martedì 31 maggio 2016

#RileggiamoConVoi - maggio 2016

Ponte Coperto, Pavia - foto di ©GloriaGhioni

Cari lettori,
l'estate è alle porte, in questi giorni abbiamo saggiato il primo caldo e forse vi è venuta voglia di libri piacevolissimi, anche da ombrellone (non necessariamente poco impegnativi). Allora noi in redazione ci siamo messi d'accordo per suggerirvi, questo mese, uscite piuttosto recenti, pronte e fragranti per prepararvi al meglio di giugno! 
Come sempre, potete cliccare sul link e scoprire la recensione e/o l'incontro con l'autore. 

Buona lettura! 
La Redazione
***

Scrittori in Ascolto - Sui binari del romanzo con Alessia Gazzola

Giovedì 26 maggio presso la Casa Editrice Feltrinelli a Milano c'è stato l'incontro con Alessia Gazzola, giovane scrittrice di successo, autrice della fortunata serie di libri con protagonista la, ormai celeberrima, Alice, per l'uscita del suo nuovo romanzo: Non è la fine del mondo (che noi abbiamo recensito  qui).
Gazzola è una ragazza  che sprizza energia ed entusiasmo da ogni poro e dimostra come, pur essendo un'autrice che ha numeri da capogiro nell'editoria moderna, non ha perso la spigliatezza e l'aurea mediocritas di quando era studentessa di Medicina e Chirurgia in Sicilia. L'incontro, pensato per i blogger che collaborano con webzine letterarie, come abbiamo detto è stato l'occasione giusta per illustrare il nuovo libro e, soprattutto, la sua nuova protagonista, ovvero Emma. 

lunedì 30 maggio 2016

#Strega16 | Se avessero: il romanzo della probabilità

Se avessero
di Vittorio Sermonti
Garzanti, 2016

pp. 224
€18 (cartaceo)



È il maggio 1945, zona Fiera di Milano. Suonano alla porta tre partigiani con i mitra sullo stomaco. Qualcuno aveva spifferato ai partigiani di aver visto in quella casa un uomo con la divisa da fascista:  Rutilio, fratello di Vittorio appena quindicenne.
Cosa sarebbe accaduto Se quei tre giovani partigiani gli avessero sparato, cosa sarebbe accaduto Se avessero sparato a mio fratello?
È questa la domanda di partenza, l’interrogativo che accompagna il flusso di coscienza durante tutta la narrazione. Un romanzo della probabilità, del se, ma Sermonti  un’altra strada possibile non ce la mostra.

«Devo ammetterlo, l'avventura non fa per me. Sono uno scrittore che vive da solo, e va bene così»... David Thomas, a guardare il mondo

Non ho ancora finito di guardare il mondo
di David Thomas
Marcos y Marcos, 2016

Traduzione di Maurizia Balmelli

pp. 192
€16 (cartaceo)


A prima vista, potrebbe sembrare una raccolta di racconti o di frammenti? Meglio forse vedere Non ho ancora finito di guardare il mondo come una raccolta di visuali diverse sul mondo, da prospettive inconsuete che, talvolta loro malgrado, si compenetrano e tracciano fili invisibili all'interno del libro, che pare rispondere a una calibratissima costruzione a posteriori, dopo aver annotato/rivisto/elaborato puro istinto messo su carta. 
Anche se i frammenti, tutti dotati di titolo e di diversa lunghezza, possono essere letti disgiuntamente, va detto che sono spesso accomunati dall'ironia, spesso irridente, che nasce dalla forte discrasia tra il luogo comune e il suo gustoso sovvertimento. Ma l'ironia non è altro che il contraltare della malinconia, esprime il tentativo di affrancarsi dalla sofferenza (Sette anni) e dalla solitudine (Transumanza), altri due temi approfonditi e molto presenti. Sono i rapporti amorosi a essere colti nel loro naufragio, tra rabbia (Un uomo), ripensamenti (Errore), nostalgie, profonda mancanza. E allora si tratta dell'abbandono (fisico e/o amoroso), tra addii ricevuti (Quando ho smesso di fumare), dati (Dieci anni esatti) o rimandati (Urli). Altrove si leggono i compromessi di chi ogni giorno ama e si lascia deludere dall'altro (Caverna); eppure non sa rinunciare a questo cocktail di sentimento e frustrazione (Sola con te seguito da Solo con te; Cercare). Ma c'è anche la forza dell'innamoramento (inspiegabile, in Niente di più semplice), con il trasporto e la soddisfazione di chi si è staccato da una naturale inettitudine (Casa). Non manca l'abitudine dell'amore, quello tra vecchi coniugi ormai avvezzi l'uno all'altro (Brutta; Topi di campagna). 

domenica 29 maggio 2016

#SalTo16 - Le chicche da lettrice curiosa

TEMPO DI INTERVISTE...


Sapete che la stanchezza non abbatte per niente di grandi autori? Anzi! Alessandro Robecchi (in libreria con Di rabbia e di vento, Sellerio) e Antonio Manzini (amatissimo con le Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, Sellerio) mi hanno dimostrato grande ironia e giocosità nell'andare a caccia di un posto un po' meno caotico per registrare la nostra intervista. Sono stati due incontri splendidi, che hanno fatto dimenticare per un'ora il tempo incalzante del Salone. Entrambi si sono misurati con il giallo italiano e hanno detto la loro, sui romanzi e anche su altri progetti. 

sabato 28 maggio 2016

#SalTo16: lasciarlo decantare per (de)scriverlo più vero

Il pass di quest'anno a #SalTo16

Ci sono eventi che colpiscono da vicino, e questo per me è stato il Salone del Libro 2016, che mi ha vista presentatrice, ospite, intervistatrice e addetta alla comunicazione digitale. Insomma, una bella sfida che, lì per lì, mi ha lasciata tanto stordita da rendere impossibile una riflessione oggettiva. Non la leggerete neanche ora, ma almeno potrò smettere di trasalire a ogni ricordo. Partiamo...

venerdì 27 maggio 2016

Una Jane Austen in mezzo ai glicini: Non è la fine del mondo di Alessia Gazzola

Non è la fine del mondo
di Alessia Gazzola
Feltrinelli, maggio 2016

pp. 216
€ 15




Il nostro mondo sarebbe lo stesso se non fosse esistita Jane Austen? Viene proprio spontaneo chiederselo quando si finisce di leggere Non è la fine del mondo (ovvero La tenace stagista ovvero Una favola d'oggi) di Alessia Gazzola, edito per Feltrinelli. Già perché lungi dal voler essere una sorta di imitazione tout court della grande scrittrice inglese, le atmosfere, le suggestioni e l'iconografie (ed ideologie) da romanzo regencey regnano sovrani in questo libro. Ma non è l'unica nota che emerge con forza da Non è la fine del mondo: è anche un volume spiritoso, riflessivo e che costruisce un nuovo personaggio nell'immaginario femminile di Alessia Gazzola, una delle più prolifiche e di successo tra le scrittrici italiane. In mezzo ai glicini in fiore, tinte e tonalità incredibilmente varie e squisitezze della pasticcerie francese le "piccole" Jane Austen di trentanni crescono in un mondo tanto più grande di loro e per questo così affascinante.

