giovedì 15 dicembre 2016

#paginedigrazia - Annalena Bilsini

Annalena Bilsini
di Grazia Deledda
Ilisso, 2007

Introduzione di Giorgio Todde

Prima edizione: 1927

pp. 192
€  11 (cartaceo); €  4,90 (book)



È la prima volta che leggo Grazia Deledda. Lo ammetto e un po' mi vergogno per aver finora solo sfiorato la prosa di questa grande scrittrice, unica donna italiana – ad oggi – ad aver vinto il Nobel per la letteratura. Ed è con un misto di curiosità e, lo ammetto, diffidenza, che mi sono avvicinata a questo romanzo, Annalena Bilsini: chi mi conosce sa che raramente mi occupo di narrativa italiana, essendo il mio settore di competenza la letteratura inglese e statunitense; ero diffidente nei confronti di questa autrice sarda che credevo – erroneamente, come poi ho scoperto – non avesse molto da trasmettermi, lei così ancorata alla sua terra natia, il paese, la domesticità, il piccolo mondo antico di inizio Novecento. A me, che ho sempre cercato il grande respiro del romanzo europeo, gli spazi sconfinati d'oltreoceano, lo sperimentalismo linguistico e tematico degli autori a me cari, fino alla scoperta della frammentarietà della short story che si spinge dove il romanzo non riesce. Avevo un pregiudizio, insomma, su Deledda e la sua opera. Ma, avrete intuito, sono bastate poche righe per farmi capire quanto mi stessi sbagliando. Perchè in questo breve romanzo, pubblicato proprio nell'anno dell'assegnazione del prestigioso premio, dalla prosa elegante ma mai eccessiva, ho trovato un mondo, una passione, che non sospettano esistesse in Deledda.
Un romanzo così ricco, di vita, passioni, spunti e chiavi di lettura, sospeso fra tradizione e desiderio di innovazione, storia intima e universale insieme che per alcuni spunti mi ha ricordato la prosa, il sentire, di Edna O'Brien: l'attaccamento alla terra, il contrasto fra mondo rurale ed urbano, la religione, i paesaggi magnifici. Perchè i sogni, i sentimenti, della famiglia Bilsini sono in fondo gli stessi di ogni uomo, travalicano il tempo e lo spazio: è un errore, quindi, pensare a Deledda soltanto per la sua "sardità" (come la chiama Margherita Heyer-Caput nell'introduzione al volume), un elemento di certo centrale nell'opera della scrittrice ma da cui è capace anche di staccarsi e ritrarre la vita, i desideri dell'uomo, in terra sarda o altrove. E l'altrove, appunto, è uno dei punti chiave di questo romanzo, inteso sia come luogo fisico - la nuova dimora dei Bilsini - che ideale, insieme alla sorprendente passionalità che attraversa le pagine, caricandole di vita, carne, tormento.
Nella vicenda della famiglia Bilsini, contadini che lasciano la propria terra per seguire il sogno di arricchirsi come affittuari di più vasti possedimenti, lavoro e passioni si intrecciano, mettono alla prova i fragili equilibri famigliari, il desiderio di ascesa sociale, in continua tensione fra vecchio e nuovo, mondo rurale ed apertura alla modernità. Romanzo corale, al centro della storia e della vita della famiglia tutta, vi è tuttavia Annalena, la matriarca: forte, determinata a costruire un futuro di ricchezza per i propri figli e nipoti, attenta ad ogni mutamento tanto della natura quanto del cuore. È lei, rimasta vedova molti anni prima, a guidare la famiglia e deciderne le sorti. Una donna ambiziosa ma gentile, convinta che la vera religione sia quella del duro lavoro. Ed è con fatica, impegno sfiancante, che giorno dopo giorno i quattro figli Bilsini – a cui manca Pietro, partito militare – lottano per soddisfare le aspettative materne ed avvicinarsi alla realizzazione dei suoi progetti, ridando vita alla terra presa in affitto da Urbano Giannini, il padrone. Le giornate scandite dal lavoro nei campi, la ciclicità della natura a segnare lo scorrere del tempo: è la quotidianità semplice di una famiglia contadina nell'Italia di primo Novecento, la mobilità sociale, il sogno borghese, la domesticità, qualche sogno infranto, la fatica.
Deledda costruisce un microcosmo dall'umanità sorprendente, rivelandone sfumature inattese, mediante una prosa intima, elegante ma non retorica, che alterna immagini bellissime e grandiose – soprattutto nelle descrizioni dei paesaggi, della natura – alla parola dialettale, una narrazione continua priva della tradizionale suddivisione in capitoli e paragrafi, che prende fiato solo nelle brevi pause fatte di spazi vuoti – in molti casi densi di significato – lungo la pagina. Il narratore onnisciente, guida il lettore fra pensieri e parole dell'uno o dell'altro dei protagonisti della vicenda, soddisfando una tendenza ancora ottocentesca difficile da abbondare del tutto, per aprirsi poi ad elementi più innovativi, dal punto di vista tematico e formale, che sembrano rifarsi al Modernismo europeo: il gusto per il frammento, l’attenzione alla psicologia dei personaggi – soprattutto di quelli femminili – , una certa vaghezza del background che si concentra solo su quanto effettivamente utile alla storia, il finale dai molti elementi lasciati indefiniti. Una prosa che sa farsi elegante ma anche scarna, essenziale, dalla parola misurata, come lo sono i personaggi di questa storia.

