mercoledì 31 agosto 2016

Il turbinio dell'infanzia in una Sicilia distopica: "Anna", l'ultimo romanzo di Ammanniti

Anna
di Niccolò Ammanniti

Einaudi, 2015


Siamo in Sicilia, nel 2020, e un morbo potentissimo e letale ha invaso tutta l’Europa, uccidendo l’intera popolazione adulta e devastando l’ambiente antropico, rendendo la terra un luogo totalmente inospitale e disumano. Soltanto i bambini, almeno provvisoriamente, si salvano: l’epidemia colpisce solamente “i Grandi”, colpisce solo quando si supera la pubertà. In questo deserto di distruzione sono proprio i bambini ad avere l’arduo compito di fondare un qualche tipo di forma di vita sociale.

Cosa succederebbe se, in un domani spaventosamente vicino, il mondo intero fosse popolato da bambini senza educazione, senza una guida adulta? Questa è la domanda di fondo attorno cui ruota la narrazione di Ammaniti. Quesito che richiama alla memoria Il Signore delle Mosche di William Golding, grande classico di questo genere che affrontava un tema affine, su un’isola deserta. Anche in Anna ci troviamo su un’isola, la Sicilia, della quale, nonostante un incendio abbia letteralmente annientato la gran parte delle forme di vita e dei segni del passaggio umano, riconosciamo alcuni tratti: il mare, primo tra tutti, ma anche il cielo, il sole. E le città di Trapani, di Palermo, di Messina, insieme ad altri borghi minori lungo l’autostrada che collega le due punte del triangolo. Oltre lo stretto, la Calabria, il continente, e la fioca e illusoria speranza – ma non per questo inutile – che qualcosa, o forse meglio, qualcuno, al di là si sia salvato.

Tra i binari dell'Eurasia: "Destinazione Russia" di Roberta Melchiorre e Fabio Bertino

Destinazione Russia
di Roberta Melchiorre e Fabio Bertino
GoWare, 2016

pp 166
€ 4,99 (ebook)


Siamo abituati a pensare all'Italia e ai paesi vicini come la "vera" Europa, ma da questo luogo si capisce che, in realtà, siamo solo periferia. Il vero cuore europeo è questo e lo si intuisce proprio dal traffico ferroviario: il tabellone in cima al binario indica un treno in arrivo da Amsterdam, un altro da Francoforte, partenze e arrivi da Budapest, Paesi Baltici e Romania.
Tolkien affermava che anche una semplice passeggiata serale si poteva considerare come un viaggio: anche lì c'era da imparare, da conoscere, da vedere cose nuove. Immaginate quindi di moltiplicare questa massima per i circa 9300 km che compongono la rete ferroviaria che segna il cuore dell'Eurasia e pensate, con leggero sgomento, a quante cose da osservare, ascoltare e narrare ci possono essere.

martedì 30 agosto 2016

#RileggiamoConVoi - agosto 2016

Foto di © Laura Ingallinella
Cari lettori, l'estate si avvia alle porte, ma non per questo smettiamo di dare la caccia a libri che possano arricchire le nostre giornate. Questi mesi afosi sono stati ricchissimi di nuove scoperte, e siamo felici di ripercorrerle con voi. Come sempre, cliccando sul link potrete leggere la recensione completa dei nostri consigli. Buona lettura dalla Redazione!

"Le cose che restano"



Le cose che restano

di Jenny Offill
NN editore, Maggio 2016

pp. 240
€ 17

Mi sono innamorata della scrittura di Jenny Offill leggendo Sembrava una felicità, il primo libro della scrittrice americana ad essere stato tradotto in italiano: un piccolo capolavoro di tecnica narrativa e sentimenti, come l’avevo in precedenza definito, costruito per frammenti, pensieri e citazioni colte, al servizio di un racconto che pagina dopo pagina rifletteva su relazioni, affetti, piccole grandi solitudini quotidiane di vite comuni, che solo la letteratura sa rendere straordinarie.

Le cose che restano è invece il primo romanzo della Offill, scritto nel 1999 e solo di recente pubblicato in italiano sempre da NN editore, grazie al quale l’autrice si era imposta in quell’anno all’attenzione della critica statunitense. Scoprire Last Things dopo il coinvolgimento emotivo suscitato da Sembrava una felicità, carica senza dubbio la lettura di molte aspettative che, in certa misura, non sono pienamente soddisfatte. Eppure, questa prima opera narrativa di Offill, porta evidenti i segni di una scrittura in divenire, lo sviluppo di sensibilità e tecnica narrativa che troveranno pieno compimento nel lavoro successivo, in questo breve romanzo già notevoli. Si, manca qualcosa rispetto alla maturità del secondo romanzo, ma se letto cercando di evitare il continuo confronto con un lavoro che necessariamente è più consapevole e puntuale, quello che resta è un esordio decisamente sorprendente, come se ne trovano pochi in giro di questi tempi.

lunedì 29 agosto 2016

E tu, come mi vedi nella mia cornice? Una storia di famiglie.

Le voci della sera
di Natalia Ginzburg
Einaudi, 2015

introduzione di Italo Calvino
nuova edizione a cura di Domenico Scarpa

pp. 147
€ 10 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)

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Podcast disponibile su Radio 3; testo letto da Sandra Toffolatti


Centocinquanta pagine scarse per raccontare intere famiglie; ancora una volta, Natalia Ginzburg mette alla prova la propria capacità di esprimere cose, non pensieri; di raccontare gesti, senza retrogusti simbolici; di lasciare il lettore a riflettere davanti ai dialoghi mai commentati, ma naturalmente ironici e vividi. L'atmosfera, entrando in questo Le voci della sera, scritto nel 1961 dopo un periodo di relativo silenzio, è quella accogliente di un salotto borghese un po' polveroso, dove il caminetto scoppietta e lascia intravvedere la cenere, anche attraverso le fiamme. Così è il romanzo breve: la prosperità con cui si racconta del Balotta e della sua famiglia, proprietaria di una ricca fabbrica del paese, racchiude qualche brace che sta per raffreddarsi e ingrigire, o annerirsi, addirittura. La decadenza non è insita nelle descrizioni, ma si annida tra le parole dei personaggi, che hanno molta della modestia innata dei piemontesi, e continuano a rivoltare i cappotti nonostante le lire in banca. 