L'illusionismo dei racconti noir di Jack Ritchie



È ricca, la sposo e l'ammazzo
di Jack Ritchie
Marcos y Marcos, 2016
Traduzione di Sandro Ossola
pp. 315
€ 10,00


 È vero, ci vogliono soldi per fare soldi. E, ovviamente, un po' d'immaginazione aiuta.
Per realizzare un valido spettacolo di magia ci vogliono due elemnenti: il primo è un bravo prestigiatore, ovviamente. Uno che conosca il proprio mestiere e sappia ammantare di mistero anche un banale trucco con le carte. Il secondo elemento è un pubblico pronto e desideroso di farsi ingannare. Una platea disposta a guardare il dito mentre il mago indica la luna. La raccolta di racconti di Jack Ritchie contiene entrambi questi elementi.

giovedì 26 maggio 2016

Squilibri dissacranti per la giovane Jane Austen


Signorina attaccabrighe
di Jane Austen
Donzelli, 2016

pp. 53
€ 21,00 

Illustrazioni di Andrea Joseph
Traduzione di Bianca Lazzaro


La pubblicazione da parte di Donzelli di Signorina Attaccabrighe, scritto giovanile di Jane Austen, produce negli ammiratori della scrittrice inglese il primo vero brivido da quando Newton Compton ha messo sul mercato Lady SusanI Watson Sanditon. Tutte queste brevi prove narrative si rivelano inevitabilmente meno curate e soddisfacenti rispetto ai romanzi completi, ma rappresentano un'occasione per sentire un'autrice amata ancora viva, ancora vicina. Rendersi conto che, dopo aver letto tutto quel che si poteva leggere, dopo aver ripreso in mano più e più volte i testi prediletti, resta ancora qualcosa di nuovo da scoprire concede all'austeniano appassionato un momento di puro piacere.

#CriticaNera - «Certe volte le storie ti cercano loro...»

Di rabbia e di vento
di Alessandro Robecchi
Sellerio, 2016

pp. 410
€ 15

«Perché mi ha chiamato, Carella?»
«Perché lei mi suona male, Monterossi, lei è uno che chi fa un'indagine non vorrebbe mai troversi in mezzo alle palle. Lei pensa, questo non va bene. Poi vuole fare giustizia, e questo è peggio. La giustizia non c'è, Monterossi, se lo vuole mettere in testa o no?». (p. 328)

Certe volte sono le storie a cercarti, e Carlo Monterossi sa bene che scappare non serve a niente (cfr. p. 238): e dire che si è già imbattuto nella polizia! Ma ecco che torna a incontrare il vice sovrintendente Tarcisio Ghezzi e a battibeccare con il suo sottoposto, Carella (e a far divertire e riflettere noi lettori). Il motivo? Un efferato omicidio che sevizia una giovane escort, in una fredda notte milanese sferzata dal vento. 
E dire che Carlo aveva conosciuto da poco la bellissima e singolare Anna! Era andato a casa sua, l'aveva ascoltata parlare, e l'alcol aveva fatto il resto: no, non aveva sciolto gli imbarazzi, aveva fatto mormorare ad Anna di un "tesoro" fantomatico. Lì per lì Carlo non ci aveva prestato attenzione, e anzi aveva lasciato che Anna si addormentasse sulla sua spalla, ma poi...? Nella notte, aveva scelto di chiudersi la porta alle spalle e tornare a casa propria. Di certo Carlo non poteva immaginare che non avrebbe rivisto la ragazza, se non in una foto della scientifica. In parte per il senso di colpa, in parte per un profondo senso di ingiustizia, ecco che Carlo non si dà pace:
Starsene buono e zitto? Aspettare gli eventi? Leggere i giornali sperando di trovare in un titolo la soluzione del caso?... Sono cose che non vanno d'accordo con la sua rabbia. (p. 199)

mercoledì 25 maggio 2016

È così che si uccide: e se la nostra più grande debolezza fosse anche la nostra forza?


È così che si uccide
di Mirko Zilahy
Longanesi, Milano, gennaio 2016

pp. 410
16,40 euro



Mirko Zilahy lavora da anni nell’editoria italiana, occupandosi dei testi scritti dagli altri, limandoli e definendoli come editor e dando loro nuova vita in italiano come traduttore.
Dopo aver trascorso lungo tempo in compagnia delle idee degli altri, dei mondi creati dalla fantasia altrui, partecipando in maniera attiva, ma defilata, dietro le quinte, al processo creativo che porta alla nascita di un libro, Zilahy ha deciso di passare dall’altra parte dell’invisibile barricata: diventare un autore. Il risultato è È così che si uccide, thriller ambientato in una Roma inedita, sotto una pioggia incessante, popolata da fantasmi di uomini e spettri d’impossibili e sinistri monumenti: il Gazometro, il Porto fluviale, il mattatoio di Testaccio, la centrale nucleare di Latina.

"La faccia delle nuvole" di Erri De Luca


La faccia delle nuvole
di Erri De Luca
Feltrinelli, 2016

pp. 96
€ 9 (cartaceo)


Non lo sapevo, ma Erri De Luca ha tradotto alcuni libri della Bibbia. Mi piacerebbe sapere da che lingua, se dal greco o da qualche versione precedente in ebraico. Forse la seconda, dato che il suo nuovo libro La faccia della nuvole è pieno di citazioni, soprattutto etimologiche, in questa lingua. Un aspetto, questo, che sicuramente aggiunge fascino all'autore napoletano e spessore al testo.

La faccia delle nuvole racconta la storia delle storie: quella di due genitori e della nascita del loro primogenito. I due genitori si chiamano Iosef e Miriàm, il bambino Ièshu. Siamo in Israele e gli anni di Erode, quindi sì, è la storia della vita di Gesù. Erri De Luca la racconta in un lungo dialogo fra i protagonisti, soprattutto i genitori, ma anche compaiono sulla scena i Re Magi, i pastori, un universo narrativo popolato da figure che tutti – anche i non credenti – sanno riconoscere, memorie di catechisimi dell'infanzia. Un dialogo intervallato da interventi del narratore, voce diegetica che tiene le fila del discorso, e guida il lettore con riflessioni, spiegazioni.

martedì 24 maggio 2016

"L'uomo dei dadi" e il metodo della follia

L'uomo dei dadi
di Luke Rhinehart

Marcos y Marcos, 2016

pp. 688
12 €




Tira il dado. Il dado sceglie per te. Tu non hai colpa, non hai responsabilità. Hai affidato tutto il potere al dado e non c'è modo di tornare indietro. La parabola paranoide, folle, eccitante di Lucius Rhinehart parte dal momento in cui decide, quello sì l'unico momento conscio e responsabile, di voler affidare a un banale dado da gioco a sei facce la scelta di ogni sua prossima mossa. In principio, piccole azioni senza importanza. Luke fa lo psicanalista, è un uomo solido, quel che si direbbe un professionista affermato, ha una famiglia; eppure la seduzione costituita dall'ignoto, il baratro estatico dell'inconsapevolezza, l'irrazionalità scelta per convinzione hanno la meglio sulla ripetizione della quotidianità che tranquillizza e soffoca. E il lancio dei dadi diventa il più serio di tutti i giochi. La storia ce la racconta lo stesso Rhinehart ne L'uomo dei dadi, pubblicato qualche anno fa da Marcos y Marcos nella traduzione di Marina Valente e oggi ristampato in versione Mini. È davvero un libro tascabile, una sorta di breviario che rimane con te per circa 700 minipagine e che ti risucchia irresistibilmente nell'abisso della tecnica della dispersione del sé. 

