martedì 24 gennaio 2017

Han Kang e la forza dirompente del rifiuto

La vegetariana
di Han Kang 
Adelphi, 2016

Traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

pp. 177
18 

«Ho fatto un sogno…». Yeong-hye è una donna ordinaria, allineata, moglie fedele e dimessa. Non ha particolari interessi né passioni, il che è perfettamente logico (accettabile) nella società sudcoreana del ventunesimo secolo. Un giorno il marito rientra a casa tardi dopo il lavoro e trova Yeong-hye in cucina, mezza nuda, lo sguardo lievemente allucinato. Tutta la carne presente nel frigorifero gettata a terra.

«Ho fatto un sogno…», risponde con un velo di voce e lo sguardo assente Yeong-hye a chi le chieda perché abbia deciso in modo così incontrovertibile di non ingerire più carne. Lo dice al marito, lo dice ai familiari, lo dirà al cognato. Il sogno è terribile, alla maniera di un certo filone horror del cinema asiatico.
"Una foresta buia. Non un’anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei piedi tutti graffiati […] Una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue […] Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle".
Ma chi è veramente Yeong-hye? Figura prima normale, scontata, poi eterea e ineffabilmente erotica, la scrittrice Han Kang costruisce un personaggio mai uguale a se stesso, dal punto di vista fisico ed emotivo. Una piccola eroina contemporanea che, pagina dopo pagina, sprigiona una carica energetica che permea l’intero romanzo. «Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po’ sporgenti, un modo di camminare né veloce né lento, a passi né grandi né piccoli», indosso un paio di scarpe nere, «le più banali che si possano immaginare». Nelle parole spudoratamente stitiche del marito, questa è Yeong-hye, la protagonista de La vegetariana, uscito a ottobre per Adelphi nell’ottima traduzione di Milena Zemira Ciccimarra. Un romanzo scritto nel 2007, prima acclamato in patria e poi nel resto del mondo, fino al recente successo al Man Brooker International Prize 2016.

Opera in tre parti, La vegetariana è il racconto di una scelta, niente affatto ponderata o frutto di convincimenti etici o ecologisti ma, piuttosto, intrapresa quasi atavicamente per sottrarsi al ruolo di donna-oggetto a cui la storia (la società) è solita condannare. Ambientato a Seul, il romanzo di Han Kang mette al centro della narrazione Yeong-hye, giovane casalinga che ama chiudersi in camera a leggere, moglie docile e taciturna la cui unica bizzarria, almeno all’inizio, sta nel non indossare il reggiseno. Un sogno la indurrà alla decisione di rifiutare qualsiasi tipo di contatto, anche olfattivo, con la carne.

Raccontata dal punto di vista cinico e freddo del signor Cheong, il marito, la prima sezione del romanzo si snoda lungo il processo di svelamento della scelta della protagonista. Una scelta che suscita la disapprovazione di tutti, il padre padrone in primis. La distanza che separa Yeong-hye dalla famiglia – uno squarcio che si è aperto in tutta la sua drammaticità dopo la decisione di diventare vegetariana – si sostanzia nel momento in cui l’autoritario e anziano padre, un reduce dal Vietnam, la schiaffeggia dopo aver tentato di ristabilire l’ordine naturale delle cose infilandole a forza un pezzo di carne tra le labbra («È assurdo, la mangiano tutti!»). Yeong-hye erompe in un grido selvaggio, quasi bestiale e dopo aver afferrato un coltello da cucina sconvolge i presenti tagliandosi un polso. Il tentativo di suicidio provoca il ricovero in ospedale e l’inevitabile separazione dal signor Cheong. Un’occasione di redenzione le sarà offerta dal cognato, artista taciturno e dalla vena artistica ormai sopita, il quale non mancherà di tradire la moglie prima che la scelta della protagonista degeneri in un anelito di redenzione autodistruttivo. 

Il focus del romanzo è senza dubbio la figura eterea e conturbante di Yeong-hye, una donna che si oppone alle costrizioni sociali con la forza dirompente di un diniego assoluto e senza compromessi. Il prezzo da pagare sarà la follia, vera o presunta, in ogni caso stabilita dalle istituzioni sociali. Ciò che colpisce di più de La vegetariana, però, è l’alternanza dei punti di vista, la molteplicità di piani di realtà che regala un plot mai scontato. Nella seconda parte del romanzo il punto di osservazione si sposta sul personaggio, altrettanto affascinante e complesso, del cognato, un videoartista silenzioso e irrequieto che sviluppa nei confronti di Yeong-hye un’attrazione prima ideale e poi carnale.

“Solo in quel momento lui comprese che cosa l’aveva turbato all’inizio, quando l’aveva vista distesa bocconi sul lenzuolo. Quello che aveva davanti agli occhi era il corpo di una bella ragazza, convenzionalmente un oggetto di desiderio, eppure era un corpo dal quale era stato eliminato ogni desiderio. E non il rozzo, crasso desiderio carnale, non nel suo caso: ciò a cui la cognata aveva rinunciato, o così sembrava, era piuttosto la vita stessa che il suo corpo rappresentava. I raggi del sole che penetravano dall’ampia finestra frammentandosi e dissolvendosi in minuscoli granelli di sabbia, e la bellezza di quel corpo che, per quanto non visibile a occhio nudo, si frammentava anch’esso senza sosta… La soverchiante ineffabilità di quella scena lo travolse con la violenza di un’onda che si infrange sulle rocce, placando anche le spaventose, indecifrabili pulsioni che gli avevano causato tanta sofferenza nel corso dell’ultimo anno”.

La terza sezione celebra invece In-hye, sorella maggiore della protagonista, anch’essa personaggio dinamico e fluido. Sarà lei l’ultimo appiglio di Yeong-hye con il mondo reale e sarà lei, In-hye, una vita fatta di auto-afflizioni e rinunce, ad affidare ad uno sguardo fugace ma carico di consapevolezza un desiderio recondito di emancipazione e libertà.

Con uno stile che oscilla tra la prosa e la poesia, La vegetariana è un romanzo che parla della complessità dell’essere umano, del suo sapersi opporre alle norme sociali, del matrimonio come istituzione della solitudine. Rielaborato da un racconto scritto in precedenza e sorto dalla riflessione su un verso del poeta sudcoreano Yi Sang («Gli esseri umani dovrebbero essere piante»), il romanzo di Kang affronta il tema dell’innocenza, di una donna che un giorno decide di rifiutare la carne come simbolo della violenza imperante e della banalità del male, subdolamente presente nella vita di ciascuno anche sotto mentite spoglie.


I protagonisti che si muovono nelle pagine de La vegetariana sono figure ordinarie, mediocri, ma è proprio questa indigeribile “normalità” che produce il pathos che tiene avvinghiati alla pagina. Gente mediocre, gente normale. Un romanzo che è fatto di una materia universale. Il rifiuto di Yeong-hye è infatti la ribellione di ognuno di noi, una ribellione che però può mostrarsi anche sotto forma di resa incondizionata, a se stessi e al mondo. Una speranza - se esiste - è l’arte, la sola via d'uscita dai muti labirinti della violenza.

Vincenzo Sori

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