Un libro per riscoprire Napoli camminando


La pelle di Napoli. Voci di una città senza tempo 
di Pietro Treccagnoli
Cairo Editore, 2016

pp. 274
€ 15,00

La pelle di Napoli è uno di quei libri che si dovrebbero comprare insieme alla guida turistica quando si va a scoprire una nuova città, e leggere prima e durante il viaggio. L’autore è Pietro Treccagnoli, giornalista del Mattino e scrittore. Per il quotidiano napoletano ha scritto dei reportages su Napoli tra il 2014 e il 2015, che il Cairo Editore ha riunito insieme e pubblicato a maggio di quest’anno. Il titolo, che è un doppio omaggio a Matilde Serao (Il ventre di Napoli) e Curzio Malaparte (La pelle), poteva rivelarsi pericoloso proprio per la sua intrinseca ambizione. Rappresentare il ventre di Napoli è un’impresa destinata solo ai più grandi, non per niente il grande romanzo su Napoli è proprio il libro che la protagonista/scrittrice della tetralogia di Elena Ferrante teme con invidia che scriverà la sua geniale amica Lila, un progetto che solo lei avrebbe potuto intraprendere con successo.

domenica 28 agosto 2016

"All’inizio c’era soltanto una bambina spettinata che pescava le meduse col retino": intervista ad Alessio Torino


Un piccolo romanzo che ha conquistato: stiamo parlando di Tina di Alessio Torino, edito qualche mese fa da Minimum Fax. Una storia struggente e coraggiosa al tempo stesso, alla ricerca di un nuovo equilibrio, continuamente messo alla prova dal divorzio imminente dei genitori e dalla pubertà alle porte. Un romanzo con Pantelleria come sfondo e personaggio, l'estate assolata e gli amori (degli altri) da osservare col costante curiosità e un pizzico di timore (per leggere la recensione, clicca qui).
Per la "scontrosa grazia" di questo romanzo di formazione, e per lo stile, assolutamente da sperimentare con la lettura diretta, abbiamo proposto ad Alessio Torino di rispondere a qualche nostra domanda, nonostante l'afa agostana.

La tua piccola protagonista, Tina, deve affrontare un fardello molto comune nel Duemila: la separazione dei genitori (o perlomeno la minaccia che questo avvenga). Pensi che sia questo uno dei passi più duri nella formazione di oggi?  
I bambini hanno molti scogli da superare, e questo della separazione dei genitori può essere uno dei più taglienti. Anche i figli adulti possono soffrire per questo genere di cose, figuriamoci i bambini che non hanno ancora lo strumento della ragione e sono costretti a assorbire la vita soprattutto con il proprio corpo. Per fortuna, però, i bambini hanno anche un ottimo olfatto per il futuro e spesso trovano da soli la strada per salvarsi, magari fuggendo.

sabato 27 agosto 2016

#PagineCritiche - Un manuale scientifico concepito per lo studio e la comprensione di una particolare estensione della logica classica

Introduzione alle logiche modali
di Marcello Frixione, Samuele Iaquinto, Massimiliano Vignolo
Editori Laterza, 2016

Collana: Bibiloteca di cultura moderna

pp. 206
€ 20.00



Cos'è un operatore modale? E perché l'interpretazione degli enunciati in cui compare dipende da un insieme di circostanze alternative al mondo attuale, comunemente chiamate mondi possibili? Siamo nel campo, per nulla pacificato e irto di pericoli, della logica e della filosofia del linguaggio, dove è l'essenza stessa della comunicazione a essere oggetto di indagine e formalizzazione.

Le logiche modali sono infatti un'estensione della logica classica e lo studio che qui ne viene proposto si connota come un viaggio attraverso il lavoro di  filosofi moderni al fine di introdurre – come giustamente anticipato nel titolo – la materia stessa. Gli operatori logici (congiunzione, negazione, disgiunzione inclusiva, ecc.) che determinano, nella logica classica, il valore di verità delle proposizioni sono detti "verofunzionali" ovvero il loro comportamento è completamente determinato dal valore di verità delle proposizioni coinvolte. Qualcosa di diverso succede invece con gli operatori modali:
"Un connettivo (o un operatore) enunciativo si dice vero-funzionale se e solo se il valore della verità dell'enunciato complesso dipende esclusivamente dal valore di verità degli enunciati che lo compongono. (...) Se invece un conettivo (o un operatore) non è vero-funzionale, ci saranno casi in cui la verità o la falsità dell'enunciato composto non dipenderà esclusivamente dal valore di verità dei componenti."

venerdì 26 agosto 2016

Eversori in corsia, a guardare oltre il cielo di carta della tradizione

Medici eretici
di Massimo Fioranelli e Maria Grazia Roccia
Laterza, 2016

con una presentazione di Giorgio Cosmacini

€18 (cartaceo)
pp. 136



Religione, pregiudizi e invidia: questi, i più grandi nemici della medicina nella storia. La paura del nuovo e il timore reverenziale nei confronti di Ippocrate, padre della medicina, si prolungano per secoli, e così i divieti papali rendono peregrina l'indagine anatomica sul corpo umano, legittimata solo alla fine del Quattrocento. Nel frattempo? Il medico vive in dissidio tra la fame di sapere e la paura delle ripercussioni. Ma niente ha vietato a Paracelso, ad esempio, di scoprire il laudano e di meritarsi almeno indirettamente il titolo di padre della farmacologia. E così anche Andrea Vesalio, come un "secondo Copernico", ha osato mettere in dubbio gli insegnamenti di Ippocrate, in tavole anatomiche di estrema bellezza, che osservano il corpo per quel che è, non per quel che si diceva. 
O ancora, Wells e Morton sostengono che l'uomo non debba necessariamente soffrire, perché le grida di dolore durante le operazioni non sono davvero funzionali a individuare dove operare; e così partono le sperimentazioni per individuare anestetici efficaci. Quando il gas esilarante sembra avere effetto, Wells decide di portare la sua scoperta al vaglio della comunità scientifica. Purtroppo l'esperimento fallisce: l'uomo che si è offerto come cavia è troppo corpulento per la quantità di gas somministrata, ed ecco che quando Wells gli cava un dente, la sala si riempie di grida di dolore del malcapitato e di sdegno da parte dei medici. Poco importa, la via era ormai stata aperta; e tuttavia si badi all'atteggiamento di chiusura e di rifiuto da parte dei colleghi, pronti a puntare il dito contro una possibile scoperta epocale. 