E quello che personalmente mi ha sorpreso maggiormente, come accennavo, in questo romanzo di Deledda: la passionalità, che attraversa la pagina in una tensione continua che si va viva, sospesa tra desiderio e negazione. L’eros e i sentimenti che minacciano equilibri famigliari e progetti futuri, la ragione che si impone di dominare la passione. Quasi tutti i personaggi attraversano questi turbamenti, qualcuno di loro cede senza troppo preoccuparsi delle conseguenze, altri cercano di controllare sentimenti ed istinti. Pietro, il figlio più turbolento, avventato, passionale, torna in licenza e crea scompiglio nella famiglia:
E lui, Pietro, amava la vita con tutti i suoi sensi, a cominciare da quello della gola a finire con quello del tatto: palpava e odorava le cose che toccava, e tutto, anche la polenta calda, anche lo scialle di Bellina, tutto gli procurava un piacere sensuale.
Non si fa scrupolo ad abbandonarsi al piacere, senza badare alle conseguenze, guidato da un carattere selvaggio, che mal sopporta le rigide regole imposte dalla madre, il duro lavoro nei campi; c’è in lui un istinto quasi animalesco, una fiamma ribelle che lo distingue e lo allontana dal resto dei Bilsini, eppure ne è parte integrante al tempo stesso. È lo straniero che viene in visita dalla città, dai suoi doveri di soldato, che porta le notizie dal mondo, mal si adatta alla vita di campagna, alla fatica, al controllo materno, al giudizio dei suoi fratelli e dello zio che sembrano aspettarsi sempre il peggio da lui. Per Annalena è il figlio scapestrato, fonte di preoccupazione e al tempo stesso di gioia immensa quando ritorna a casa:
Pietro, la parte che le mancava dall’anima.
Un’immagine bellissima. Ma è nel personaggio di Annalena, appunto, che Deledda concentra una passionalità, una forza, del tutto inaspettate. La matriarca, che attenta osserva e guida i propri figli, certa che solo il duro lavoro possa temprarli e garantire loro ricchezza, rispetto, ascesa sociale. Una madre-badessa a tratti, autoritaria e controllata, ma anche sorprendentemente passionale, ilare, piena di vita e grazia. Ritratto di una femminilità complessa, in bilico tra l’immagine di rispettabilità e controllo e un istinto passionale, in un gioco di dualismi che attraversa tutto il romanzo. Annalena, che mortifica la propria femminilità, dimentica la giovinezza, soffoca desideri e passioni:
Anche le sue carni erano bianche e giovanili; ella lo sapeva, ma non se ne curava, anzi cercava di coprirsi, di camuffarsi da vecchia, per imporre più rispetto ai suoi figli e forse di sé a sé stessa.
Eppure, non ha che quarantatré anni, la figura piacevole, un’indole allegra e un buon cuore e, come quel figlio scapestrato, è capace di passione e sentimento. Nel personaggio di Annalena, Deledda infonde una vitalità, una complessità psicologica che non ha uguali all’interno del romanzo, domina la scena ogni volta che appare, anche quando figura silenziosa che osserva la vita e il mondo intorno a lei. È una donna fatta di carne e sangue, tesa tra istinto, desiderio e ragione. Viva. Quella stessa vita che, lentamente, riporta nella casa, nella terra coltivata, tornata a dare frutti e ad animarsi di colori, rumori; ma, soprattutto, quella vita che ha richiamato in Urbano, circondato dai Bilsini, dimentico per un attimo delle preoccupazioni per la moglie, malata mentale, la cagionevole salute e l’infelicità della loro unica figlia, Lia. Nella casa dei Bilsini, intorno ad Annalena, l’uomo riscopre la vita, il calore famigliare, l’affetto e, infine, i sentimenti:
Ma egli sospirò. La porta del suo cuore s’era aperta, e una ventata di quell’aria di Maggio che possedeva anche i pali morti della vigna, vi entrava e vi scuoteva il dolore addormentato.
Torna alla vita ed Annalena con lui:
E se camminava così, nel vuoto, nel cangiante chiarore della notte turbata, sentiva di farlo per macerare quella sua inutile forza vitale, o darle almeno uno sbocco nel sogno. Ed ecco che, come appunto nei sogni di quelle ultime notti, quando la carne dolente e l’istinto sepolto soverchiavano lo spirito addormentato, ella trasalì di gioia e di angoscia nel sentire attraverso la siepe un odore di tabacco speciale, ch’ella ben conosceva, l’odore di lui.
Il sentimento, la passione, risveglia molti dei cuori assopiti di questa storia, per un attimo consente di dimenticare infelicità, fatica, frustrazione. È il sogno, l’abbandono alla fantasia, soprattutto, a permettere più del compiersi dell’azione stessa, la fuga – seppur temporanea – dalla realtà, dai doveri.
Un romanzo dai molteplici spunti di riflessione, il ritratto delle ambizioni di una famiglia che cerca di farsi strada in un mondo a cavallo tra vecchio e nuovo, del dualismo città/campagna, sacro e profano, desiderio e ragione, casa e natura. Quella natura, bellissima e crudele, che con i suoi cicli domina la vita dei Bilsini e, nella prosa elegante di Deledda, regala le immagini più liriche:
Bellissimo era il mattino di settembre: sull’argento dorato dell’orizzonte i salici dai molti rami sottili tutti dipartentisi dalla estremità alta del tronco, con le foglie già colorate dall’autunno, parevano grandi ceste colme di frutta e di fiori; sull’erba e sulla siepe brillavano i vapori lasciati dalla notte, e l’acqua dei fossi aveva il colore liquido dello smeraldo.
Ho vinto il mio pregiudizio con l’opera di Deledda e l’augurio è che possa accadere lo stesso ad altri lettori. 

Di Debora Lambruschini 

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