lunedì 7 novembre 2016

Zero K: un romanzo per possedere la fine del mondo

Zero K
di Don DeLillo
Einaudi, 2016



Traduzione di Federica Aceto

240 pp.
19 € (cartaceo)

“Stavo pensando alle affermazioni che aveva fatto mio padre, una volta, parlando dell’arco della vita umana, del tempo che trascorriamo da vivi, i singoli minuti uno dietro l’altro, dalla nascita alla morte. Un periodo così breve, aveva detto, che potremmo misurarlo in secondi. Ed era proprio quello che avevo intenzione di fare: calcolare la sua vita nei termini dell’intervallo di tempo conosciuto col nome di secondo, la sessantesima parte di un minuto. Cosa mi avrebbe detto un simile calcolo? Sarebbe stata una pietra miliare, l’ultimo numero di una sequenza ordinata da mettere accanto alla caparbia marea di giorni e di notti, quello che lui era, quello che lui aveva detto, fatto e disfatto. Una sorta di emblema commemorativo, forse, qualcosa da sussurrargli nell’ultimo sprazzo di consapevolezza. Ma io non conoscevo la sua età, non sapevo quanti fossero effettivamente gli anni, i mesi e i giorni da convertire in uno strabiliante numero di secondi”.

Recensire Zero K oggi rischia di produrre lo stesso effetto di una Besame Mucho malinconica suonata tra i tavoli e le tovaglie a quadri di un’osteria di provincia maleodorante. Dopo l’uscita dell’ultimo romanzo di Don DeLillo, si è scritto e detto di tutto, da parte di chiunque, a testimonianza del forte impatto (un impatto socio-culturale, verrebbe da dire) avuto dal libro che in Italia è stato pubblicato da Einaudi. Elevato il rischio della ripetizione; piuttosto basse le probabilità di arricchire un dibattito già prossimo al livello di saturazione. Ebbene, proverò ad aggiungere un piccolo tassello, consapevole però che l’impresa è comunque destinata al fallimento.

Leggendo Zero K ho avuto l’impressione che questo DeLillo sia quanto di più prossimo, narrativamente parlando, al William Faulkner di Mentre morivo e L’urlo e il furore. L’accostamento al premio Nobel per la letteratura del 1949 dipende non soltanto dallo stile, dal simbolismo, dalla densità e dall’epicità di cui è fatta la pagina ma anche – questa è la ragione principale – dalla capacità dell’autore di farsi mero intermediario di una storia che gli preesiste. Si è detto che con Zero K DeLillo abbia voluto affrontare la trascendenza dell’essere umano di fronte alla vertigine dell’assoluto, il problema di una metafisica futuribile legata alla scienza, la morte, la vita, la religione, l’incomunicabilità. Tutto vero. Con uno stile piano e regolare, frasi che sembrano pietre ben squadrate e una sintassi meravigliosamente essenziale – da questo punto di vista complimenti alla traduttrice italiana Federica Aceto, che ha fatto un lavoro di resa straordinario – attraverso questo impianto stilistico, DeLillo, molto semplicemente, ci propone una storia, ma non ce la offre indicandoci le soluzioni, le chiavi di lettura, le spiegazioni. La mancanza di un “approfondimento” di certe tematiche, delle quali resta come un’ombra in superficie, ne è la testimonianza diretta.

L’algido Zero K dimostra che oggi DeLillo è il portavoce di qualcosa che è prima di lui; niente a che vedere con l’autore onnisciente che prende per mano il lettore e, passo dopo passo pagina dopo pagina, lo riporta dalla mammina che aspetta in cassa. DeLillo non è l’autore con la “A” maiuscola che, seduto in cattedra, spiega come va il mondo, fornendo i significati ultimi e le intime connessioni causali. Lo scrittore del Bronx non è niente di tutto questo: lavora per intuizione, frase dopo frase, non ha un disegno in testa, non si prefigura lo sviluppo, il filo si srotola quasi magicamente e la materia offerta è pronta a essere oggetto dello sforzo meraviglioso e irriducibile della produzione di senso. Per questo ritengo che Zero K – così come alcune opere di Faulkner – sia l’esemplificazione di un modo “anti-autoriale” di raccontare una storia (una storia, non un messaggio). Ed è forse a causa di tale approccio non convenzionale che l’ultimo romanzo di DeLillo può risultare noioso, monotono, monocromo, insignificante (non nel senso di ordinario ma di privo-di-significato). Forse è esattamente così e sapete perché? Perché con Zero K la distanza tra autore e lettore non c’è più; DeLillo è un tramite e il lettore – io, voi, noi tutti – è chiamato a ricevere, rielaborare, immaginare e produrre mondo. Il lettore ha la possibilità di diventare autore e questo – diciamolo – è davvero una noia…