La buona memoria può essere feroce: le "Dieci donne" di Marcela Serrano

 Dieci donne
di Marcela Serrano

Feltrinelli, 2013 (2011)
traduzione di Michela Finassi Parolo e Tiziana Gibilisco

288 pp.
9,00 €


“Sapete cos’è che ammazza? Il silenzio. È questo che ti ammazza. [...] Anni e anni di silenzio. Dentro ti si forma una specie di nodo, una matassa, e non c’è modo di sbrogliarla. [...] Se la dottoressa adesso vuole che parliamo, ve lo dico per esperienza: ci farà bene.”

Donne, a 360 gradi. Donne giovani o anziane, ricche o povere, donne straniere e donne estranee. Sono le protagoniste di Dieci donne, romanzo corale scritto nel 2011 dalla cilena Marcela Serrano. Le loro vite si toccano senza mischiarsi una domenica mattina, quando ognuna di loro racconta la sua storia alle altre. Il luogo di incontro è lo studio di Natasha, la loro psicoterapeuta, ma non c’è niente di tragico nel racconto. Non si tratta di pazienti borderline, di casi irrecuperabili, ma di esistenze normali, incagliate in un ostacolo comune: la solitudine.

Questo sentimento per Simona, Juana, Lupe, Manè e le altre protagoniste non va quasi mai inteso in senso fisico. Molte di loro sono circondate di persone, hanno avuto diverse relazioni, figli, hanno viaggiato, ma portano con sé un segreto, un elemento di estraneità, per cui l’unica soluzione è stata, quasi sempre per caso, il lettino di Natasha. È così per Lupe, adolescente lesbica, per la quale “nascondere l’affetto che provi per qualcuno è complicato e angosciante”. È così per Layla, lacerata dall’interno dal ricordo della violenza, che rivive ogni giorno guardando un figlio che è incapace di amare. 
“La buona memoria può essere feroce. Ricordare tutto significa afferrare ogni giorno un coltello affilato e tirarsi via strati di pelle. Dobbiamo organizzare l’oblio”.
È così per Francisca, la cui madre “semplicemente non la amava”, e che per questo sente di non poter meritare affetto da alcuno, fino al punto di essere gelosa della sua psicoterapeuta. In altri casi a condurre le donne da Natasha sono vicende normali: la paura di invecchiare, la perdita della sfera familiare a causa del lavoro, o, viceversa, la paura di dipendere da un uomo.

Tra le storie, tutte narrate in prima persona, apparentemente non c’è dialogo: sono raccontate in un luogo, una mattina di un giorno di festa, ma le narratrici provengono da realtà così differenti che non si sono mai incontrate prima. Tuttavia a un livello di lettura più profondo si rintracciano alcuni elementi comuni: le difficoltà coniugali o le burrasche sentimentali; il senso di sradicamento; esperienze traumatiche nel rapporto con i genitori, violenze, la perdita di una persona cara.

Restando a livello di superficie, si incontrano nove donne convenute nello studio della loro dottoressa, che combattono la solitudine facendosi compagnia, come i cuccioli di un cane  “tutti ammucchiati” perché hanno “bisogno gli uni degli altri per sopravvivere”, per trovare il calore. In realtà quelle donne così diverse sono tutte la stessa donna, prima di uscire “si saranno cambiate d’abito perché non si sentivano a loro agio”, sotto il gilè nero o la camicetta rosa stavano “raccogliendo le energie per la giornata che le attendeva”.  Non è il fatto di incontrarsi in un luogo ad unirle, ma la scelta di mettersi a nudo, di raccontare le proprie ansie e insicurezze, ponendosi su un piano di parità sostanziale, giudicando ognuna le opinioni delle altre, ma con rispetto, senza escludere.

Le pazienti sono nove, e la decima donna a raccontarsi – anche se indirettamente, per pudore – è Natasha, la cui esperienza è, superficialmente, la somma di tutte le altre, in realtà è un po’ la spiegazione dell’intero libro. Natasha cerca una persona che la faccia sentire completa, una figura tramite cui riconnettersi con i suoi ricordi più antichi, riannodare le ferite lasciate dal tempo, dalla guerra, dalla migrazione. Questa persona è una donna.

Uno dei temi centrali del romanzo è il rapporto con l’uomo, che per qualcuna è la fonte della sofferenza, per altre un oggetto simbolico, una compagnia da cui la donna deve imparare a rendersi indipendente, per badare a sé, per bastare a sé. “Il valore degli esseri umani sta nella loro capacità… di essere indipendenti, di appartenere a se stessi”. In questo senso le donne di Marcela Serrano sono donne forti, o che vogliono esserlo, dopo essere state deluse da un uomo. Quando invece lo strappo, la ferita, viene da una figura femminile – una madre, una figlia – l’uomo diventa un compagno indispensabile, come per Francisca, “un luogo di solidità”, o un complice, come per Lupe.

In genere, comunque, l’appello di Serrano sembra andare in direzione di una maggiore indipendenza e libertà delle donne dagli uomini. Semmai, le donne possono trovare sostegno in una forma di solidarietà al femminile che la Serrano avrà vissuto in prima persona con le sue quattro sorelle, e che plasma nel libro sotto forma di una seduta collettiva di psicoterapia.  

