domenica 4 dicembre 2016

CriticaLibera - Perché c'era bisogno di un festival su Virginia Woolf in Italia?

Monza. Foto di Claudia Consoli
Dal 25 al 27 novembre una Monza piena di sole, l'aria limpida e cristallina dell'autunno, ha accolto "Il faro in una stanza", il primo festival italiano dedicato a Virginia Woolf. 
L'hanno organizzato tre donne, tre lettrici e studiose appassionate dell'autrice, Raffaella Musicò (che abbiamo già intervistato qui), Elisa Bolchi e Liliana Rampello
Ricomporre l'anima letteraria della Woolf, darle voce attraverso incontri, dibattiti, letture e anche una rappresentazione: il festival è nato come  momento di condivisione e di ascolto della parola di un'autrice che ha espresso la propria sensibilità attraverso la precisione, il rigore, la fatica di un percorso artistico visionario.

Perché c'era bisogno di un festival su Virginia Woolf? Prima di arrivare alla risposta, ecco un po' quello che è successo a Monza domenica 27 novembre, nell'ultima giornata di festival che abbiamo seguito per incontrare le organizzatrici che per prime hanno creduto in questo progetto e si sono impegnate per dargli forma.
Alle 11 abbiamo parlato dei diari di Virginia Woolf con Bianca Tarozzi e Liliana Rampello, le relatrici dell'incontro che ci hanno portato a esplorare la dimensione più intima della composizione letteraria woolfiana. Rampello è critica letteraria, saggista, docente, autrice - tra gli altri lavori - di quel volume centrale su Virginia Woolf che è Il canto del mondo reale (Il Saggiatore, 2005); Tarozzi è docente, traduttrice, poetessa e studiosa di scrittura diaristica. 
Con loro abbiamo ripercorso i motivi principali dei diari di Woolf, in particolare di quelli del periodo 1925-1930, quinquennio segnato dalla composizione di opere miliari come Orlando, Mrs. Dalloway, Una stanza tutta per sé.
Liliana Rampello e Bianca Tarozzi

Nel raccontare il suo lavoro di traduzione dei diari, Tarozzi ha seguito il concetto di "anima": a differenza di Lady Ottoline Morrell che nei diari rifletteva la propria interiorità, Virginia Woolf ha messo da parte l'anima in modo programmatico. Ma questa poi si rivelava, sotto traccia, come accentuazione delle situazioni, dei luoghi, delle persone e degli oggetti.
Prima di essere romanziera, Virginia è stata diarista e critica; la scrittura dei diari era un esercizio letterario che le serviva a "sciogliere i legamenti". Ad essi si dedicava prima di cena, dopo l'ora del tè, si trattava quasi di una scrittura semiautomatica, senza ombra di cancellazione e di correzione, come ci rivelano le carte. Un esercizio sì, ma anche un'opera d'arte: nei diari Woolf ha tradotto la realtà in parole e ha posto le basi di un progetto di scrittura che acquista molti sensi se guardato da lontano, nell'insieme della sua esistenza. Non a caso, alla fine della sua vita, ha pensato di farne anche un'autobiografia. A differenza di Katherine Mansfield che nei suoi ha voluto raccontare una versione ideale di sé o di Vladimir Nabokov che li considerava una forma inferiore di finzione, Woolf scriveva per costruire un dialogo con se stessa. Il diario è il luogo in cui l'io dialoga con l'io.
Molti, in conclusione, le hanno rivolto l'accusa di limitarsi a riportare solo una cronaca di quello che vedeva, ma in realtà i diari sono parte di un più complesso sistema letterario e acquistano significato proprio alla luce dei legami con le altre opere della produzione. A chi l'ha rimproverata di non mettere se stessa in questi scritti, lei risponde tutt'oggi con la forza della parola, confermando che è anche con essi che si è regalata ai lettori. La sua anima non emerge mai in modo esplicito e gridato, ma piuttosto nella continuità di un progetto e nell'amore sconfinato per la scrittura come "canto del mondo reale". 
Elisa Bolchi e Raffaella Musicò
A seguire Elisa Bolchi e Raffaella Musicò hanno raccontato "come leggiamo Virginia Woolf", introducendo il tema della ricezione e della fortuna critica dell'autrice in Italia, ambito di studio di cui Bolchi si occupa da anni. Il punto di partenza è proprio il suo lavoro di ricerca sulla critica della Woolf in Italia a partire dalle riviste letterarie novecentesche. Sorprende come gli intellettuali degli anni 1928-1935 abbiano dato dell'autrice una lettura modernissima, anticipando intuizioni e prospettive confermate poi dagli studi più recenti. Piero Gobetti, Mario Praz, Emilio Cecchi, Carlo Bo, Carlo Linati e gli altri esponenti di una cultura che si rinnovava portando la lingua e la cultura inglese in un Paese che si preparava (e poi superava) il dramma della dittatura e della guerra. Uno dei momenti di massimo fermento, proprio prima del buio della Storia.
Come racconta Bolchi nel suo volume L'indimenticabile artista. Lettere e appunti sulla storia editoriale di Virginia Woolf in Mondadori (Vita e Pensiero, 2015),Woof è arrivata in Italia nel 1927, sulle pagine del Corriere della Sera. Da quel momento in poi la ricezione critica è stata come un'onda che è salita e si è ritratta ripetutamente nel tempo, sotto la spinta dei cambiamenti politici, dell'evoluzione del mercato editoriale, della lungimiranza degli intellettuali che hanno avuto tra le mani le sue opere. Dalla scelta dei titoli alle traduzioni, dal confronto con Proust, Joyce e Bergson (come lei interpreti dello spirito del tempo) fino all'acquisto dei diritti: partendo dalle carte editoriali inedite dell’Archivio storico Arnoldo Mondadori Editore, il libro esplora il dietro le quinte delle prime edizioni italiane dell’opera woolfiana.

Perché c'era bisogno di un festival su Virginia Woolf, dicevamo?
Perché servono più momenti di condivisione come questo, animati dalla passione di leggerla e rileggerla; per questa ragione Nadia Fusini, Liliana Rampello ed Elisa Bolchi stanno anche fondando la Italian Woolf Society.
Ma soprattutto perché c'è ancora tanto, troppo da dire su di lei, sul suo sentire e sui significati che ci regala ancora oggi, per nulla impoveriti, anzi resi più forti dalle onde del tempo. 

Claudia Consoli 


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