Per fortuna però esiste ancora qualcuno a cui questa “noia” piace. Il plot di Zero K si attorciglia come un boa equatoriale attorno alla figura di Jeffrey Lockhart, trentenne americano che incarna alla perfezione il modello dell’uomo moderno insoddisfatto, irrisolto, sempre in bilico tra un posto di lavoro e l’altro e rapporti affettivi che non portano da nessuna parte. C’è un’immagine, però, o meglio un ricordo che non lo abbandona: il giorno della morte della madre, Madeline, la donna stesa nel letto priva di vita e la vicina di casa seduta su una sedia lì accanto. Jeff da piccolo zoppica spesso, ma è una simulazione, lo fa per attirare l’attenzione degli altri. Jeff ha l’ossessione di definire le cose, gli oggetti, i sentimenti, le persone; una specie di ricerca perdurante e continua dei significati che lo circondano. Ogni cosa, ogni persona, possiede la sua descrizione, che è unica e irriproducibile. Definisci pelucco, definisci stampella. Mentre la madre di Jeff muore, Ross, il ricco padre che da tempo se n’è andato di casa, sorride dalla copertina di Newsweek. Il cortocircuito è innegabile e si acuisce quando Ross invita il figlio in Convergence, centro operativo di studi biotecnologici avanzati situato nel deserto del Kyrgyzstan. L’obiettivo del centro studi, di cui Ross è uno dei principali finanziatori, è la crioconservazione dei corpi, la sospensione dalla vita e la loro riattivazione in un futuro prossimo.
Tutti vogliono possedere la fine del mondo.
L’attuale compagna di Ross, Artis Martineau è gravemente malata, sarà lei ad avviarsi per prima verso questa sospensione di vita. «Vieni anche tu», ripete più volte Artis a Jeff. Ross sembra voler seguire Artis ma non lo farà se non dopo due anni vissuti tra i rimorsi e l’incrollabile fede in questa filosofia della sospensione del tempo che precede un nuovo stato di cose. L’ambientazione del romanzo rimbalza da New York a Convergence e accanto ai personaggi principali (Jeff, Ross e Artis – quest’ultima protagonista di un flusso di coscienza in terza persona di rara bellezza al centro dell’opera), DeLillo regala altre affascinanti figure – dalla compagna di Jeffrey, Emma, al figlio adottivo Stack, ai gemelli Stenmark, il Monaco e Ben Ezra – altri attori fondamentali di una narrazione che a tratti sembra ricordare le atmosfere dei film muti.
Leggere Zero K è un’esperienza che richiede coraggio. Malgrado si tratti in fin dei conti di fiction, è quanto di più lontano si possa concepire dall’idea di una letteratura di intrattenimento perché, più che risposte, Zero K fornisce domande. Quindi forse è proprio questa l’essenza del romanzo di DeLillo, un’opera che sa stimolare il quesito originario attorno alla funzione della letteratura.

Per rispondere leggete il romanzo e poi osservate la copertina, la stessa sia della versione italiana che di quella americana: un viso greco scolpito nel marmo, il viso di una statua gelida e impassibile. È un’immagine anodina che ipnotizza – lo scatto è del fotografo Jasper James – il volto privo di espressione di un essere umano fatto esclusivamente di materia inerte e levigata. Che sia l’immagine riflessa di ognuno di noi? Sia come sia, è l’immagine perfetta per la copertina di un romanzo misterioso e bellissimo come questo, lo specchio di pietra sul quale si riflette, trasfigurandolo, il viso del lettore, il grado zero della natura umana, il livello primo della consapevolezza. Qualunque cosa voglia dire.

“- Ci pensi a come sarà il mondo quando tornerai? - Penso alle gocce d’acqua. Ho aspettato che continuasse. Ha detto: - Penso alle gocce d’acqua. A me ferma sotto la doccia, mentre guardo una goccia che scende perpendicolarmente, piano piano, lungo il lato interno della tendina. Penso alla mia concentrazione sulla goccia, quella gocciolina, quella sferetta, a me che aspetto che la goccia assuma nuove forme mentre scorre su crinali e avvallamenti, con l’acqua che mi percuote i lati della testa. Un ricordo che risale a quando? Vent’anni fa, trenta, di più? Non lo so. A cosa pensavo in quel momento? Non lo so. Forse avevo attribuito una qualche forma di vita alla goccia d’acqua. L’avevo animata, come un disegno sullo schermo. Non lo so. È probabile che la mia mente fosse sgombra. L’acqua che mi sbatte contro la testa è freddissima, ma non mi va di regolare il flusso. Ho bisogno di guardare la goccia, di vederla che comincia ad allungarsi, a colare. Solo che è troppo chiara e trasparente per essere qualcosa che cola. Sto lì a lasciarmi percuotere la testa e penso che colare non sia il verbo giusto. Il fango cola, o la melma, il limo che è vita al livello primordiale sul fondo degli oceani ed è costituito principalmente da microscopiche creature marine.” @___vinz sta leggendo #ZeroK, il nuovo atteso e discusso romanzo di #DonDelillo, a breve recensito sul gruppo! Voi lo avete già iniziato? Che cosa ne pensate?

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