I temi di Dieci donne sono molti più dei racconti, potenzialmente il libro avrebbe potuto continuare con infinite declinazioni di queste vite al femminile. Si tratta di un piccolo campionario di esistenze variegate, che allontanano la donna dallo stereotipo di casalinga o secondo sesso, in realtà da qualunque riduzione ad unum imposta da una sovra-cultura. Il racconto di questa narrazione prosegue in Adorata nemica mia (2013).
 

giovedì 25 agosto 2016

"Questa è la mia casa" di Paolo Bottiroli: Una casa ci vuole




Questa è la mia casa
di Paolo Bottiroli
Edizioni La Gru, 2016

pp.88
€ 11




"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

Così scrive Cesare Pavese in uno dei suoi romanzi più belli, La luna e i falò, ritenendo fondamentale per ogni uomo l’importanza di avere un paese, in cui poter stare e poter ritornare in qualsiasi momento della propria vita. Paolo Bottiroli, come chiarisce già il titolo della sua raccolta di racconti, Questa è la mia casa, afferma la necessità per gli esseri umani di avere, oltre a un paese, anche una casa a cui essere legati, che di volta in volta, nelle storie raccontate, assume forme e dimensioni diverse. Può essere la roulotte di una famiglia circense che cambia paese quaranta volte all'anno e scopre un sacco di posti nuovi e di gente sempre diversa, circondata, ovunque vada, da musica, animali e mangiafuoco. O un piccolo appartamento destinato alla convivenza di una giovane coppia di fidanzati e ravvivato da un gatto un po’ stralunato che balla il tip tap. Può assomigliare a un gigantesco bus dei mari che raccoglie storie di emigranti di ritorno. O a una strada tutta bianca calpestata da due camminatori instancabili, che con i loro zaini in spalla e le loro borracce vanno in cerca di boschi e sentieri che profumano di gioia e libertà.

Né scherzi né consigli "da prete": un manualetto di Diego Goso

Come non rovinarsi (troppo) la vita…
…e migliorare le proprie giornate.
Manuale per chi aspira alla felicità
di Diego Goso
Effatà Editrice, 2016

pp. 170
10,00 euro



Come non rovinarsi (troppo) la vita… e migliorare le proprie giornate è un libricino che si legge in un amen. Quasi duecento pagine che si sfogliano con agio addirittura nell’arco di un solo pomeriggio. Certo, dipende da quanto vi sta a cuore il busillis della vostra esistenza, e se, come da sottotitolo, aspirate (o meno) alla felicità. Io, evidentemente, parecchio. Oppure, viceversa, per nulla. Leggendolo mi è venuto spesso in mente un professore universitario, nonché critico letterario, di cui in un passato non troppo remoto ho avuto occasione di seguire i corsi. Per due ragioni: la prima riguarda la sua abitudine di citare una nota frase di Mario Soldati, tratta dalle Lettere da Capri, ovvero «ciascun uomo ha un bisogno d’infelicità pari almeno al suo bisogno di felicità» (ignoro se continui a citarla a più riprese); la seconda c’entra con il fatto che lui, ateo dichiarato e nel contempo firma di un diffuso quotidiano cattolico, ritenesse quella testata un’oasi di libertà assai superiore rispetto a certa stampa programmaticamente laica e democratica (confesso che non so se a tutt’oggi ci scriva ancora). Bene: che cosa c’entrano questi trascurabili ricordi personali con il libro di Diego Goso in questione? C’entrano, eccome. Innanzitutto per il discorso sull’ambizione al giubilo terreno o al suo contrario. Secondariamente perché questo volumetto, che scorre veloce (sebbene non automatico) come una preghiera, è scritto da un sacerdote.

mercoledì 24 agosto 2016

"Sono Dio": inquietudini e patemi della coscienza universale

Sono Dio
di Giacomo Sartori
NN Editore, 2016


pp. 217 
€ 17,00


È difficile descrivere Dio, ce lo ricordava pure Dante, che sul finire della terza cantica veniva sopraffatto dall’ineffabilità della meraviglia cui si trovava dinnanzi. È difficile persino per Dio stesso descriversi, costretto com’è a utilizzare uno strumento limitato come la lingua umana.

Bisogna chiarire ogni concetto, ogni parola:
“Sono Dio. Lo sono sempre stato, lo sarò sempre. Un sempre però con riflessi affilati di diamante, se senza corrispettivi nelle lingue degli umani. Quando un uomo dice ti amerò sempre tutti sanno che quel sempre è una pagliuzza che si libra fragile e inconsistente nell’aria. Un voto velleitario, […] in altre parole una menzogna. Se invece sono io a dirlo, sempre è davvero sempre. Va fatto uno sforzo per capirsi” (1).
Forse il modo migliore è dare una definizione in negativo, smascherare tutti i miti e le false credenze: “Sono Dio e non ho bisogno di pensare. […] Un dio non guarda, non aspetta, non ascolta. Non digerisce, non agogna, non rutta” (1-2). Non ha un corpo comunemente inteso, certo non ha una folta barba e un aspetto imperioso come vorrebbe l’iconografia tradizionale, si è messo a scrivere, ma non sa con certezza – pur ovviamente sapendolo perfettamente nella sua infinita sapienza – per quale ragione. È perfetto e passa le sue giornate a fare infinite cose senza farne nessuna. E, soprattutto, non ha nessuna predilezione per l’essere umano. Grande estimatore delle profondità celesti, in cui ama perdersi in estatiche contemplazioni, Dio considera l’uomo un essere infimo e non si spiega bene come abbia fatto, nella sua limitatezza, ad ergersi al di sopra delle altre creature della Terra: “mi sarei […] aspettato che fossero i leoni, o gli scorpioni, o qualche tipo di combattive formiche. Non gli avrei dato un soldo, a quegli scimmioni che perdevano sempre più peli e si davano sempre più un tono da intellettualini” (68).

