martedì 27 dicembre 2016

"The guy who walks Moses, Dylan and Heracles": nuove identità nella New York contemporanea con Philip Schultz

Erranti senza ali
di Philip Schultz Donzelli, 2016

pp. 112  
€ 14,00

Titolo originale: The Wandering Wingless

Traduzione di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore.








È difficile, nel commentare Erranti senza ali di Philip Schultz, aggiungere qualcosa alla bella e ricca postfazione di Paola Splendore. Meglio dunque procedere per libere associazioni di idee, senza alcun intento specificamente critico, lasciandosi semplicemente suggestionare dal testo, dalla sua forza, dalla sua dolorosa incisività. Schultz seleziona le parole con l'accortezza di chi le sa usare, di chi ne conosce il peso (e la stessa precisione viene ricercata dal team, tutto femminile, che cura la traduzione con grande intelligenza e sensibilità linguistica).  Protagonista dell'opera è un dog-walker di New York, che si muove tra le strade della città con sicurezza assai maggiore di quella con cui ripercorre i propri ricordi, frammentari, tormentati. La sua memoria mette in relazione i grandi movimenti esterni della Storia (dalle rivoluzioni del 1848 alla caduta delle Torri Gemelle) con le sofferte vicende private e familiari. Figlio di ebrei immigrati negli Stati Uniti, i suoi sono trascorsi di sofferenza, inquietudine e sradicamento; l'interesse per il passato remoto rappresenta così una via di fuga ideale rispetto a un passato prossimo che soffoca e angoscia. Il fallimento continuamente evocato dal testo (Failure del resto si intitola la raccolta da cui The Wandering Wingless è tratto) è sempre storico e individuale al contempo.
L'emarginazione e l'incuria hanno portato il padre dell'io narrante all'abbrutimento e alla morte: proprio la figura di quest'uomo, consumato dalla fatica e dal sacrificio, ormai dimentico di sé, diventa il fantasma e la proiezione di una sconfitta inevitabile, che trascorre le generazioni insieme al sangue condiviso. La rabbia impotente, associata a un violento desiderio di opposizione rispetto a un destino che pare imposto dalle circostanze, rimane allora l'unico sentimento possibile: "I'll try not to stay angry. / I understand but / you're a coward anyway" ("Cercherò di non avercela più con te. / Capisco, ma / resti comunque un vigliacco", 54-55). La sintassi è franta, singhiozzante, i versi sono i sussulti di una coscienza messi su carta. Il protagonista si lascia schiacciare, soverchiare, dai suoi sentimenti contrastanti nei confronti del padre: non riesce a esorcizzare il dolore e la paura, finisce per soccombervi fino a permettere alla sua mente di andare alla deriva, di disgregarsi in una serie di schegge impazzite. La sua mente “tr[ied] to escape / its personal history / on waxen wings” ("ha cercato di sfuggire alla [sua] storia personale su ali di cera", 72-73), fallendo, perché l'uomo contemporaneo è Icaro rimasto “wingless” (“senza ali”), la cera si è sciolta nel lutto della segregazione e nel calore incandescente generato dall'inabissarsi delle due Torri. L'11 settembre l'io narrante fende la folla in fuga 
"wondering / if I was the kind / who seeks God / during an emergency / and then is ashamed / all his life… when // a rat looked up /contemptuously /as if to mock / human misery, / as a man holding /a burning briefcase, / like a souvenir of / my allucination /ran past screaming". 
("chiedendomi / se ero di quelli / che invocano Dio / in un'emergenza / e poi se ne vergognano / per tutta la vita... quando // un ratto mi lanciò / un'occhiata sprezzante / quasi a prendersi gioco / dell'umana miseria, / mentre un uomo che stringeva / una valigetta in fiamme, / come un souvenir della / mia allucinazione, / mi oltrepassò urlando.", 60-61). 
La realtà mette a tacere ogni trascendenza, ogni preghiera. Il quadro sembrerebbe assai oscuro, se non fosse per il parziale riscatto concesso al presente. Il narratore porta a spasso i cani, creature nobili e piene di dignità, per molti versi migliori dell'essere umano. Attraverso la compagnia canina, il soggetto acquista una nuova identità legata a un nuovo ruolo sociale: attaccato al guinzaglio, non più protagonista, può osservare inosservato, farsi sguardo veritiero sulle cose. E i cani possono essere validi “teachers”, "maestri" di vita, offrire nuove prospettive, diventare involontari promotori di nuove filosofie. Alla luce di questa visuale rinnovata, “erranti” risultano innanzitutto gli individui pittoreschi e colorati, irriducibili alla massa, che popolano i parchi di New York, ognuno latore di un pensiero e di una storia singolare, ognuno protagonista e spettatore del “God’s / longest-running spectacle” (“spettacolo / di Dio da sempre in scena”, 92-93). L'opera fornisce allora una serie di scorci isolati e suggestivi di questa umanità girovaga, eppure in qualche modo orbitante intorno a un certo qual senso, a una strana e indefinibile forma di fede. 
Errante è anche il personaggio che parla in prima persona, nel suo vagare incerto tra case, luoghi e pensieri. Ma la salvezza risiede nel suo essere, oltre che errante (“wandering”), più spesso interrogante (“wondering”), più spesso pronto a rimettere in discussione i dati assodati, a scavare nel fondo della memoria così come delle verità date per scontate. È un’esplorazione sadica, impietosa, autodistruttiva, la sua. Un’esplorazione che non lascia intatto niente dietro di sé. Eppure, attraverso la sistematica decostruzione di ogni certezza, si riconosce chiaramente il dapprima vacillante, poi sempre più ostinato tentativo di rimettere insieme i pezzi, di arrivare ad una nuova, più duratura, forma di stabilità interiore. 

Carolina Pernigo

Per quanto riguarda l'opera di Schultz, Carolina ha letto e recensito con uguale entusiasmo anche La mia dislessia: leggi qui.

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