, esclamo. Tutte le parole che vuoi! Parliamo tutta la notte!
Okay, uhm, vediamo, dice. Quattro parole.
E sarebbero...
Molta, molta, molta rabbia, dice.
Da bravo quindicenne, preferisce avere le cuffie in testa e comunicare a mezza bocca, eppure è ossessionato dalla parola: la trasforma in poesie sincopate e cerca di comunicare incidendo il cruscotto della macchina con aforismi e citazioni. 
Thebes, diminutivo di Theodora, ha trovato nella parola la sua salvezza.
Non c'è problema, dice Thebes,. Sono solo parole. Il linguaggio non è realtà.
Come fa a non essere reale per te?, dico. Lo impieghi in continuazione.
Hai presente quando nevica a maggio? diche Thebes. Che rottura di palle? Io non permetto al mio cervello di recepire la parola neve.
Nonostante questa dichiarazione, le parole sono sua arma e difesa. Chiacchiera a macchinetta facendo domande, fornendo informazioni inutili e chiedendo continuamente spiegazioni nel tentativo di riempire il vuoto che la momentanea assenza della madre le ha lasciato. Nel retro del furgone, tra tutti i suoi lavoretti di bricolage, spicca per dimensione e importanza, un grosso vocabolario che le tiene compagnia. 
Hattie, che ormai si presuppone adulta, apprezzerebbe il valore del silenzio. Non ha mai saputo come dire la cosa giusta alla sorella, disturbata sin dalla sua nascita, e non sa esattamente bene come cosa dire ai due nipoti; però ci prova, a volte facendo da paciere tra i due e riequilibrando l'uso della parola, a volte (raramente) assumendo il ruolo del tutore, ma restando sempre incredibilmente tenera e ben decisa a tenere insieme questo scompagnato gruppo familiare. Il silenzio, purtroppo, le si rivolta contro quando, durante tutto il viaggio, cerca di mettersi in contatto con la sorella in ospedale senza mai riuscirci.
Il risultato, dato da questa mescolanza e dal fluidissimo sistema di dialogo, è una lettura che scorre veloce come in chilometri sotto il furgone; a volte è di un umorismo travolgente, a volte fa stringere il cuore per il magone e ci regala la zia meglio sfaccettata che la letteratura ci abbia offerto, a mio parere, fino ad oggi. 
Giulia Pretta