Ecce Homo, Ecce Divinus: Il Cacciatore Celeste di Roberto Calasso


Il Cacciatore Celeste
di Roberto Calasso
Adelphi Edizioni, 2016


pp. 439
€ 27





Già nel 1969 Émile Benveniste nel suo Il Vocabolario delle istituzioni indoeuropee si scontrò con la difficoltà di rintracciare una parola comune per indicare il termine "dio" in avestico, greco e latino: "La grammatica comparata, per il suo stesso metodo, porta ad eliminare gli sviluppi particolari per ricostruire il fondo comune. Questo modo di procedere lascia sussistere solo un numero molto ristretto di parole indoeuropee: non ci sarebbe così nessun termine in comune per designare la religione stessa, il culto né il prete, e nemmeno nessuno degli dei personali. Non resterebbe insomma alla comunità se non la nozione stessa di "dio". Quest'ultima è bene attestata solo nella forma *deiwos il cui senso proprio è 'luminoso' e 'celeste'; in questa qualità il dio si oppone all'uomo che è 'terrestre' (tale è il senso latino homo)". Da questo presupposto, da questa difficoltà e mutevolezza di rintracciare un termine comune per "dio", parte il libro Il Cacciatore Celeste di Roberto Calasso, uscito per i tipi Adelphi. Il Cacciatore Celeste è una peregrinazione, ora oscura ora luminosa, fra le storie sugli dei che, attraverso i secoli e toccando svariati popoli, sono arrivate fino a noi.

martedì 23 agosto 2016

Un Padrigale al giorno, prima del ritorno: il "canzoniere da tinello" di Salvatore Satta

Padrigali mattutini
di Salvatore Satta
Nota introduttiva di Valerio Magrelli
Ilisso, 2015

pp. 123

Euro 7,00



«Potrebbe continuare, ma non continua
essendo arrivata l’alba.
Ma la storia è veridica, ahimé.
Spero di tornare presto, e vi abbraccio».


Fate uno sforzo di memoria e provate a ricordare come era la vostra vita, specie dal punto di vista delle comunicazioni, prima che sms, chat e mail la rivoluzionassero senza misericordia. Provate a pensarvi ex novo (e pure ex abrupto) senza smartphone, senza tablet, senza PC. Immaginate ora di volere o dovere lasciare un messaggio a una persona, magari a qualcuno che abita con voi – genitore, coniuge, prole assortita e così via: vi sentireste perduti o tornereste naturalmente al classico binomio di carta e penna? E che cosa, e come lo scrivereste? Corsivo? Stampatello? Prosa nominale stile lista della spesa? Prosa criptica tale da mettere a dura prova la decodifica a chi non conosca il codice di riferimento? E poi: sentireste il bisogno di apporre un autografo? Una firma veritiera? Un soprannome che vi siete dati o che vi è stato affibbiato? Tali domande non vi paiano oziose, anche se siete tra coloro che non si stancano di scrivere “ti amo” sullo specchio del bagno perché il/la partner lo legga al risveglio o se fate parte di quella categoria di persone che ancora inviano cartoline dalle vacanze invece che spammare un detestabile selfie su tutti i social direttamente dall’“ombelico del mondo”. Meglio: queste interrogazioni non vi parranno più così ovvie dopo che avrete letto quelli che con una formula audace si potrebbero definire i deliziosi “pizzini” di Salvatore Satta, raccolti da Ilisso in un prezioso volumetto il cui titolo – Padrigali mattutini – annuncia già la natura ibrida di questa forma di comunicazione domestica tra il noto giurista e scrittore nuorese e la sua adorata famiglia.

Un Dio in rovina: una vita ordinaria, la letteratura che crea bellezza

Un Dio in rovina
di Kate Atkinson
Editrice Nord, Maggio 2016

Traduzione di Alessandro Storti

pp. 456
euro 18.60 (cartaceo)

Mi ritrovo ad osservare la pagina bianca prima di scrivere questa recensione decisamente per un tempo più lungo di quanto sono disposta ad ammettere. Cercavo le parole più adatte per introdurre degnamente un romanzo come Un dio in rovina dell’autrice inglese Kate Atkinson, già nota a pubblico e critica soprattutto per il suo lavoro precedente, Vita dopo vita, a questo piuttosto strettamente collegato. È chiaro, a questo punto, che le parole davvero giuste in effetti non sono arrivate, ma ci sono così tanti aspetti da analizzare, così tante chiavi di lettura e temi in questo romanzo che vale la pena buttarsi direttamente al cuore della questione. Atkinson con quest’opera, pubblicata in italiano pochi mesi fa ancora una volta da Nord Edizioni, si conferma autrice dallo stile ricercato, la sensibilità non comune e un’attenzione al dettaglio, la ricerca meticolosa ai fini della precisa ricostruzione storica, che è sempre qualcosa di ammirevole. Il romanzo precedente, incentrato sulle innumerevoli vite della protagonista, Ursula Todd, che drammaticamente si intrecciavano alla storia del primo Novecento, si era rivelato una lettura intrigante, capace di conquistare per la particolarità dell’espediente narrativo scelto, la prosa raffinata e le domande che inevitabilmente stimolava nel lettore, pagina dopo pagina, vita dopo vita.

lunedì 22 agosto 2016

Troppo jet-lag può dare alla testa: Diplomatico per caso di Guido Nicosia


Diplomatico per caso
di Guido Nicosia
Di Renzo Editore

pp. 208
14 




Quanto è bella, sia a livello ideale, come dal punto di vista umano ma anche retributivo la carriera del diplomatico? Ognuno di noi, se scruta a fondo nella lista delle proprie conoscenze (e, perché no, anche del proprio intimo), può citare sicuramente almeno un paio di persone a testa che, nel corso degli anni, hanno espresso il desiderio di intraprendere la carriera diplomatica. Ciò è molto più facile a dirsi che a farsi, in special modo in un Paese come il nostro in cui, per tutta una serie di motivi storici, sociali e antropologici, la carriera del diplomatico è stata sempre poco considerata e comunque a totale appannaggio della nobiltà (grande o piccola) o dei raccomandati oppure ancora dei protetti dei politici. Questo libro, Diplomatico per caso di Guido Nicosia edito da Di Renzo Editore, racconta invece la storia, un po' sui generis, di un diplomatico che ha fatto carriera senza "avere il sangue blu", senza ricevere spinte, almeno palesi, da questo o quel gran barone o ricevere favori da parte di certi politici. Un homo novus, come spesso ebbe modo di dire il suo stesso padre. Quindi, direte voi, un libro positivo, ideale per chi sogna di viaggiare per il mondo portando, fiero, la bandiera del proprio Paese e affinando la difficile arte della diplomazia? No, tutto il contrario: Diplomatico per caso è un libro modesto che infrange i sogni anche del più inguaribile dei romantici.

