sabato 3 dicembre 2016

#LectorInFabula – Caribù, orchi e leoni compagni di lettura per crescere.

Voglio mangiare un leone!
di Nathalie Dieterlé e Cristophe Mauri
Traduzione di Tommaso Gurrieri
pp. 32 
Cartonato, 15,00€








Artù caribù - Un Natale da salvare
di Magali Le Huche
Traduzione di Tommaso Gurrieri
pp. 32
Cartonato, 15,00€









Tra i momenti più formativi nello sviluppo cognitivo, emozionale e immaginativo di ogni bambino c’è, senza dubbio, la lettura della fiaba della buona notte da parte dei pazienti genitori. Per fortuna, nonostante il dilagare delle tecnologie multisensoriali e digitali, pervasive anche tra i più piccoli, questo tenero momento rimane ancora oggi incontaminato, così come dimostrato dal fatto che la letteratura per l’infanzia resiste come uno tra i settori dell’editoria che meno ha sentito la crisi nel corso degli ultimi anni. Questo perché i libri per bambini (nella fascia 0-4 anni) non si sono limitati più ad essere dei semplici accompagnatori al sonno (sebbene negli ultimi mesi The Rabbit who wants to fall asleep dello psicologo svedese Carl Johan Forssen Ehrlin abbia scalato le classifiche dei libri di settore), ma si sono trasformati in compagni di crescita onnipresenti anche in altri momenti della giornata. I due testi da poco editi dalla case editrice Clichy di Firenze rientrano appunto in questa categoria, sebbene nessuno vieti di lasciarli sul comodino dei propri piccoli prima della buona notte. Quale il senso di parlare su un sito specializzato in critica letteraria di testi per l‘infanzia, dove la letterarietà è limitata all’osso e dove il peso maggiore viene ricoperto dalle illustrazioni e da una perfetta attività di editing? Il senso è proprio in queste due caratteristiche, che fanno sì non solo che qualunque testo per l’infanzia si trasformi nel piccolo mattoncino con cui costruire la consapevolezza letteraria di ogni bambino, ma soprattutto perché anche in questo campo si può discernere tra testi di qualità, che raggiungono il loro scopo equilibrando la struttura narrativa con gli elementi vistivi e di punteggiatura, e testi che non riescono nell’intento, limitandosi a riproporre τὸποι visti e rivisti non riuscendo a sfruttare a loro vantaggio la più pervasiva componente visiva di illustrazioni e colori.

In Artù caribù - Un Natale da salvare Artù è un super caribù che vive nel bosco vicino a Valventosa e ogni giorno mette i suoi super poteri al servizio dei suoi abitanti: salva il coniglio che è caduto nel laghetto, aiuta lo scoiattolo a sbucciare la ghianda e così via. Quando arriva il Natale gli abitanti di Valventosa si preparano a festeggiarlo. Al Polo Nord però qualcosa non va e il panico sta dilagando: Babbo Natale è stanco e senza forze, sull’orlo di un esaurimento nervoso. È in ritardo con i regali e non sa più come fare e la consegna rischia di saltare. Per evitare la catastrofe, gli aiutanti di Babbo Natale non vedono che una soluzione: rapire un supereroe. 

Voglio mangiare un leone! racconta la storia di Piccolo orco che vuole magiare qualcosa di diverso e di molto più grande dei soliti bambini: vuole papparsi un leone! Questa cosa complica non poco la vita del genitore, che non sa neanche come sia fatto un leone. Per capirci di più, non resta altro che andare allo zoo. Una volta arrivati, Papà orco e Piccolo orco si mettono alla ricerca del leone, ma come fare a riconoscerlo? E soprattutto, una volta riconosciuto, siamo sicuri che a Piccolo orco non passi l’appetito? 

Dove in Voglio mangiare un leone! i protagonisti vengono intelligentemente privati delle loro connotazioni negative e diventano “normali”, tanto che il mostro per eccellenza che spaventa i bambini deve fare i conti con i capricci del proprio piccolo così come tutti i papà umani del mondo e il leone, da predatore, diventa inconsapevole preda dei desideri di Piccolo orco, in Artù caribù - Un Natale da salvare la trama non registra alcun picco narrativo originale. La trasposizione del mondo umano su quello animale è uno stilema visto e rivisto, e anche il fatto che una specie di renna tipica dell’America del nord viva in luogo a lei non congeniale, la Lapponia di Babbo Natale, non salta immediatamente all’occhio dei primi destinatari del testo (che probabilmente sconoscono anche che animale sia un caribù). Se l’espediente del primo testo riesce a insegnare ai bambini di non fermarsi mai davanti a ciò con cui si ha familiarità perché anche i cliché più radicati e paurosi sono fatti per essere presi poco sul serio, nel secondo caso quello che si dispiega tra le pagine è il solito racconto natalizio di Santa Claus in crisi aiutato da un insolito protagonista. Sul piano degli scambi di battute, entrambi i testi risultano validi, sebbene Voglio mangiare un leone! possieda quel quid in più che lo rende accattivante: il ricorrente «pezzo di salame» ripetuto da Papà orco smorza qualsiasi azione.

Il piano è grafico è, infine, quello che fa la differenza sulla qualità dei due testi, a conferma di quanto sostenuto precedentemente. Voglio mangiare un leone! presenta un editing impeccabile, con la punteggiatura al posto giusto e al momento giusto, interiezioni equilibrate rispetto ai dialoghi e risulta privo di errori di stampa. I colori prevalenti sono i rassicuranti toni caldi dell’arancione e del rosso e le pennellate sono stese con campiture piene di acquerelli rilassanti; la disposizione all’interno della pagina di parole e disegni, infine, ricorda molto le splash pages dei migliori fumetti: il bambino inizierà così ad avere familiarità con un modo eccellente di distribuire il contenuto letterario all’interno delle pagine e sarà pronto, da adolescente e adulto, ad apprezzare il metodo narrativo dei testi a fumetti, forme letterarie bistrattate da molti ma non per questo autoritari veicoli di sapere. Artù caribù - Un Natale da salvare si presenta al lettore con un refuso nella prima pagina; un esordio infelice che continua, purtroppo, anche nella scelta tipografica del font: i dialoghi sono scritti in un carattere dalla dimensione troppo piccola e dalla difficile leggibilità. Un vero peccato garfico se si paragona alla dolcezza dei disegni che, in questo contesto, non riescono ad emergere come potrebbero grazie alle loro potenzialità.

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