mercoledì 21 dicembre 2016

L'inesauribile trama/non-trama di Kate

L’amante di Wittgenstein (Wittgenstein’s mistress)
di David Markson

traduzione di Sara Reggiani

Edizioni Clichy, 2016 (1988)
pp. 269
15


Bisogna usare una metodologia. Perché se vi fate spaventare dal titolo, temendo chissà quali digressioni filosofiche o citazioni dal “Tractatus”, bene, la lettura sarà ancora più impegnativa di quanto potreste immaginare negli incubi peggiori. Ma, appunto, un metodo scientificamente provato, sul sottoscritto, vi condurrà a un confronto, ad armi impari sia chiaro ma comunque fruttuoso, con un libro di potenza sovrumana, imperdibile, stimolante, rifiutato solo 44 volte prima di essere pubblicato negli Stati Uniti. Finché, con scelta coraggiosa, è arrivato in Italia. Corredato da un saggio di David Foster Wallace tradotto da Martina Testa.

Ecco, vi sento già scattare sulla sedia: DFW? Sì, lui in persona. Il genio che grazie alla capacità critica e all’attenzione di lettore di cui disponeva, nonché alla tesi di laurea su Wittgenstein, è riuscito a scrivere un testo di grande levatura su questo romanzo americano. Giudicato: «uno dei migliori… del decennio» (gli anni Ottanta del Novecento, ovviamente - n.d.a.) e «un tipo particolare di grande libro, letteralmente profondo, e probabilmente destinato, nella pienezza sua e dei tempi, a diventare senza troppo clamore un classico».
Detto en passant, gli anni Ottanta hanno prodotto qualcosa di buono negli Stati Uniti, anche se Philip Roth e Thomas Pynchon se ne stavano nei ranghi. E “L’amante di Wittgenstein” si distingue in mezzo a una produzione letteraria di tutto rispetto. Ecco qualche titolo: Don DeLillo con “Rumore bianco”, John Irving con “Le regole della casa del sidro”, Stephen King con “It”, James Ellroy con “Dalia nera”, Paul Auster con “Trilogia di New York”, Elmore Leonard con “Dissolvenza in nero”, Cormac McCarthy con “Meridiano di sangue” e l’esordio proprio di DFW con La scopa del sistema”. E chissà quanti ne dimentico.
Veniamo alla tecnica di avvicinamento e conquista: leggete prima il saggio di David Foster Wallace che è la postfazione, praticamente partite del fondo, poi questa recensione su "I fiori del peggio", a questo punto immergetevi nel romanzo e infine rituffatevi ne “La pienezza vuota”. Così DFW ha scelto di intitolare la sua analisi del testo.
“L’amante di Wittgenstein” è un lungo, e apparentemente sconclusionato, monologo di una donna, Kate: una pazza o l’unica rimasta al mondo dopo chissà quale apocalisse? La donna scrive a macchina (a chi?) soggetta alle mestruazioni e con un gatto, che la riporta con il pensiero al Colosseo e fra le pieghe della storia dell’arte, che si fa le unghie grattando alla finestra della casa sul mare dove si è ridotta a vivere dopo tante peregrinazioni: Messico, Italia, Russia, Stretto dei Dardanelli (chissà come avrà fatto a spostarsi? Cioè, in parte si capisce: con una serie di auto che abbandona quando finiscono la benzina. Ma sai che noia percorrere tutta la steppa russa e siberiana. E sai che ingegno traghettare tra un emisfero e l’altro).
Kate in precedenza potrebbe essere stata una pittrice, aver avuto un marito, un figlio e alcuni amanti (non solo Wittgenstein). Le sue sono frasi semplici, monotone, ripetitive, contraddittorie, dai temi ossessivamente ricorrenti e le sue associazioni più o meno legittime. Confonde i nomi, divaga tra varie epoche, con particolare attenzione alla classicità greca, alla guerra di Troia, alle figure di Elena e Penelope, alla Amsterdam di Spinoza e Rembrandt, alla Spagna della controriforma, con William Gaddis che diventa Taddeo Gaddi, Brahms che regala caramelle, la musica romantica, il Dasein di Heidegger e altri curiosi riferimenti a sport quali baseball e tennis (altro elemento che costituisce un punto a favore se poi è uno come l’ex-tennista David Foster Wallace a recensire un libro). Sullo sfondo, riemergono i periodi in cui Kate abitava nei musei, da Parigi a Londra, dove ha fatto danni incalcolabili che non disturbano alcuno perché non è rimasto essere umano a goderne o a preoccuparsi della loto tutela, le pagine lette e subito dopo bruciate, una dietro l’altra, qualche accenno all’autore del “Tractatus”, che non si è limitato al “Tractatus”, tra cui la celeberrima frase: il mondo è tutto ciò che accade.
A breve riporterò un esempio che reputo significativo per rendere la wittgensteineità del romanzo. Prima però un piccolo inciso: tralascio tutto il discorso relativo al fatto che la voce della protagonista sia femminile al cospetto di un autore maschio e le considerazioni sulla donna, sul rapporto tra il senso di tragedia, di eredità greca, e il senso del peccato, di eredità evica, che l’accompagna perché, secondo me, su tale argomento DFW ha dato il meglio di sé nel saggio sopra citato e francamente non mi pare il caso di pretendere di essere originale o più efficace. Dicevo dell’esempio:

