venerdì 13 gennaio 2017

La felicità a portata di mano. Racconti dal carcere

Così vicino alla felicità. Racconti dal carcere
a cura di Antonella Bolelli Ferrera
Rai Eri, 2016

pp. 326
€ 17,00



Si è da poco conclusa la sesta edizione del Premio Goliarda Sapienza, di cui CriticaLetteraria si è occupata anche l’anno scorso (leggi qui). Per evitare condizionamenti, ho guardato il comunicato stampa con i nomi dei vincitori soltanto dopo aver terminato la lettura del libro: certa per la mia esperienza precedente della qualità letteraria dei racconti, preferivo farmi un'idea personale, stilare una mia ideale lista dei migliori. Devo riconoscere di essermi trovata solo parzialmente concorde con la giuria. Il concorso del 2016 prendeva spunto dalle parole di papa Francesco che, in occasione dell’Anno Santo della Misericordia, aveva avuto un’attenzione particolare per i detenuti, invitandoli a trasformare l’esperienza del carcere in occasione di libertà. I venticinque racconti selezionati per la finale tra i molti proposti (sedici per la sezione adulti, nove per quella destinata ai minori) ruotavano quindi intorno al tema del perdono. L’argomento era delicato, e non soltanto per i suoi evidenti agganci con la religione cattolica: chi scriveva doveva muoversi su un terreno insidioso; doveva tenere sempre presente la separazione che sussiste tra reato e peccato, manipolare una tematica di cui spesso si tende ad abusare, evitare il pericolo delle cadute nel sentimentalismo smaccato e nel buonismo. Non tutti, a mio avviso, ce l’hanno fatta.

È questa la differenza che oppone ad esempio il racconto vincitore al secondo classificato: nel suo “Cemento urlante”, Michele Maggio rivela una straordinaria lucidità e capacità di analisi. La vita in carcere è violenza, solitudine, segregazione, e ognuno la vive individualmente, ognuno trova il proprio modo per espiare o sopportare. Maggio passa in rassegna le celle di un corridoio, in una mattina qualunque: il tema del perdono viene affrontato solo liminalmente, come qualcosa di non oggettivabile, né assoluto. Ogni discorso volto a generalizzare rischierebbe di sfociare nel moralismo, e l'autore lo sa. Per questo solo alla fine emerge in quanto protagonista e si apre alla propria confessione, svelando una verità che il testo ha saputo sapientemente costruire: il perdono ha sempre a che fare col tempo, e il tempo con la costruzione di sé. Nessuna riabilitazione è quindi possibile se non attraverso l'accettazione dei gesti compiuti, del male fatto, e la loro rielaborazione attraverso un percorso di crescita che deve coinvolgere interamente, e umanamente, in maniera differenziata, ogni soggetto. I rischi connessi alla scelta del tema si intravedono invece nel racconto di Stefano Lemma, "L’orto delle fate", che perde organicità nell'inseguimento di ricordi e nell'esternazione di sentimenti personali. Il perdono sembra essere per il detenuto l'unico modo per sanare la memoria del passato e dare una possibilità al presente, ma il concetto, assolutamente valido, finisce per smarrirsi dietro al sospetto della retorica.

Costante, nell’intera raccolta, è l’idea che non si possa davvero perdonare l’altro, se prima non si è perdonato a se stessi: tale pensiero è ripetuto come un mantra, non come qualcosa in cui si crede, ma come qualcosa in cui si vuole credere e si deve iniziare a credere. È forse in questo percorso di consapevolezza, che sembrano attraversare tutti i protagonisti delle diverse narrazioni, che si può trovare una valida chiave di lettura: la scrittura, e con essa la letteratura, diventano ancora una volta strumenti terapeutici e formativi, fondamentali per una riabilitazione che non passa soltanto attraverso i canali della burocrazia legale, ma soprattutto attraverso l’educazione e la riqualificazione personale. Pagina dopo pagina, anche nell’edizione di quest’anno, si incontrano uomini forti e fragili al medesimo tempo, che riconoscono in sé la necessità di un’accettazione e di un cambiamento. Per questo, particolarmente suggestiva risulta la proposta di uno dei tutors, Antonio Pascale, che suggerisce di leggere i racconti alla luce della teoria della prima lacrima di Kundera, dunque della commozione che scaturisce dal trovarsi di fronte qualcosa di inedito e imprevisto; in base a questa teoria, i racconti dal carcere non possono lasciarci indifferenti perché toccano direttamente le emozioni di primo grado, quelle non mediate, che spiazzano perché nuove e inaspettate. Proprio l’inaspettato, del resto, è quello che sbilancia il lettore in favore di alcuni racconti e non di altri: penso al relativismo etico de “La casa del Padre” di Sebastiano Prino, in cui l’aldilà è un luogo di compensazione per le brutture del mondo dove ognuno può essere accolto per ciò che realmente è o vorrebbe essere (in questo risiede forse la forma più alta e nobile del perdono,  "perché, quando si muore, bisogna che ci sia qualcuno che ti raccolga, ti resusciti, ti racconti a te stesso e agli altri per stendere un imparziale giudizio finale", 65); penso a “U sangu faci u murmuru” di Raganato, in cui la vera prigione non è quella fisica in cui si finisce per espiare la propria colpa, scontare la propria pena, ma il cognome che si indossa come un abito fuori misura, ereditato da altri e mai sentito proprio; penso soprattutto a “I campi delle case bianche” di Mario Musardo, fuori tema solo apparente che avrebbe meritato un premio o una menzione. Perché la storia di una vita viene raccontata senza pietismi, perché la suspense viene costruita sapientemente, perché il perdono che sembra lasciato fuori dalla trama come qualcosa che non è "di questa terra" vi rientra prepotente con un finale disarmante. In questo racconto si trovano l'intelligenza, la misura, l'abilità narrativa che mancano a svariati degli altri.

La vera sorpresa arriva però nella sezione giovanile: i ragazzi sono meno furbi, più irruenti, più trasparenti. Hanno il coraggio della metafora e dello slancio pindarico. Il loro pensiero deborda dalla pagina, talvolta con l'ingenuità dovuta all’età, ma sempre con il profumo delle cose fresche, mutevoli, dei destini ancora da scrivere. In alcuni casi, come in quello di Antonio o di Unknown, la penna diventa non solo valvola di sfogo, ma anche strumento virtuosistico; in altri più forte della forma è il messaggio. Spesso le presentazioni dei tutors (come quelle di Erri De Luca o di Andrea Vianello) sono dei piccoli capolavori, che avvicinano il lettore al testo ancora prima che l’abbia letto, creando empatia per gli esseri umani prima del gusto per le brevi prose che seguiranno. I ragazzi hanno dalla loro il tempo, la reale possibilità di fare del perdono una via d’uscita, e questo emerge dai racconti. Non si sa quanto ci sia di vero, di autobiografico, nelle storie che scelgono di raccontare, ma d’altronde non importa: letteratura è anche slancio trascendente, capacità di uscire da se stessi, di proiettarsi in un altrove, o in tempi e personaggi diversi da quelli che meglio si conoscono. Si avverte nei loro brani l’urgenza di scrivere, di comunicare, di comunicarsi, e in questo forse risiede il senso più bello, la possibilità più concreta, che il Premio Goliarda Sapienza offre ai suoi partecipanti.

Carolina Pernigo

Per saperne di più sul Premio Goliarda Sapienza attraverso un'intervista alla curatrice e responsabile, leggi qui.