#CriticaNera - Un romanzo con delitti: "Ischia" di Gianni Mura

Ischia
di Gianni Mura
Feltrinelli, 2012

pp. 175
€ 14,00

Mura ricomincia da dove ci aveva lasciati con Giallo su giallo: dal commissario Magrite e dal “giornalista” che è molto più che un alter ego dell’autore; dal Tour e dal buon cibo. Tutto come prima allora? Non esattamente, perché se personaggi e temi ricalcano quelli del romanzo d’esordio e, soprattutto, se l’architrave è ancora il cortocircuito tra realtà e finzione (portata a livelli estremi: la prima avventura scritta dall’autore è citata esplicitamente come prodotto librario, mentre Ischia è dedicato a Carlo Pierelli, quel Carletto amico di Mura di cui si parla nel romanzo), questo nuovo capitolo presenta un vistoso cambiamento, ovvero la scelta della terza persona a narrare le vicende; una presa di distanza, un passo che si muove da territori pesantemente autobiografici verso lidi più letterari, tanto che il citato “giornalista” si accomiata praticamente subito e lascia spazio al commissario, vero centro del romanzo.

lunedì 23 maggio 2016

Perché l'amore non invecchia affatto. Anzi...

20 lezioni d'amore di filosofi e poeti dall'antichità ai giorni nostri
di Armando Massarenti
Utet, aprile 2016

pp. 131
€ 12 (cartaceo)


Non sorprende affatto che al Salone del Libro di quest'anno una lunghissima coda di persone attendesse l'incontro dedicato alle 20 lezioni d'amore. In molti, per di più, finiti i posti disponibili, si sono fermati fuori dalla sala a seguiresugli schermi l'appuntamento con Massarenti. E questa dedizione si comprende aprendo il libro, perché in questa nuova uscita il filosofo ha saputo dimostrare l'eternità e l'assenza di barriere dell'amore. Filosofia e poesia, mondo latino e mondo greco, ieri e oggi: ecco che lasciando parlare i testi e commentandoli con grande rispetto e sobrietà, Massarenti fa sì che il lettore arrivi alla sua riflessione, senza presentare interpretazioni preordinate. E coniugando la precisione di traduzioni selezionate a qualche pagina di intervento sui singoli testi scelti, il lettore "assaggia" la bontà dell'amore in Ovidio, Catullo, Cicerone, e sente che tutto questo non gli basta. Come una nuova passione appena scoperta per un cibo esotico, che talvolta si credeva indigesto, ma di cui non ci si può mai saziare, ogni lezione d'amore ne prepara un'altra: quella di andare a cercare il testo originale, approfondire, sfogliare, godere della voce dei classici e scoprire quanto amore sia nascosto ad esempio, tra le pagine di Agostino, Voltaire, Nietzsche. 

Storia di un geografo spaesato: Premessa per un addio di Gian Luca Favetto

Premessa per un addio
di Gian Luca Favetto

NNEditore
2016
pp. 192

€ 13,00 [cartaceo]



A dispetto del lampante paradosso, Tommaso Techel, di professione geografo, è un uomo esistenzialmente disorientato. E del resto la sua idea di geografia, in cui il lettore si imbatte già nelle primissime pagine di questa Premessa per un addio di Gian Luca Favetto, è epistemologicamente poco ortodossa:"la geografia si occupa di uomini più che di montagne e fiumi, di popoli e culture più che di confini, e non ha leggi ma costumi e tradizioni. [...] La geografia è l'antropologia del territorio [...]. Ogni uomo è il risultato di una carta geografica [...]" (p. 13).

domenica 22 maggio 2016

Branzini contro squali: una storia da raccontare. Incontro con Elisabetta Sgarbi e Eugenio Lio allo ScrittuRa festival.

L'appuntamento - nel corso dello splendido ScrittuRa Festival di Ravenna, diretto Matteo Cavezzali e giunto alla terza edizione -  è in centro a Ravenna, in piazza Unità d'Italia. Elisabetta Sgarbi arriva un poco in ritardo. La segue Eugenio Lio, un altro dei naviganti de La Nave di Teseo, la casa editrice fondata appena sei mesi fa. Arriva quasi correndo, bellissima, passa di fianco alla platea in attesa e ci saluta uno a uno con un “buonasera, scusate il ritardo, c’era un incidente a Lodi”. Ci tiene a spiegare che in prima fila c’è anche suo padre, novantenne autore esordiente per Skira. Ora sta scrivendo un altro libro, il terzo. Sorride. “Pubblicarlo da noi...? No, non lo soffierei mai all’editore Skira che per primo ha creduto in lui.” Essere intellettualmente onesta le viene naturale, come respirare.

sabato 21 maggio 2016

#CritiComics - Jekyll e Hyde a fumetti: lo strano caso di un adattamento fedele ma non sottomesso

Roberto Recchioni presenta: I Maestri dell'Orrore
Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde
di Stefano Marsiglia, Francesco Francini e Riccardo Frezza
Star Comics, 2015

pp. 211
€ 15.00

Scrivere un adattamento da un'opera letteraria è sempre gettare un punto di vista nuovo sulle vicende e i temi che i lettori conoscono bene. Come ci si approccia però a un adattamento di una storia raccontata così tante volte da essere diventata non solo parte della cultura popolare, ma anche il palcoscenico prediletto quando si vuole affrontare il tema della lotta interiore tra bene e male (al netto anche di travisamenti di significato e relative semplificazioni)? E' questo il caso de Lo strano del dottor Jekyll e del signor Hyde, opera raccontata e rimasticata in tutte le salse (dal cinema ai fumetti, dai cartoni animati al musical), rielaborata e rinarrata così tante volte che ormai la versione che abbiamo nella nostra testa ci sembra più fedele rispetto a quella originale.

In una sua introduzione al libro di Stevenson, Joyce Carol Oates faceva notare proprio questa particolarità del romanzo:
Come altre figure mitopoietiche quali Frankenstein, Dracula, e persino Alice (nel paese delle meraviglie) anche Dottor-Jekyll-e-Mister-Hyde, nel secolo successivo alla pubblicazione del famoso romanzo breve di Robert Louis Stevenson, diventa una sorta di creazione autonoma. Ciò significa che persone che non hanno mai letto il romanzo, che in realtà non leggono, conoscono Jekyll-Hyde attraverso la cultura popolare, nonostante tendano a parlarne in modo approssimativo; come se fossero due esseri distinti: Dottor Jekyll e Mister Hyde. [Traduzione di Elena Ferrazzi]

venerdì 20 maggio 2016

#CriticaNera - La fragile realtà che ci circonda: "Bologna non c'è più" di Massimo Fagnoni

Bologna non c'è più
di Massimo Fagnoni
F.lli Frilli Editore

La differenza sostanziale tra noir e poliziesco credo risieda principalmente in un elemento di base: in entrambi i generi avviene un crimine che sovverte l’ordine della società in cui si commette. Tuttavia, se nel poliziesco il detective risolvendo il delitto riporta ordine nell'universo che lo circonda, nel noir il delitto è manifestazione esplicita dei problemi e delle contraddizioni che affliggono la società: la sua soluzione non riporta l’ordine, ma, anzi, lascia tutti i problemi che l’hanno causato irrisolti e scoperti. Li rende visibili, li smaschera. L’indagine, con le sue scoperte, infatti, solleva il tappeto sotto il quale chi detiene il potere nasconde i guai della realtà. Quest’azione di disvelamento è profondamente sovversiva e temuta: forse per questo il noir è sempre stato considerato un genere letterario basso e incolto, in gran parte delegittimato.

