giovedì 15 dicembre 2016

#CriticArte - "Raffigurare l'irraffigurabile", ovvero la capacità di guardare l'arte con gli occhi della psicanalisi. "Il mistero delle cose", di Massimo Recalcati.

Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti
di Massimo Recalcati
Milano, Feltrinelli, 2016

pp. 272
29,00 euro




Arte e psicanalisi, un connubio difficile da sperimentare e ancora più difficile da inserire in una pubblicazione che possa raggiungere il grande pubblico. Massimo Recalcati, psicanalista e accademico di fama, riesce a portare a termine un esperimento che a prima vista potrebbe presentarsi difficile, e lo fa cominciando proprio da sé stesso:
Da bambino avevo visto la pittura nascere dalla scrittura; accedeva di notte, quando furtivamente spiavo mio padre scrivere sui nastri delle corone funebri le laconiche dediche dei parenti del morto. […] Scrittura e pittura convergevano misteriosamente l'una nell'altra. (p. 11)
Questo episodio dell'infanzia di Recalcati, inserito nell'introduzione, è indispensabile per dichiarare subito l'obiettivo del libro, ovvero analizzare la pratica dell'arte come sublimazione estrema dell'impossibile. Quest'interpretazione si lega inevitabilmente ad un'altra pratica, quella psicanalitica, in cui l'arte, in quanto espressione dell'essere umano, diviene strumento conoscitivo dell'abisso del reale:
Avrei ritrovato in Lacan, molti anni più tardi, il senso segreto di quella scena; la pratica dell'arte costeggia l'abisso del reale, è una rotazione attorno all'impossibile, al mistero assoluto della vita e della morte. È un modo per circoscrivere e per custodire l'assoluto innominabile della Cosa. (p. 11-12)
Ed è con questo criterio che Recalcati sceglie i nove artisti da inserire nell'opera, dedicando ad ognuno di essi un capitolo: Giorgio Morandi, Alberto Burri, Emilio Vedova, William Congdon, Giorgio Celiberti, Jannis Kounellis, Claudio Parmiggiani, Alessandro Papetti e Giovanni Frangi. Tutti uomini la cui opera esprime il tentativo di raffigurare l'irrafigurabile, uomini che hanno cercato di andare l'oltre apparenza del reale per coglierne l'essenza.