«Nel frattempo la questione delle cose che esistono solo nella testa continua vagamente a tormentarmi, a dire la verità.
Sostanzialmente perché mi è appena venuto in mente che il fuoco che forse accenderò nell’area di smaltimento rifiuti, per vederlo brillare sulle bottiglie rotte, è un’altra cosa che esiste solo nella mia testa.
Se non fosse che in questo caso è una cosa che esiste solo nella mia testa nonostante non l’abbia acceso, il fuoco.
Anzi, esiste nella mia testa anche se probabilmente non accenderò mai il fuoco.
E, a essere sinceri, quello che davvero ho in testa non è nemmeno il fuoco, bensì quel dipinto di van Gogh che ritrae un fuoco».

Se il mondo è tutto ciò che accade e non sussistono nessi causali tra i fatti né, tantomeno, una necessità in forza della quale una cosa debba accadere perché un’altra è accaduta, l’equivalente letterario, la traduzione di questo succedersi infinito è un accavallarsi altrettanto inesauribile di pensieri scritti. Anche se poi un libro, necessariamente, per ragioni editoriali e di resistenza biologica dell’autore, una fine deve averla. Il modo in cui viene a comporsi la non-trama de “L’amante di Wittegenstein” mi pare l’equivalente del mondo prefigurato dal filosofo viennese. In sostanza, un non-mondo in grado di immagazzinare continue informazioni per salvarsi dal collasso. Il titolo non è dunque fuorviante.
Se non esistono nessi causali tra i fatti, non sussistono neanche tra gli osservatori dei fatti, ovvero gli uomini. Ciascuno, nella sua testa, è tutto quello che accade lì dentro, ovvero è alle prese con pensieri che rimandano ad altri, che sfumano nella mimesi, nella riduzione iconica. Non è dirimente sciogliere il dubbio sulla pazzia o non pazzia di Kate: la donna protagonista potrebbe scrivere il suo flusso in una stanza di manicomio oppure perché è la superstite di una catastrofe planetaria. Ciò che conta è che lo faccia in solitudine e nell’incapacità di sistematizzare.
D’altronde Wittgenstein riusciva a pensare «così intensamente che lo si poteva effettivamente vedere nell’atto di farlo». Anche Kate vuol essere vista, per tutto il libro, all’inizio lascia messaggi nelle strade poi passa alla macchina da scrivere a cui affida la sua insistente fuoriuscita mentale. Se mai emergesse una qualche necessità, non è nella realtà, di per sé una babilonia di accadimenti, ma nel permettere alle idee, e alle proposizioni che le esplicitano, di ritagliarsi una loro presenza.


Marco Caneschi

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