giovedì 19 maggio 2016

#SalTo16: tra anime arabe e zuppa di lenticchie a colazione


14-15 maggio 2016, Torino. Non c’è definizione che tenga, Il Salone del Libro è tante cose: uno spazio di esperti che s’incontrano, luogo dove si vendono più persone che libri,  ma anche e sempre una fiera di popolo.
Alla manifestazione quest’anno hanno preso parte ben oltre mille editori, di tutte le dimensioni, proponendo presentazioni e incontri con gli autori, reading  e interviste.
Tra gli ospiti più attesi, Shirin Ebadi, avvocata e attivista iraniana,  prima donna musulmana a ricevere il Premio Nobel per la Pace nel 2003, che ha presentato insieme a Concita De Gregorio, la sua ultima opera politica:  Finchè non saremo liberi. Iran. La mia lotta per i diritti umani. 
Molti gli scrittori italiani come Roberto Saviano che festeggia i dieci anni dalla pubblicazione di Gomorra,  Arnando Massarenti con le sue 20 lezioni d’amore e tantissimi altri. Tra gli ospiti stranieri la scrittrice americana Marilynne Robinson, icona nazionale che, come lei stessa racconta, recentemente è stata omaggiata dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama con una visita a casa sua. Il Salone non si è fatto mancare momenti toccanti, come quello con Antoine Leiris l’uomo che a Parigi ha perso la moglie nella strage del Bataclan ed ha commosso tutto il mondo con la sua lettera ai terroristi intitolata Non avrete il mio odio. Apprezzati e affollati gli incontri con gli scrittori arabi, spesso sconosciuti a un pubblico italiano curioso ma soprattutto interessato a ricevere risposte su un mondo che affascina e spaventa.

Una metropolitana chiamata società: Il tempo del disincanto di Massimo Ilardi

Il tempo del disincanto.
Per dimenticare il passato, rinnovare il futuro, vivere il presente
di Massimo Ilardi
Manifestolibri, 2016


pp. 132
16 




Il libro Il tempo del disincanto - Per dimenticare il passato, rinnovare il futuro, vivere il presente di Massimo Ilardi edito per Manifestolibri è uno di quei volumi che andrebbero sempre portati in borsa oppure nello zaino, specie se si vive o si è pendolari, studenti o lavoratori non fa differenza, in qualche grande città sparsa nel mondo (ancora meglio se italiana). Infatti questo studio è utile per comprendere meglio dove stia andando la società contemporanea. Massimo Ilardi  insegna Sociologia urbana nella Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, Università di Camerino ed ha uno sguardo lucido, interpretando in modo, va detto abbastanza innovativo, determinate dinamiche sociali. Il luogo ideale per leggerlo è, possibilmente, tra una fermata e l'altra della metropolitana: in fondo questo è un libro eminentemente metropolitano, nel senso che è scritto, pensato e rivolto per essere "in mezzo alla città".

mercoledì 18 maggio 2016

Incontro con Giulio Perrone e col suo esordio narrativo, "L'esatto contrario"

L'esatto contrario
di Giulio Perrone
Rizzoli, 2015

€ 18,50
pp. 227



“Non sono uno particolarmente tosto, non sono un eroe, non ho mai voluto esserlo”: lo dice Riccardo Magris, protagonista di L’esatto contrario di Giulio Perrone, primo romanzo dell’editore romano. Incontro Perrone un pomeriggio di primavera a Messina, ed è una persona di quelle che ti scatta subito la simpatia – è alla mano, autoironico, non si dà le pose che il suo mestiere in teoria giustificherebbe (lui che ha scoperto talenti come Paolo Di Paolo). Mi viene in mente Riccardo, mi chiedo quanto di lui ci sia in quel personaggio, glielo chiedo. “Non è autobiografico – Riccardo è scapolo, io ho famiglia e figli,” dice. “Anzi, addirittura in una prima versione del romanzo Riccardo era un personaggio più tecnico, un addetto ai lavori, molto cerebrale e poco umano”. “E poi?”. “Poi c’è stata una virata, quando il romanzo era ormai finito e pronto per essere spedito all’editore. Quando mia moglie, editor, fuori dai denti e a romanzo quasi in stampa mi ha detto: 'Non c’è la tua voce dentro'; + stato allora che ho bloccato tutto, ho rimesso mano al manoscritto, ed è venuto fuori un personaggio che incarna tante delle persone vere che mi circondano, tanti amici, preari esistenziali.”

martedì 17 maggio 2016

#ScrittoriInAscolto: Kathryn Hughes, autrice di "La Lettera"

A poche settimane dalla pubblicazione italiana del suo romanzo d'esordio, La Lettera, caso editoriale nel Regno Unito e tradotto in tutto il mondo, raggiungiamo l'autrice, Katrhyn Hughes, per discutere con lei del libro. Tra routine di scrittura, ricordi e nuovi progetti, Hughes risponde alle domande scaturite dalla lettura del romanzo che, nonostante qualche difetto, resta comunque un buon eserodio, in cui non mancano spunti di riflessione interessanti: tra questi, la riflessione intorno al tema della violenza domestica e l'adozione.

Foto ©Craig Jackson

La Lettera è il suo primo romanzo. Che cosa l’ha ispirato? Può raccontarci qualcosa a proposito del processo creativo, della sua routine di scrittura?

La prima volta che ho avuto l’idea per il libro risale a diversi anni fa, intorno al 2006, credo, ma stavo ancora lavorando e avevo due bambini a cui badare. Mi intrigava l’idea della scoperta di una lettera, una che non fosse mai stata recapitata e letta dal suo destinatario. Non ho idea di come mi sia venuta questa ispirazione e ci sono voluti diversi anni perchè si trasformasse in un romanzo. Non avevo una routine di scrittura vera e propria, ho solo cercato di incastrare la scrittura tra lavoro e figli. Ora che scrivo a tempo pieno, le mie giornate sono molto più strutturate. Ho un ufficio nel giardino di casa così mi sembra di uscire per andare al lavoro. Se riesco a sedermi alla scrivania intorno alle 10 del mattino allora considero iniziata bene la giornata.

Ho trovato interessante la tecnica narrativa utilizzata nel suo romanzo. Può spiegarci le ragioni dietro la scelta di utilizzare narratori e periodi storici differenti?

Il mio obiettivo mentre scrivevo La Lettera era di mantenere vivo l’interesse del lettore pagina dopo pagina. Ho cercato di finire ogni capitolo in modo che il lettore fosse stimolato a continuare con la lettura. Avere un doppio sguardo sulla storia lo ha reso più semplice, permettendomi di passare da una trama all’altra.

