lunedì 19 dicembre 2016

«Vivere secondo il sole e le stagioni» ne "I nostri giorni infiniti" di Claire Fuller

I nostri giorni infiniti,
di Claire Fuller

Traduzione di Samuela Fedrigo

Mondadori, 2016
pp. 251
ebook 9,99€

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta survivors e retreaters si scambiano opinioni su come fronteggiare la crisi umanitaria successiva allo sgancio delle bombe atomiche dei sovietici sul resto del mondo occidentale. Tra di loro c’è anche James Hillcoat, papà di Peggy e marito della promettente pianista tedesca Ute Bischoff, che conduce le sue giornate in funzione di questo catastrofico evento che si abbatterà sull’umanità. Il rapporto con la moglie è alle strette: la donna è spazientita, si rifugia nella sua musica isolandosi dal resto del mondo e lasciando che la piccola Peggy cresca senza la presenza materna. La vita familiare giunge a un punto di rottura quando Ute parte per un tournée di concerti in Germania: James, forse spronato dal fanatico amico retreater Oliver Hannington, porta con sé Peggy in quello che le prospetta come il viaggio più emozionante della sua vita, alla scoperta di Die Hütte, un luogo da fiaba tra i boschi e lontano dalla cattiveria umana.

I nostri giorni infiniti sommano i nove anni che Peggy trascorre nella foresta insieme al padre e che ci vengono raccontati in prima persona in quelle, che sembrano, infinite 215 pagine. Se temete di stare per leggere uno spoiler, devo deludervi: a farlo è stato la stessa autrice, forse inesperta, che ha provato il passo più lunga della propria gamba cimentandosi in un thriller, ma non riuscendo a gestirne la struttura già dalle prime battute. Si continua nella lettura perché sembra impossibile che sia stato già detto veramente tutto nelle prime pagine. Eppure è davvero così. I nostri giorni infiniti è un romanzo dal finale previsto e prevedibile già dalla prima pagina, in barba a qualsiasi regola di scrittura non solo dei romanzi avvincenti ma di qualunque testo narrativo.

Nei ricordi sfumati di Peggy il rapporto con il padre durante la cattività agreste sembra una conquista di qualcosa che le era stato negato dalla madre e che, in sua assenza, può realizzarsi in tutta la sua completezza. I due condividono momenti di intimità forzata e i sentimenti che li legano uno all’altro sono amplificati dalle situazioni estreme in cui si vedono costretti. In particolare emerge con forza l’amore morboso che il padre prova nei confronti della piccola Punzel, reazione (forse) della mancata corrispondenza da parte della moglie. I soliloqui mentali e le sensazioni provate, poi, vengono amplificati anche a livello narrativo, risucchiando spesso il lettore in vortici senza fine di descrizioni e dettagli, che sembrano condurre a un punto, ma che alla fine non accendono nessuna luce sulla vicenda. Il tentativo di creare un dinamismo interno alla storia può anche esserci stato con la scelta di alternare capitoli ambientati nel presente (la Londra del 1985) e capitoli ambientati durante gli infiniti giorni trascorsi nella foresta. Tuttavia, proprio il fatto di avere il presente insinuato nel passato, trasforma il processo non in uno strumento di suspense ma nella stessa morte della storia, dato che si intuisce perfettamente ogni dettaglio che ancora deve essere raccontato prima che lo sia effettivamente. L’unico momento in cui il lettore sente di non provare quella stanchezza e quell’inedia che lo spinge a girare le pagine sperando in un finale diverso da quello immaginati, sono proprio i capitoli finali, non tanto per il contenuto quanto per il ritmo della storia, molto più godibile dei momenti precedenti, purtroppo, scontato.
Un esordio bocciato quello di Claire Fuller che, forse, ha preso troppo sul serio le sue stesse dichiarazioni riguardo il processo di scrittura: «Getting the words down is torture. Once they're written, I love rewriting, editing and polishing».

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