La poetica dei nuovi autori di cui provo qui a fornire un ritratto – diversi per stile, epoca e sensibilità, ma tutti pittori italiani a cavallo tra Novecento e Nuovo secolo – è una poetica del reale come alterità inesprimibile. Essi, in modi differenti, non rinunciano a porsi la domanda che è a fondamento della grande arte di tutti i tempi: si può raffigurare l'irraffigurabile? Si può dare immagine a ciò che non ha immagine? (p. 12)
La sfida che si propone Recalcati con questo libro è chiara: ricostruire il percorso artistico degli autori e sottoporre ad indagine profonda, di matrice filosofico-psicanalitica, la loro opera. Nel libro, infatti, non si incontra la classica interpretazione figurativa dei quadri di diversi artisti, come nei tradizionali manuali d'arte, ma il tentativo di scendere in profondità, per cogliere il profondo impulso artistico a cui questi autori obbediscono.
Si parte con Giorgio Morandi, a cui, come per tutti gli artisti del libro, viene dedicata prima una nota biografica, poi un inquadramento complessivo della sua opera e infine viene inserita l'appassionante dissertazione dell'autore, il quale espone le proprie tesi accompagnandole con argomentazioni valide e profonde. L'autore bolognese è un ottimo esempio per aprire la carrellata offerta dall'opera: le sue opere sono, all'apparenza, una rappresentazione della realtà concreta, tuttavia, ad un'indagine ulteriore, si trovano elementi per affermare che i suoi quadri vanno a posizionarsi in un'altra sfera, quella dell'infinito intangibile.
Le nature morte di Giorgio Morandi, bottiglie, mele, bicchieri, che paiono così concrete, si scoprono in realtà raffigurazioni di un universo astratto, poiché:
L'oggetto di Morandi non coincide infatti con l'oggetto della realtà empirica; è, piuttosto, un'immagine dell'oggetto. Ma non immagine della sua semplice presenza, bensì della sua presenza come inesauribile dalla presenza, della figura dell'oggetto come indice di un'Altra Cosa. (p. 17)
Riprendendo Cesare Brandi, la pittura di Morandi propone come una «progressiva smaterializzazione dell'oggetto», poiché gli oggetti dipinti «sembrano perdere ogni solidità materiale, contorni definiti, identità» e ciò avviene perché «incarnano un assoluto che si dà solo nel taglio verticale della trascendenza, solo su un piano di assoluta immanenza». Questo particolare trattamento delle opere ha un valore anche e soprattutto in ambito psicoanalitico:
In psicoanalisi, infatti, il problema della “dissoluzione dell'oggetto” e della sua necessaria “smaterializzazione” è al centro di ciò che Freud ha definito come lavoro del lutto. Morandi trascina l'oggetto verso l'assenza, lo contamina con il nulla, con il segreto del tempo. La semplice presenza lascia il posto all'esperienza dell'assenza. Non è forse questo l'elemento primario del lutto? L'affetto luttuoso non segnala la perdita dell'oggetto, il suo assentarsi definitivo e senza ritorno? (p. 41)
La pittura degli artisti viene sottoposta così ad un'analisi interpretativa di grande efficacia, e che diventa in più punti debitrice alla cultura teoria psicanalitica:
Le mele di Cézanne, le pere, le pentole e i polli di Chardin, i sacchi di juta e le combustioni di Burri […] le teiere e i fiori di Morandi. In ogni grande arte troviamo la ricorrenza di una stessa immagine. Che cosa indica questa ricorrenza, questa tendenza incessante a ripetere lo Stesso?
La clinica psicoanalisitica ha individuato già con Freud nella ripetizione del Medesimo una manifestazione della pulsione di morte: la vita tende irresistibilmente verso la propria dissoluzione, il suo eccesso aspira a ripetersi dissipativamente. (p. 35)
E, dopo una breve dissertazione sul significato della ripetizione in ambito psicoanalitico, Recalcati spiega come ciò possa applicarsi alla pratica artistica:
La pratica dell'arte non può essere considerata come un semplice prolungamento di questo gioco. La ripetizione che la abita non è compulsiva, non annulla il soggetto, non avviene cancellando il suo autore. Piuttosto essa opera una trasformazione positiva della ripetizione traumatica elevando la coazione a ripetere una vera e propria cifra stilistica. (p. 36)
Altro interessante capitolo è quello dedicato ad Alberto Burri, la cui scelta di strappare la bidimensionalità della tela a favore della tridimensionalità, viene messa in relazione agli studi di Medicina e Chirurgia, dando vita ad un «pittore chirurgo».
In tal modo, i quadri assumono un valore più profondo, sono opere colme di significati, riferimenti, interpretazioni. Tutto diviene limpido nelle mani di Recalcati, ogni affermazione tesa ad evidenziare il rapporto profondo che lega psicoanalisi e arte, in direzione della tesi di fondo che attraversa tutta l'opera:
Il compito dell'arte non è quello di rappresentare il visibile, di illustrare la realtà oggettiva delle cose, ma quello – assai più radicale – di rendere visibile ciò che sfugge alla visione, di dipingere l'invisibile, di dare figura all'irraffigurabile. (p. 17)
Recalcati, con all'attivo già molteplici - e tutte mirabili - opere (citiamo, a titolo di esempio, due degli ultimi scritti di una bibliografia molto estesa e composita: L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento, Einaudi, 2014; Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del moderno, Feltrinelli, 2015), resta uno degli autori che sanno trattare con estrema lucidità e singolare acume alcune delle tematiche più importanti dei nostri tempi, dal ruolo delle figure genitoriali, ai disturbi aimentari. Il rapporto tra pratica artistica e analisi psicanalitica era già stato affrontato dall'autore in Il miracolo della forma. Per un'estetica psicoanalitica, Bruno Mondadori, 2007, e in Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh, Bollati Boringhieri, 2009, eppure qui Recalcati dà vita ad un'opera diversa, piena di spunti, riferimenti culturali e filosofici, eppure mai difficile, comprensibile e composita, pronta per essere letta d'un fiato.


Valentina Zinnà

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