"Libri migranti" di Melita Richter

Libri migranti 
di Melita Richter
Isernia, Cosmo Iannone Editore, 2015

pp.270

Cosa rimane delle letture di una volta ? Quei libri che attraversarono con me l’Atlantico sono ancora qui, nella babele che è diventata la vasta biblioteca di casa. Hanno le pagine gialle, un po’ sgualcite, piene di sottolineature profonde come cicatrici. Alcuni li ho riletti, alcuni li rileggo ancora, soprattutto le raccolte di poesie.[1]

Quali sono i libri che hanno accompagnato la nostra vita? Quali letture sono state importanti nei momenti di cambiamento, di svolta, di rinascita emotiva tra una fase e l’altra dell’esistenza? Libri migranti dà voce alle molteplici e intense esperienze di migrazione di persone che si sono spesso spostate verso nuove sedi di vita rispetto al proprio paese natio. Donne e uomini hanno vissuto un’esperienza di dispatrio non sempre cercato, ma che è diventato un fenomeno migrante di sopravvivenza rispetto a situazioni politiche invivibili e di forte aggregazione nei nuovi paesi di accoglienza. Molte di queste voci narranti hanno fatto dello spostamento geografico, un aspetto ciclico della loro esistenza necessario per l’evolversi della loro vita, consimile all’alternarsi delle stagioni.

lunedì 16 maggio 2016

#ScrittoriInAscolto: incontro con R.J. Ellory

R.J. Ellory è uno scrittore inglese conosciuto e tradotto in tutto il mondo. In questi giorni si trova in Italia per promuovere due romanzi inediti pubblicati dalla casa editrice palermitana 21 editore: Il diavolo e il fiume e Il circo delle ombre.

L'abbiamo incontrato al Mondadori Store di via Marghera, a Milano; Manuel Figliolini de La Bottega del Giallo ha introdotto Ellory presentando i suoi romanzi che si muovono tra il thriller psicologico, il noir, il mistery. "Storie morali" le definisce l'editore di Ellory, romanzi che non si reggono solo su una trama serrata e riuscita, ma indagano nel profondo il perché i personaggi sono quello che sono, cosa li spinge ad agire come fanno.

Ho chiuso l'ultima pagina di Il diavolo e il fiume qualche ora prima di incontrare l'autore. Per questo quando è iniziato l'incontro la mia testa era ancora a Whytesburg, in Mississipi (un fictional place che tanto ricorda la reale provincia d'America) con lo sceriffo John Gaines a indagare sul caso di Nancy Danton.
Il romanzo comincia con la scoperta del corpo di una giovane donna che viene dissotterrata dalla sponda del fiume. Il cadavere è perfettamente conservato e porta gli atroci segni di un omicidio rituale. Qualche ora più tardi l'incredibile scoperta: il corpo appartiene a Nancy, una ragazza morta vent'anni prima, nel 1954, che è scomparsa in una sera d'estate e non è mai più tornata a casa.
John Gaines, un personaggio che ha fatto la guerra del Vietnam e che dai fantasmi della guerra è ancora perseguitato, è chiamato a indagare sulla vicenda e scopre un lato oscuro di Whytesburg, piccola città dove non succede mai nulla ma che ha nascosto per decenni questi segreti.

Niccolò Machiavelli: uno sceneggiatore sul palcoscenico della storia

La stanza del principe
di Alessandro di Nuzzo
Wingsbert House, 2015

pp. 157
14 € 




- Avete conosciuto i re?- fa Baccio - I paesani dicono che quel che si racconta sulla vostra vita è favola...-
Sul palcoscenico della storia si muovono i "grandi". Sia che si parli di narrativa, sia che si tratti di volumi di studio, le prime donne che rubano la scena sono sempre le stesse. Vestendo i panni di varie dramatis personae che rispondono a nomi come Alessandro, Cleopatra oppure Napoleone ci troviamo sempre di fronte il geniale stratega, il condottiero visionario, il furbo e potente politico. Per dirla con una parola sola: i protagonisti. Eppure, senza tecnici del suono, costumisti, sceneggiatori e suggeritori in buca, lo spettacolo teatrale non esisterebbe o, quanto meno, non avrebbe lo stesso impatto e la stessa qualità. Il protagonista de La stanza del principe è il primus inter pares dei grandi tecnici che hanno diretto le fila della storia e della politica: Nicolò Machiavelli.

sabato 14 maggio 2016

#CritiComics - "Quasi signorina": gli anni Novanta di Cristina Portolano

Quasi signorina
di Cristina Portolano
Topipittori, 2016

pp. 160
€ 16.00

Solitamente i fumetti autobiografici sono un buon modo per raccontare cose importanti senza fare il minimo sforzo. Che è il modo peggiore per farlo: fatto di vita, ricordo divertente ma malinconico, moraletta e via andare, il nostro dovere lo si è fatto. Per questo li odio. Non li sopporto perché ci trovo sempre una profonda mancanza nell'osare allontanarsi dalla propria vita, da quello che si è fatto e visto, per provare a raccontare qualcosa di diverso ma che sappia scorrere in parallelo con il proprio vissuto. Anche perché solitamente gli autori non hanno il coraggio di trasformare la propria persona in un personaggio, sintetizzandosi e semplificandosi sino ad acquisire una complessità narrativa più interessante della loro vera personalità. Pensate a Crumb, pensate a Gipi che si riducono ai minimi termini del foglio bianco e solo in quel momento sono in grado di esprimere odio, dolore e felicità senza preoccuparsi di quel che succederà alla propria persona e di come questa venga percepita dai lettori una volta che si andrà a scontrare col proprio personaggio. Magari è solo un mio problema sia chiaro, probabilmente dovuto al fatto - come già spiegavo altrove - che trovo poco interessanti i racconti che rielaborano i vissuti generazionali senza l'intermediazione di una storia, di un intreccio, di una trama. Se proprio fossi obbligato a entrare nell'odiosa spirale della nostalgia fatta dei ricordi della scuola elementare, dei giocattoli, dei cartoni animati, della musica dei miei quindici anni, preferirei farlo coi miei amici piuttosto che con un libro che utilizza lo stesso linguaggio e le stesse modalità narrative di quattro trentenni che parlano delle Tartarughe Ninja.

venerdì 13 maggio 2016

La lettera: di amore, violenza e segreti

Foto ©Debora Lambruschini
La lettera
di Kathryn Hughes
Editrice Nord, maggio 2016

Traduzione di Chiara Iacomurzio

pp. 352
euro 16.60



Ho sentimenti contrastanti a proposito di questo romanzo, appena pubblicato in Italia dalla casa editrice Nord. Esordio accolto con incredibile favore di pubblico, in breve tempo diventato un bestseller e tradotto in tutto il mondo, il romanzo dell’inglese Kathryn Hughes ha, senza dubbio, tutti gli elementi adatti a garantirne il successo: una storia ricca di pathos, spunti di riflessione interessanti, sentimenti, scrittura scorrevole.
Eppure. Eppure, nonostante l’impatto emotivo che tale storia sembra aver avuto anche sui lettori italiani – e dando un rapido sguardo in rete non si contano le recensioni entusiaste – personalmente non posso dire di esserne stata conquistata davvero fino in fondo. Una lettura piacevole, certo, in cui non mancano momenti di coinvolgimento emozionale, ma che purtroppo a mio parere scivola via troppo in fretta un attimo dopo la parola fine. Una di quelle storie, cioè, capaci di intrattenere per il tempo breve della lettura ma che non riescono ad andare oltre, i cui difetti – strutturali, narrativi – oscurano i punti di forza che pure non mancano. Un romanzo piacevole, quindi, adatto ad intrattenere il lettore con la sua storia di sentimenti e speranza, da gustare per quello che è, lasciandosi coinvolgere dalla trama; un esordio imperfetto, ma per certi versi interessante.
Come si intuisce già dal titolo, al centro della narrazione il ritrovamento di una lettera, che scatena un’appassionata ricerca al fine di svelarne il mistero, in cui vite – e sentimenti – si intrecciano in maniera inaspettata.