L'egoismo dei rapporti postmoderni

La trama del matrimonio
di Jeffrey Eugenides
Mondadori, 2011

Traduzione di Katia Bagnoli

pp. 480
€ 20 (cartaceo rilegato)


All'inizio pare un viaggio nelle università americane degli anni '80, quando i corsi di semiotica impazzano, la letteratura si apre al postmoderno, mentre Derrida, Eco e Barthes diventano argomenti di conversazione tra i giovani studenti. E in effetti è proprio Barthes dei Frammenti di un discorso amoroso a colpire la protagonista, Madelaine, fino ad allora cullata dalla letteratura inglese ottocentesca, e da un'idea di amore vittoriano e idilliaco. Ma la turris eburnea di Madelaine è destinata a lasciarsi espugnare, e questo a partire dall'incontro con Leonard, uno studente geniale e logorroico, che pare una caricatura dell'intellettuale snob dell'epoca. Leonard è sogguardato da tutte le donne con malizia, perché al campus le sue doti amatorie sono note; gli altri uomini, invece, vedono in lui un avversario da battere, magari facendo leva sulla sua stranezza... Anche Mitchell la pensa così, lui che è continuamente combattuto tra l'amore idealizzato per Madelaine e la tensione spirituale, inappagata e perciò indirizzata a tentoni verso quella o questa religione. 

domenica 21 agosto 2016

Dalla croce greca a quella latina con sfondo di mezzaluna: Itinerari italo-greci in Sicilia di Giuseppe Reina

Itinerari italo-greci in Sicilia
di Giuseppe Reina
Marsilio, 2016


pp. 161
€ 15




C’è stato un tempo in cui la bussola della Storia pareva come impazzita: poco dopo l’anno Mille, se si cercava il Nord si doveva andare a Sud. I normanni, un popolo fiero e battagliero proveniente dalla Penisola scandinava, da poco tempo convertitosi al Cristianesimo, “liberò” infatti la Sicilia dalla dominazione araba, ormai vecchia di un secolo. Questo Itinerari italo-greci in Sicilia. I monasteri basiliani  di Giuseppe Reina (noto storico dell’architettura che insegna all’Università di Catania), edito da Marsilio, è un libro utile a comprendere una ben selezionata porzione della questione, delimitando una precisa area di ricerca sia tematologica che geografica (i monasteri di culto greco ortodosso nell’area del Valdemone) per consegnarci un quadro, va detto abbastanza fedele, di quei tempi che ci appaiono così confusi ma anche così istruttivi per noi. Se è vero che dopo l’Anno mille l’ago magnetico della bussola della Storia per segnare il Nord si spingeva a Sud, di quel mondo “sottosopra” noi ritroviamo alcune tracce, indelebili, ancora ai giorni nostri, in special modo per quel che concerne l’incontro/scontro di culture.

sabato 20 agosto 2016

Il dolore di diventare grandi: "La meccanica del cuore" di Mathias Malzieu

La meccanica del cuore
(La mécanique du coeur)
di Mathias Malzieu

Feltrinelli, 2013
pp. 147  
€ 8,50

traduzione di Cinzia Poli





In equilibrio tra i toni della fiaba non edulcorata e quelli della narrativa surrealista, il testo di Mathias Malzieu (su cui ha già scritto diffusamente qui anche Giulia Pretta) fa scattare un cortocircuito che riporta immediatamente il lettore a La schiuma dei giorni di Boris Vian. Con questo capolavoro della letteratura francese della prima metà del XX secolo, la storia di Little Jack e Miss Acacia condivide la dimensione visionaria e l’attenzione quasi clinica all’andamento sinusoidale di una relazione amorosa, nonché il riuscito incontro – a livello stilistico e linguistico – tra la poesia e la realtà quotidiana. Ma il confronto finisce per risultare impietoso e il romanzo può essere apprezzato davvero soltanto una volta che si trova il coraggio di mettere da parte l’ipotesto e di considerare l’opera nella sua specificità.

venerdì 19 agosto 2016

L'Atlante dei luoghi maledetti, ovvero l'antiguida per le vostre vacanze

Atlante dei luoghi maledetti
di Olivier Le Carrer - Sibylle Le Carrer
Traduzione di Mara Dompé
Bompiani, 2014


pp. 134
21,50 euro



Mi sono concessa un salto in libreria dopo il lavoro per fantasticare un poco sulle ferie. Ho puntato dritto alla sezione dedicata alle guide turistiche, nel vano tentativo di evitare la consueta emorragia che subisce il mio conto a ogni ingresso in libreria. Il proposito era dei migliori: organizzare un minimo itinerario di viaggio – qualcosa di più del mio solito “arriviamo là e vediamo”. L’Atlante dei luoghi maledetti se ne stava in piedi, tra le guide turistiche, cellofanato. Troppo tardi. Ormai l’avevo visto. Il richiamo di tutto ciò che è elenco, compendio, inventario è per me più irresistibile di qualunque proponimento. È così che l’Atlante viene a casa con me, ancora sigillato dal cellophane. 

