venerdì 27 gennaio 2017

Una questione aperta: "Auschwitz e la filosofia", di Giuseppe Pulina

Auschwitz e la filosofia. Un questione aperta
di Giuseppe Pulina
Diogene Multimedia, 2015


Con colpevole ritardo arrivo a recensire questo libro di Giuseppe Pulina. Il mio ritardo è colpevole perché cosciente e deliberato e me ne scuso anzitutto con l’autore. A mia discolpa dirò che questo continuo procrastinare le linee che seguono si deve al fatto che Auschwitz e la filosofia è uno di quei libri che costringe il lettore a una profonda (auto)lettura: non si tratta di parlare solo di Auschwitz e del suo orrore, si tratta di pensare l’uomo prima e dopo il lager, il suo procedere nella Storia, che più che un progredire lineare, pare essere un girotondo senza vie d’uscita. 
Si tratta, inoltre, di pensare l’orrore assoluto di cui Auschwitz è senza dubbio una esemplificazione quasi prototipo, ma non è l’unica, prima e dopo il 1945. Si tratta, infine, di sondare quel lato oscuro dell’essere umano che tanto ci spaventa forse perché insito e naturale. Siamo buoni e siamo cattivi. Bene e male convivono e si intrecciano. 
Ismaele, personaggio protagonista e narratore in prima persona di Moby Dick, dice a un certo punto, mentre si imbarca sul Pequod, che un uomo per quanto malvagio, barbaro o pagano rimane, pur sempre, un uomo. È vero anche per una guardia SS di stanza ad Auschwitz, o per Adolf Eichmann? Cosa è stato il lager? E perché, soprattutto, in pieno Novecento, è stato? O ancora, perché Auschwitz ci ossessiona ancora a settantadue anni dalla sua fine e i gulag o i genocidi di Pol Pot e Milosevic, no? Cos'ha di speciale Auschwitz?
Giuseppe Pulina affronta Auschwitz partendo proprio dalla comprensione del perché il lager polacco è diventato nel corso del secolo scorso una vera e propria ossessione. L’autore premette che non è possibile un confronto con il gulag sovietico, che entrambi sono esecrabili e che l’orrore è orrore in sé: non si possono fare classifiche. Detto ciò, Pulina specifica che la vera unicità di Auschwitz risiede nella pianificazione ossessiva e scientifica dello sterminio e della morte. Auschwitz era una fabbrica, un’industria, che produceva morte. Non orrore, paura, spavento, né fatica: morte. E questa fabbrica non era sperduta in Siberia a migliaia di km di distanza: era nel cuore dell’Europa centrale, nell'attuale Polonia. 
Una volta stabilito questo punto di partenza, Pulina inizia un viaggio che porta il lettore a leggere Auschwitz nelle parole di chi ha scritto su di esso. Ma anche nella prosa di chi, invece, non ne ha parlato direttamente, ma ne ha alluso, ad esso ha ammiccato, o semplicemente l’ha prevenuto. In questo modo il punto di vista si moltiplica in una polifonia di voci che restituiscono al lettore una prospettiva sul lager completa, diversa e panoramica. Ma non solo: l'autore va a fondo nel sentimento che alimentava Auscwitz, il suo principale combustibile, l'antisemitismo. E lo fa affrontandolo dentro e fuori la comunità ebraica, chiamando in causa pensatori, ebrei e non, che ne hanno scritto prima e dopo il lager. Le voci che si susseguono sono quelle di Primo Levi, Hannah Arendt, Baumann, Lessing, ma anche Heidegger, il grande filosofo tedesco del Novecento iscritto al partito Nazista, e moltissime altre.
Pulina ha il merito di incatenare queste voci e farle diventare una sola che, supponiamo, sia la sua, in una prosa scorrevole e accessibile, avvicinando più che allontanando il lettore alla questione Auschwitz: perché alla fine del libro l’impressione è che il lager già non sia un luogo, un museo, un evento storico, ma una vera e propria questione filosofica, che quindi trascende le contingenze storiche in cui si è verificato e il luogo in cui i fatti sono avvenuti. Una questione che ci riguarda tutti, in quanto esseri umani, in quanto esemplari della stessa specie dei carnefici e delle vittime, in quanto a ognuno di noi sarebbe potuta toccare l’una o l’altra parte. E farne una questione filosofica, permettere che la filosofia, che il pensiero penetri in Auschwitz, lo metabolizzi e lo analizzi e interpreti, serve proprio ad evitare che Auschwitz si ripeta, che ritorni e che noi o i nostri figli ci ritroviamo a dover interpretare la parte del carnefice o della vittima. Ciò che traspare in maniera quasi evidente da Auschwitz e la filosofia è l'esigenza di interporre tra noi e il lager una certa distanza che ci permetta di prescindere dall'orrore che esso suppone. Un esercizio difficile e impossibile, che mai nessuno potrà portare a termine, ma il cui tentativo può costituire la via per un rinnovato dibattito sul lager.
Condannare Auschwitz all'oblio, dimenticarlo e volerlo chiudere in uno stanzino perché è semplicemente troppo non serve a niente. Auschwitz è stato troppo: ma è stato un prodotto dell’essere umano e solo l’essere umano può capirne la natura più profonda, scardinarlo e creare le premesse affinché non ritorni mai più.

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