"Grandi momenti" di Franz Krauspenhaar

Grandi momenti di Franz Krauspenhaar
Neo. Editore, 2016

pp. 160



Franco Scelsit è un uomo di mezza età, scampato a un infarto che gli ha lasciato in eredità un periodo di sospesa e consolatoria convalescenza nonché la consapevolezza di un attaccamento alla vita sorprendente e quasi scomodo. L'antieroe ideato da Krauspenhaar è infatti divorato da un'altra malattia, quella del nulla che erode le sue giornate: scrittore dal talento incompreso, o almeno tale si reputa, mette da parte gli scritti che lo rappresentano in cambio della sicurezza economica, rappresentata dal suo “editore da autogrill”, uomo dal dubbio gusto che gli commissiona un ciclo di romanzi thriller destinati a palati poco raffinati. Scelsit si fodera di pelo lo stomaco e acconsente a inventare l'eroe Stan Dolero convertendo così la professione libera per eccellenza, quella dello scrittore, in un abisso di mediocrità:
“Cominciai a scrivere i miei romanzi d'appendicite peritoneale. Roba da incartarci il salame e le salsicce umbre. Alta classe, sì, ma da zero in ricevuta fiscale. E da poco, al saldo in nero. Così, l'anno scorso, a quasi cinquant'anni, m'è capitata questa occasione di scrivere sotto falso nome una serie di gialli da rapina. Roba per uno di quegli editori da autogrill col pelo sullo stomaco. Santiloni è l'editore di questi fogliacci. Mi ha fatto un contratto per questi  romanzi. Carta da culo ciclostilata in risme da 180 pagine l'una. Ho una certa libertà, in verità. Posso giostrarmi la cosa ma non devo mai scendere sotto le 140. Il poliziotto si chiama Stan Dolero. All'atto della stipula, mi era venuto in mente Il bandolero stanco di Renato Rascel. È colpa della mia profonda cultura (dall'estremamente basso all'estremamente alto) se il mio cervello profonde in smanie continue. Dunque, Stan Dolero: italoamericano, il fisico tappato di Edward G. Robinson, la follia di Paul Muni, la criminalità perversa di Peter Lorre. Un concentrato degli eroi di Howard Hawks ambientato oggi. Scrivo in due settimane Spettinato dalla pazzia, 152 pagine. Consegno a Santiloni. Il libro esce a giugno del 2009, periodo depressivo editorialmente parlando. Diventa un classico dell'ombrellone, noto e unico maître à penser – l'ombrellone dico – dell'estate italiana.

giovedì 12 maggio 2016

Encuentro, Festa delle letterature in lingua spagnola - II puntata




Si è chiuso domenica 8 l’evento spagnolo nel capoluogo umbro; nei giorni si sono succeduti autori molto autori di spicco, tra cui Sepúlveda e Alfonso Mateo-Sagasta. Inoltrandosi nel fitto della programmazione gli eventi si sono focalizzati sempre con maggio forza sulle vicende politiche della Spagna contemporanea (ma anche spesso dell’America del sud). 

Una variazione moderna sul mito di Amore e Morte


La morte a Venezia
di Thomas Mann
prima edizione 1911

Traduzione di Brunamaria Dal Lago Veneri


Newton Compton Editori 1993

 
6€




Un affermato scrittore tedesco parte alla volta di Venezia in preda ad un raptus improvviso, un desiderio di evasione razionalmente inspiegabile; qui diviene vittima di una passione tanto impetuosa quanto platonica per un pallido adolescente polacco in vacanza con la famiglia. Su questa trama Thomas Mann ha intessuto uno dei suoi più celebri racconti, “La morte a Venezia” (orig. Der Tod in Venedig), in seguito ad un suo reale soggiorno nella città lagunare. Lo spunto non è però l'unico riferimento autobiografico: il protagonista, Gustav von Aschenbach, non è altri che un Mann di una quindicina d'anni più vecchio, che ha incontrato in passato gran favore di pubblico e di critica grazie ad un romanzo storico (progetto cui Mann si era realmente accinto, per poi abbandonarlo) e dietro la cui erudizione, il personale gusto decadente e la profonda cultura classica non si possono non scorgere le ombre della formazione umanistica di Mann. La narrazione risente molto di questa palese identificazione dell'autore con il protagonista al punto che non è affatto fredda e distaccata, ma anzi si ha l'impressione che il primo non faccia altro che parlare di se stesso: il narratore pare separato dal suo personaggio solo dall'artificio della terza persona. Questa suggestione vien meno effettivamente nelle uniche parti in cui i contorni delle figure e dei trascorsi di Aschenbach e Mann non collimano perfettamente – ossia l'inizio e la fine del racconto – come se lo scrittore tedesco avesse voluto sperimentare a spese di un suo personaggio le estreme conseguenze di una travolgente e deleteria passione da lui vissuta in prima persona, ma interrotta nella realtà prima che potesse nuocere.

mercoledì 11 maggio 2016

"L'esatto contrario" di Giulio Perrone


L'esatto contrario
di Giulio Perrone
Rizzoli, 2015

pp. 227
€ 18,50 (cartaceo)


“Non sono uno particolarmente tosto, non sono un eroe, non ho mai voluto esserlo”: lo dice Riccardo Magris, protagonista di “L’esatto contrario” di Giulio Perrone, primo romanzo dell’editore romano. Giulio Perrone lo incontro un pomeriggio di primavera a Messina, ed è una persona di quelle che ti scatta subito la simpatia – è alla mano, autoironico, non si dà le pose che il suo mestiere in teoria giustificherebbe (lui che ha scoperto talenti come Paolo di Paolo). Mi viene in mente Riccardo, mi chiedo quanto di lui ci sia in quel personaggio, glielo chiedo. “Non è autobiografico –Riccardo è scapolo, io ho famiglia e figli” dice “anzi, addirittura in una prima versione del romanzo Riccardo era un personaggio più tecnico, un addetto ai lavori, molto cerebrale e poco umano”. “E poi?”. “Poi c’è stata una virata, quando il romanzo era ormai finito e pronto per essere spedito all’editore. Quando mia moglie, editor, fuori dai denti e a romanzo quasi in stampa mi ha detto: “non c’è la tua voce dentro”. E’ stato allora che ho bloccato tutto, ho rimesso mano al manoscritto, ed è venuto fuori un personaggio che incarna tante delle persone vere che mi circondano, tanti amici, preari esistenziali”.