#CriticaNera - Un noir esistenzialista: "La citta dell'oblio" di René Frégni

La città dell'oblio
di René Frégni
Meridiano Zero, 1999

Traduzione italiana di Alberto Pezzotta

pp. 159
€ 7,00

Ralph gestisce un gruppo di scrittura per detenuti. Sin da bambino per lui la prigione ha significato “sotterraneo”, “bara” e “cimitero”. Lavorare in carcere doveva quindi essere un modo per comprendere questo mistero, ma dopo tanti anni ha scoperto “che non si addomestica la morte”.
Solitario, lasciato dalla moglie un anno prima, il protagonista condivide coi prigionieri un senso di isolamento, di alienazione rispetto al mondo esterno.
Quando non possono segare le sbarre, affilano la loro crudeltà. Ma quando la notte cala sulla prigione, in fondo alla propria cella ciascuno di loro piange pensando alla propria madre.

giovedì 18 agosto 2016

La successione di eventi non fa per forza un romanzo

Caffè amaro
di Simonetta Agnello Hornby
Feltrinelli, 2016

pp. 348
18




La storia: il classico amore eterno fra due persone che passano un bel pezzo di adolescenza e giovinezza a sfiorarsi senza capire la vera natura del loro sentimento. Nel frattempo lei si sposa con un altro senza essere convinta al 100% mentre lui appare e scompare. Ma la passione resta in agguato ed esploderà. Carnalmente e intimamente. Il marito di lei morirà e passata la più buia tempesta, quella della seconda guerra mondiale, i due potranno coronare il loro sogno. Un qualcosa di già visto, no?
C’è di più: il romanzo vuole essere, anche in questo l’autrice predilige un tipico sfondo, l’affresco del paese dove si svolge la vicenda: l’Italia, ma principalmente la Sicilia. Dall’epoca dei Fasci siciliani e del socialismo isolano alla guerra di Libia, dalla prima guerra mondiale al fascismo, dalle leggi razziali ai bombardamenti terribili che subì Palermo prima dello sbarco degli alleati. Così, mentre fai il tifo per gli amanti, ripassi anche un po’ di storia.

Discrasie amorose: Il malinteso di Irène Némirovsky

Il malinteso
di Irène Némirovsky
Adelphi, 2013

pp. 190  
€ 12,00

Titolo originale: Le Malentendu
Traduzione di Marina Di Leo



Yves e Denise si incontrano nel 1924 durante una villeggiatura estiva nella elegante cittadina di Hendaye, ed è subito amore. Lui è un ricco parigino decaduto, segnato dalla guerra appena trascorsa, costretto a un modesto e noioso lavoro impiegatizio per mantenere – sempre a fatica – un tenore di vita sopra le righe; ha “belle mani, fatte per l’ozio e per l’amore” e occhi trasparenti che a volte diventano “cupi, pieni di tedio e di malessere, insondabili come l’abisso” (22). Lei è moglie e madre, innocente e sensuale al tempo stesso, risata sbarazzina e caschetto di capelli neri. Yves la vede per la prima volta in spiaggia, mentre gioca con la sua bambina, e non riesce a non provare “una lieve, del tutto fugace, sensazione di angoscia” (17) quando la vede allontanarsi. Non gli è di alcun ostacolo conoscere personalmente il marito di lei, Jessaint, uomo gentile ed ex commilitone, nonché compagno di convalescenza in un ospedale da campo anni prima.

mercoledì 17 agosto 2016

"La regina Ginga" di José Eduardo Agualasa

La Regina Ginga
di José Eduardo Agualasa
Lindau, 2016

Traduzione di Gaia Bertonieri

pp. 214
€ 17


In alcuni casi le storie, sia esse vengano raccontate attorno ad un fuoco oppure lette su di un libro oppure su un ebook-reader, sono una somma di diverse storie. Magari, ed accade in pochi casi ma sono quelli i casi più da serbare nella memoria, questi gruppi di storie che formano una storia sono spiegati in modo semplice e dolce, come il chiaro gorgogliare di un torrente nel verde della campagna. Questo è il caso di La regina Ginga e come gli africani inventarono il mondo di José Eduardo Agualasa, uno dei più importanti scrittori angolani in lingua portoghese della sua generazione. La Regina Ginga è la storia di Francisco José da Santa Cruz, prete fresco di seminario sbarcato in Angola del 1620. Assieme a lui diventiamo protagonisti di un mondo, quelle delle colonie portoghesi del 1600 fatto di orizzonti tropicali, oceani che si attraversano in lungo e in largo e tutto l’esotismo e il fascino della cultura dell’Angola, anche chiamata Etiopia occidentale. La Regina Ginga e come gli africani inventarono il mondo è quel genere di storie che, alla stregua di una fattura o di un incantesimo ben riuscito, ti avviluppano e tengono strette a te, come un amante geloso o come la più coraggiosa delle madri: questo libro è un viaggio attraverso i continenti e gli animi degli uomini.

A passeggio con Tiziano Fratus: esplorando l'Italia "paradisiaca" dei parchi e dei giardini

L’Italia è un giardino.
Passeggiate tra natura selvaggia e geometrie neoclassiche
di Tiziano Fratus
Laterza, 2016

pp. 215
Euro 18.00

La persona che scrive questa recensione ha una fobia, piuttosto comune, per gli insetti. Non limitante come altre paure, certo, ma evidentemente foriera di inquietudini, specie nella bella stagione. Se fino a poche settimane fa si era affidata all'efficace esorcismo delle stampe e della bigiotteria a tema entomologico, ora, dopo la lettura di L’Italia è un giardino di Tiziano Fratus, si è persuasa di avere trovato un valido incentivo a vincere i suoi timori con una terapia d’urto che prevedrebbe la visita (meglio: la sosta prolungata) nei luoghi descritti dall’autore. E se pure mette in conto di scoprirsi ancora più vigliacca al cospetto di animaletti striscianti o volanti (magari con l’aggiunta di rinverdite allergie dell’infanzia più lontana) dubita però che potrebbe pentirsi di avere passeggiato in alcuni dei parchi e dei giardini – disseminati su tutto il territorio nazionale – che più mirabilmente godono delle cure dell’uomo da decenni e decenni. Da secoli, addirittura.

