sabato 10 dicembre 2016

#CritiComics – La distanza con cui guardare se stessi è l’universo

Da quassù la terra è bellissima,
di Toni Bruno
Bao Publishing, 2016
pp. 208
Cartonato 18x25 cm, 20,00€

Da quassù la terra è bellissima è il graphic novel delle aspettative infrante. Una, fra tutte, quella dello spazio. Titolo e copertina lasciano presagire un racconto incentrato sui viaggi nell’affascinante universo, soggetto di mille tra libri, film e serie a fumetti (recentemente, ad esempio, il manga di Chuya Koyama Uchu Kyodai), meta sognata da generazioni di bambini perennemente con il naso all’insù. Invece nel graphic novel lo spazio si vede soltanto in due, grandi ed emozionanti tavole alle pagine 5 e 100. Per il resto della storia lo spazio lascia il posto alla dimensione ancora più sconfinata dell’interiorità umana fatta di emozioni e, soprattutto, di paure. Ugualmente impietriti dai propri timori sono il sovietico Akim Smirnov (chiaro omaggio Yuri Gagarin), primo uomo ad aver compiuto un viaggio oltre l’orbita terrestre, e l’americano Frank Jones, dottore in psicologia chiamato (o forse costretto) ad aiutare l’astronauta a superare un trauma che sembra, a tutti gli effetti, insuperabile.

La storia è qui, in un rapporto medico-paziente anomalo, che ti assorbe ma ti devasta, lanciando strali infuocati di verità da ogni singola pagina. Da quassù la terra è bellissima è un testo che è entrato in sordina nel panorama delle pubblicazioni letterarie italiane, ma in cui è destinato a rimanere per sempre. Non un fortunato esordio di un autore sensibile alle inquietudini di una generazione, ma una pietra miliare tra i fumetti italiani; un esempio per le future generazioni di disegnatori, lettori e scrittori. E il motivo principale è che tutti i tasselli del testo hanno un loro autorevole e giustificato peso specifico e si relazionano gli uni con gli altri in modo da equilibrare perfettamente l’insieme.
Foto di @la_effesenza

Quello della narrazione procede senza intoppi, dispiegando pagina dopo pagina una lunga metafora in cui lo spazio non è più una dimensione fisica (così come lo è stato per tanti narratori), ma è l’impalpabile dimensione del proprio io con cui bisogna quotidianamente fare conti da quando mettiamo piede sulla terra. Le paure e le insicurezze, bombe innescate e pronte ed esplodere, sono provate così come da tutti noi anche dai due eccezionali protagonisti, l’uno perché addestrato a raggiungere i luoghi più reconditi dell’universo, l’altro perché in grado di scavare nelle profondità dell’animo umano. La dimensione del testo si trasforma in un luogo conosciuto e familiare grazie al quale esorcizzare i propri demoni: se Frank ne parla in modo così “neutro”, scientifico e freddo, perché dare un peso così grande a quella spiacevole sensazione che ci impedisce di compiere un passo e di aprici alle novità? La paura è una malattia come un’altra, curabile con una medicina un po’ particolare: la capacità di guardarsi dall’alto, con disincanto e anche con un pizzico di ironia: «- Ci basterebbe stare qualche chilometro più su e poof! Via intemperie! Guarderemmo le nuvole fare il loro lavoro spaparanzati in giardino a bere. […] - Bè in quel caso diventerebbe lo spettacolo più ambito. - Parli come se ci fossi stato anche tu lassù, lo sai questo? – Già, gioco parecchio di fantasia.» (p. 171). La terra siamo noi, con la nostra vita imperfetta e delicata, proprio per questo splendida da osservare.

Foto di @la_effesenza
Il tassello artistico combacia a quello narrativo a creare un puzzle di elevata qualità artistica. Toni Bruno deve aver svolto un lavoro di studi preliminari molto intenso, data la quantità di citazioni e riferimenti culturali presenti, che spaziano da Vigotskij a Piaget. Il tratto del disegno sembra essere nutrito dalla stessa Storia in cui il racconto è ambientato, molto vintage e in grado di evocare un’epoca, non semplicemente descriverla (con il contributo della casa editrice che ha intelligentemente scelto una qualità di carta insolita, spessa e giallognola come un libro antico). Da quassù la terra è bellissima sembra parli da solo, senza la necessità di un’intermediazione autoriale, e sono le vite stesse dei protagonisti che si raccontano e si dispiegano sotto gli occhi del lettore, senza alcuna didascalia o voce fuori campo. Il tutto viene sostenuto dai dialoghi, vera potenza del testo, così ben strutturati, brillanti e coinvolgenti da dare l’impressione di trovarsi al cinema e non seduti sul divano tenendo in mano un testo scritto. Eppure proprio quest’eclissi dell’autore è sinonimo di bravura e valore, qualità indelebili di un testo indimenticabile, così come lo sono le tavole dedicate ai paesaggi delle campagne russe, dell’underground delle metropoli o delle campagne statunitensi e, infine, dello splendido universo attraverso il quale filtrare il nostro io.