Scrittori in Ascolto: presentazione di Crepuscolo, di Kent Haruf

Milano, 9 Maggio 2016
NN editore

Foto di ©Debora Lambruschini
Questa è una presentazione un po’ diversa dalle altre a cui di solito partecipo, soprattutto per una semplice, ovvia ragione: alla prima presentazione ufficiale di Crepuscolo, ultimo capitolo tradotto della Trilogia della Pianura pubblicato da NN Editore (che uscirà domani, 12 Maggio) e da noi letto in anteprima, siamo stati invitati a confrontarci sull’opera avvertendo il peso del grande assente, il suo autore, Kent Haruf, scomparso a fine 2014 quando anche in Italia aveva finalmente suscitato l’interesse di pubblico e critica.
Eppure, nonostante la tristezza di fronte alla scoperta tardiva di un autore del calibro di Haruf e le tante domande che rimangono senza risposta diretta, è stato un incontro estremamente piacevole ed interessante, organizzato dalla casa editrice indipendente NN che festeggia un anno di vita legando il suo successo a titoli di punta tra cui, appunto, i romanzi di Haruf. A condurre l’incontro, con garbo ed ironia, il traduttore italiano della trilogia, Fabio Cremonesi, che ha intrattenuto noi blogger e giornalisti invitati alla presentazione raccontandoci molto del suo lavoro di traduzione e del rapporto con l’opera dello scrittore americano. E dalle sue parole è apparso, molto evidente, il legame emotivo profondo che lo lega a questi romanzi, non soltanto in quanto traduttore ma, soprattutto, come lettore di fronte ad un’opera che ammalia, per parole, immagini, storie.

Donne e guerra. L'amore scandito dall’orrore nelle pagine di Kristin Hannah

L’usignolo
di Kristin Hannah
Traduzione di Federica Garlaschelli
Mondadori, 2016
pp. 468, 19,50€
«Sono gli uomini a raccontare storie. Le donne, invece, vanno avanti. Per noi fu una guerra nell’ombra. Non ci furono parate per noi, quando finì, nessuna medaglia o menzione nei libri di storia. Durante la guerra facemmo quello che dovevamo e, quando finì, raccogliemmo i cocci e ricominciammo le nostre vite da capo».
Ai partigiani e ai combattenti sono state date delle medaglie, alle donne della Resistenza poco o nulla è stato conferito. Eppure le donne partigiane combattenti furono, in Italia, 35 mila e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. 4653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate. 1070 caddero in combattimento. Solo 19 di loro vennero, nel dopoguerra, decorate di Medaglia d'oro al valor militare. Ne L’usignolo di Kristin Hannah ad essere raccontate sono le storie delle cugine combattenti d’oltralpe, giovani donne francesi che in prima persona affrontano un nemico che, insormontabile nella sua crudeltà, le spinge a mettere in gioco la propria esistenza per la salvaguardia di qualcosa di più grande.

martedì 10 maggio 2016

#Rovigoracconta. Domenica: inizio lento, finale in sordina (fuochi artificiali nel mezzo)



Dopo una giornata piena e una serata all'insegna del buon cantautorato italiano con Brunori Sas e della stravagante e divagante poesia di Guido Catalano, la domenica inizia all'insegna della pigrizia.


L'incontro di mezzogiorno con Emanuele Trevi comincia con mezz'ora di ritardo: l'organizzazione vacilla per eccesso di zelo e il desiderio (peraltro nobile) di permettere a tutti di partecipare a tutto porta ad un rallentamento generale dei ritmi riscontrato a partire da ieri. Stamane si parte dall'ultima pubblicazione di Trevi, Il popolo di legno, per approdare a profonde riflessioni sulla natura della letteratura.

Quell'apocalisse che rode lentamente il mondo

Qualcosa, là fuori
di Bruno Arpaia
Guanda, 2016

pp. 222
€ 16 (cartaceo)


«In qualche modo, anche l'Io è un'invenzione del nostro cervello, anzi, è la sua migliore invenzione, la sua storia più di successo, diciamo il suo bestseller... [...] Quando raccontiamo a qualcuno la nostra vita, quando la ricordiamo, dovremmo sempre far scorrere sulla nostra fronte la scritta: "Questa storia che racconto su me stesso è solo tratta da una storia vera. Sono in larga parte io stesso un frutto della mia immaginazione". Insomma, siamo voci di corridoio, racconti inattendibili, finzioni...»
«E allora» disse Marta, scuotendosi all'improvviso, «non ha senso stare qui a macerarsi... Basta con quella faccia. Dài, balliamo...»
Si alzò di scatto, gli tese una mano e aspettò. Di colpo, sotto gli occhi lucidi, come lo schianto di un vetro rotto, le era spuntato un sorriso malizioso. E lui, alla fine, ci si aggrappò come se quella mano e quel sorriso fossero l'ultimo appiglio che gli restava al mondo.
(pp. 97-98)
C'era da aspettarsi che un evento epocale come la conferenza internazionale sul clima di Parigi dello scorso inverno andasse a stimolare anche la fantasia degli scrittori. Perché il tanto discutere di gas serra e surriscaldamento globale ha riportato sulla bocca di tutti una delle domande più note dei romanzi distopici: cosa accadrà, se continueremo a surriscaldare il pianeta? 
L'idea che sviluppa Arpaia, sulla scorta di documentazioni approfondite (di cui dà conto in fondo al libro) non prevede un'apocalisse improvvisa, né una deflagrazione atomica o una guerra mondiale per acqua e cibo. No, vede l'impoverimento sempre più grave del nostro mondo, progressivamente desertificato e inospitale. I protagonisti del romanzo, il professore Livio e i suoi compagni di viaggio, si muovono lungo un'Italia dalla geografia distorta, quasi senza cibo e acqua a disposizione. A lungo nella narrazione non si capisce quale sia la meta del viaggio, né quali speranze muovano il gruppo, che progressivamente si riduce. Vi è un'angoscia crescente, a mano a mano che i viaggiatori scoprono con sgomento il cambiamento anche di questa o quella zona: non bastano le storie di Aziz a calmare gli animi (forse solo i più piccoli si lasciano trasportare), né l'avvenenza di Marta, ex studentessa di Livio, fintanto che il mondo resisteva.

lunedì 9 maggio 2016

#Rovigoracconta, terza edizione: Sabato caldo di letture e di passioni



Rovigo, come Pordenone, concede al visitatore il vantaggio delle piccole città: quello di sentirsi subito a casa, di prendere immediato possesso degli spazi per poi potersi abbandonare al piacere degli incontri senza essere soverchiati dallo spaesamento.


Io ci arrivo alle tre di sabato pomeriggio. Dopo aver girovagato per più di un'ora attraverso piazze e strade deserte, mi presento al Teatro Duomo pochi minuti prima dell'incontro con Mauro Corona e scopro dov'erano tutti. Scopro anche un'altra cosa: l'accredito stampa, in una realtà democratica, non ti permette di saltare la coda. Non te lo permettono nemmeno i sorrisi.

La poesia, per mantenere in vita il ricordo

Madre d'inverno
di Vivian Lamarque
Mondadori, 2016

pp. 138
€ 19

Da casa tua si usciva sempre tutti
a mani piene. È ancora così, scendo
le scale carica della tua casa da svuotare
un grumo di sangue alla volta, nodi
alla gola, come ti piaceva farti
saccheggiare.