martedì 16 agosto 2016

“Non si muore a questa vertigine”: la poesia densa di Pietro Russo

A questa vertigine,
di Pietro Russo
Italic, 2016

pp. 67
12,00€

Prendendo in mano la prima raccolta di poesie del catanese Pietro Russo svanisce il ricordo scolastico di cui la poesia è intrisa nell’immaginario di molti lettori, anche dei più forti. A questa vertigine è una raccolta densa. La patina che ricopre ogni componimento esala continui echeggi e rimandi letterari: le scelte retoriche e di composizione fanno scivolare il contenuto da un verso all’altro, tanto da esigere una forte concentrazione per scandire bene i testi fitti di cesure ed enjambement strategici. Eppure la lettura non si affatica perché in ognuna delle sei sezioni in cui la raccolta è suddivisa si avverte una forte compente di quotidianità e vita reale in grado di strappare il concetto stesso di poesia dall’iperuranio dove spesso viene relegata, per avvicinarla alle sensazioni semplice provate da chiunque. Una raccolta vicina anche a chi è digiuno di poesia, quindi, uno punto di partenza dal quale scoprire le meravigliose anse del fiume dei versi che scorre imperituro nella storia letteraria ma che sovente viene ignorato dalle generazioni più giovani.
Alcuni dei testi sono stati (seppur in versioni più o meno modificate rispetto a quelli della raccolta) ospitati su Poetarum Silva, L’Estroverso, Carteggi Letterari o in 4x10, a testimonianza di una lunga gestazione di un figlio che, una volta venuto al mondo, sembra esplodere nel suo carattere esplorativo.

Quando un romanzo si fa dipinto: "La gentilezza" di Polly Samson

La Gentilezza 
di Polly Samson
Unorosso, Parallelo 45

Traduzione di Daniela Di Falco
€ 15
pp. 290
D'ora in poi questa sarà la mia vita: ricordare invece di vivere.
Julian è rimasto solo. Si aggira per la tenuta di Firdaws, la vecchia casa di famiglia nella campagna inglese, passando da una stanza in disordine all'altra con ripiani pieni di bottiglie di alcolici vuoti. Eppure, fino a poco tempo prima, lì risuonavano le chiacchiere della moglie, Julia, e le risatine della figlia, Mira. Ora non rimangono che poche tracce rivelatrici di quella vita precedente: un ornamento per capelli in seta tra le pagine di un libro e una scarpina in cuoio rosso sul fondo di un cassetto. Pochi fili che fanno riemergere ricordi di una vita passata: cosa è successo per far crollare tutto? Come mai Julia e la piccola Mira non ci sono più?
Non è la fine della tua storia, né l'unica. Hai avuto tanti doni, una fervida immaginazione, la capacità di scrivere (...) Hai conosciuto la felicità e ora il dolore. Ma, credimi, ci sarà ancora felicità.

lunedì 15 agosto 2016

Siamo disposti a farci raccontare gli istinti suicidari da vicino?

Le verigini suicide
di Jeffrey Eugenides
Mondadori, 2008

1^ edizione: 1993
Traduzione di Cristina Stella

pp. 213
€ 9,50


L'uomo non dovrebbe per sua natura rifuggere il dolore e prenderne le distanze il più possibile? Allora perché i narratori, testimoni più o meno diretti delle disgrazie in casa Lisbon, non riescono a dimenticare e, anzi, hanno dovuto (o voluto) provare a ricostruire con esattezza i dettagli di una vicenda familiare drammatica e luttuosa, quasi ferale? E perché anche i lettori non prendono la minima distanza dalle pagine di Eugenides, che trattano di morte e istinti suicidari senza il minimo pudore? 

domenica 14 agosto 2016

#Pillole d'Autore: Osare dire di Cesare Viviani


Spesso si sente dire che la poesia non vende, che nessuno legge più poesia. In realtà, non ha mai venduto abbastanza.
Quello poetico è sempre stato un genere elitario, con la differenza che oggi il pubblico si sente meno rappresentato dai poeti, che  cadono in componimenti troppo personali e poco condivisibili; in più,  si tende ad ancorare la poesia ancora ad un linguaggio lirico, inopportuno a rappresentare una società che di aulico non ha un bel niente. Per questo motivo, il lettore moderno  si sforza poco di capire quella che è la poesia contemporanea, che giudica incomprensibile e troppo azzardata; tuttavia, adesso non potrebbe essere altra da quella che è: sperimentale  e con precise intenzioni significative. Eppure, questo tipo di poesia ha bisogno della critica per essere compresa. Manca insomma di un accesso non mediato, che rende la lettura un piacere e non uno studio.

sabato 13 agosto 2016

#PagineCritiche - Le Olimpiadi come religione moderna: diritti umani, libertà e gioia

Le Olimpiadi come religione moderna
di Jürgen Moltmann
Edizioni Dehoniane, 2016

pp. 48
€ 6


Olimpiadi Messico 1968. Tre uomini con un semplice gesto decidono di mostrare al mondo che la paura non può nulla quando c’è in ballo la libertà. Sono Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos, i primi tre arrivati della bellissima finale olimpica dei 200 metri. Quel giorno però non conta solo la gara, perché le Olimpiadi sono una vetrina unica per parlare al mondo di diritti umani. Così, al momento della premiazione sul podio, i due americani Smith e Carlos indossano un guanto nero a testa e lo alzano verso il cielo. Due pugni al cielo per lottare contro la discriminazione della popolazione nera americana. Sul podio, oltre ai due americani, c’è anche un terzo protagonista, Peter Norman. Viene dall'Australia, un paese in cui le leggi sull'apartheid sono durissime: bianchi da una parte, neri e aborigeni dall'altra.
Prima della premiazione dice ai due americani: "Datemi uno dei vostri distintivi. Sono solidale con voi. Si nasce tutti uguali e con gli stessi diritti". Quando sale sul podio mostra al petto con coraggio e convinzione lo stemma del "Progetto olimpico per i diritti umani". Per quel gesto di libertà i tre atleti verranno emarginati. Smith e Carlos vengono cacciati dal villaggio olimpico e poi più volte minacciati. Peggio va all'australiano Norman: viene subito isolato dalla sua federazione che gli impedisce di partecipare alle successive Olimpiadi di Monaco del 1972. Con il tempo per lui le cose non cambieranno. Ventotto anni più tardi, per entrare nel comitato olimpico di Sydney 2000 gli chiedono di scusarsi; Norman non lo fa e continua a essere considerato un nemico. Nel 2006 Norman muore in seguito a un arresto cardiaco: a portare a spalla la sua bara ci sono i suoi due grandi amici, Smith e Carlos, che non lo dimenticheranno mai.