P.S. e ancora mi dai: poesie su poesie
mi piovono dal tuo cielo, manna
di mamma. 
Torna, dopo un silenzio che è pesato ai suoi lettori, Vivian Lamarque, con una raccolta poetica in punta di piedi, tra vita e morte, speranza e dolore, lutto e ricordi vividissimi. Come recita il titolo, Madre d'inverno è un canzoniere plurimo, senza dubbio, ma nella stragrande maggioranza dei componimenti è dedicato alla madre prima malata, poi defunta. A lei la poetessa si rivolge spesso con un "tu" che sa di supplica e di affetto, e ora di entrambi. L'opera si apre con la vita d'ospedale, fino a che il calvario di dolore si stringe in un limine sempre più impercettibile tra vita e morte. Ma sono i dettagli a salvare qualche sorriso, strappato dalla routine della sofferenza.
Dopo questi brevi stralci di famiglia, si passa alla sezione "Ritratti", incentrata sul ricordo della madre e dei famigliari in una serie di quadretti più distesi, senza dubbio meno angosciati, solo a tratti intaccati dalla malinconia per il tempo passato e le occasioni che non torneranno.

domenica 8 maggio 2016

Festa della mamma: Quando essere madre ti salva la vita. Splendi più che puoi


Emma è una donna forte, che prende coraggio e racconta la sua storia a Sara Rattaro. 
Una storia tremenda di violenza, ma anche una storia piena di speranza. Emma ha vissuto per troppi anni della sua vita segregata in un appartamento, in uno sperduto paese in montagna. Il suo aguzzino è il marito: l'amore della sua vita diventa la causa di un incubo. 

Una storia come purtroppo tante, in una Italia che troppo spesso chiude gli occhi di fronte a questi fatti, giudicandoli privati. Ma Emma è più forte. Emma è una mamma. È infatti proprio per l'amore incondizionato che nutre nei confronti della sua bambina che si alza in piedi, scappa e torna a vivere. 

Festa della mamma: Lily Evans Potter

Foto di ©Debora Lambruschini
Ho dovuto riflettere a lungo prima di scegliere quale figura materna, tra i tantissimi libri letti in questi anni, potesse essere per qualche ragione più significativa delle altre incontrate, non per forza un modello, ma importante per la mia esperienza di lettrice. E, lo ammetto, non è stato per niente facile. Ho pensato a Margaret March, così forte, saggia, materna nel senso più tradizionale del termine; alla buffa Mrs Bennet e ai suoi tentativi di sistemare le figlie con il partito migliore, esasperando il povero marito tra chiacchiere e crisi di nervi; a Becky Sharp (si, lo so, torno sempre da lei alla fine) così determinata, cinica, egoista, decisa a non farsi intralciare dai sentimenti, neanche dall’affetto per il proprio figlio, priva di quell’istinto materno rassicurante di cui la letteratura aveva sempre dato adeguata rappresentazione; o a zia Mame (ok, non proprio una madre in senso stretto, ma la figura più vicina ad un genitore di cui Patrick deve accontentarsi), così eccentrica, esuberante, maestra di pazzia e divertimento, ma anche a suo modo nonostante eccessi e frivolezze la sola persona su cui il nipote può sempre contare; o, ancora, dalle short stories di George Egerton, negli ultimi decenni dell’Ottocento, il ritratto di maternità controverse, che scandalizzavano i lettori inglesi messi di fronte alla rappresentazione di una femminilità forte, indipendente, non sempre dotata di istinto materno. E tralasciando tutte le madri letterarie legate alla mia infanzia, una scoperta dietro l’altra.

Festa della Mamma: dedicato a tutte le donne non madri

Foto di Barbara Merendoni


In questa giornata di celebrazione della Mamma, il mio pensiero è affollato dalle tante figure di donne e non-madri che ho incontrato nelle letture degli ultimi tempi.
Sono loro che intendo celebrare in questa Festa importante, quelle donne che si sono misurate con la spinta naturale alla maternità, l’hanno soppesata, elaborata e, spesso per paura o impossibilità, l’hanno dovuta accantonare.
La non maternità, soprattutto quando non è una scelta sentita nel profondo ma una realtà imposta (dalla vita, dalla salute, dal timore), è una condizione totalizzante, foriera di dubbi, incertezze e ardue riflessioni.
Perché ogni donna, anche quando non concepisce, si misura con il proprio spirito materno, una dimensione intima e profondissima che contribuisce a determinarla.

Festa della mamma: Ida Ramundo de "La Storia" di Elsa Morante


Quando penso alle più grandi madri della letteratura, penso a Ida Ramundo de La Storia di Elsa Morante (Einaudi, 1974). Una maestra elementare, vedova, ebrea nella Roma occupata della seconda guerra mondiale.
È commovente il modo con cui ci viene presentata, con quel "corpo denutrito e informe", l'aspetto sfiorito, il cappotto e il cappello ormai consunti. Una figura femminile del tutto anonima che non riesce a nascondere i capelli già ingrigiti ma conserva una "faccia da bambina". 
È madre di Nino, adolescente ribelle trasportato come foglia nel vento inquieto delle trasformazioni politiche. Mite e indifesa, non riesce a fermare un giovane soldato tedesco che la violenta in un accesso di rabbia malinconica. 
Quella sera di violenza le regala Useppe, un amore così grande da toglierle il respiro, un segreto da proteggere a costo della vita. 

Quello che più amo di Ida Ramundo è la sua maternità primordiale, originaria: pur essendo la rappresentazione di un momento storico - una figura che parla di occupazione straniera, guerra, fame, Meridione - è un personaggio pre-storico. Ida è istinto come istinti sono la paura e l'amore, una madre che invecchia prima del tempo, che incarna in una sola le vite di mille madri.
Ida è donna perché è madre, è maestra perché è madre: ogni sua azione è un gesto materno, di dono, di vita. Le vite di Nino e Useppe le vengono strappate e con esse viene via ogni significato di resistenza. Persi i suoi figli, diventa folle.
Ida nuota per tutto il tempo in un senso contrario all'onda degli eventi ma alla fine ne viene risucchiata, vittima come Carulì, Davide-Carlo e gli ebrei del ghetto, della Storia, della sua violenza cieca che travolge offendendo ed estirpando ogni possibilità di progresso.

Festa della mamma: Mia cara madre odiatissima te quiero mucho: Carlo Emilio Gadda e la cognizione del dolore

Come si fa ad eleggere una figura a ruolo centrale nel proprio sistema di valori, per renderla baricentro di tutto il proprio piccolo/grande cosmo metaletteraria? Principalmente in due modi, diversi ed opposti, come in uno di quegli assiomi che la scienza esatta per eccellenza, ovvero la matematica (o, per meglio dire, l'aritmetica) che ci si parano davanti lucenti e dorati nella loro accettabilità quasi religiosa: o la si ama o la si odia, anzi la si uccide. E la storia della letteratura è piena di esempi in questi sensi. Anche per le madri anzi per la madre dato che questa figura può essere declinata solo ed esclusivamente al singolare.

La donna e la seduzione è centrale nel mondo di Flaubert? Ecco che la sua figura più riuscita, Emma Bovary, protagonista de Madame Bovary, viene tratta rudemente dal suo autore: descritta come lasciva, sempre in preda agli umori e agli amori, viene "uccisa" in un modo tanto maldestro e crudele da chiedersi se lo stesso Flaubert non abbia avuto delle derive masochiste in questo senso. Oppure, per andare avanti con i nostri esempi, come fare a non sostenere che il tipo del bel giovane ora biondo ora moro sempre e comunque pallidissimo sia una delle figure più amate/usate da Thomas Mann: da Kröger  ai Buddenbrook fatevi due conti ma è così.