venerdì 18 novembre 2016

"L'uomo è morto", l'uomo è vivo: la scrittura della testimonianza di Wole Soyinka

L'uomo è morto
(The Man Died)
di Wole Soyinka

trad. Carla Muschio
prefazione di Oreste del Buono
con un testo di Luigi Sampietro

Jaca Book, 2016 [1972]

pp. 352
€ 18,00 (cartaceo)



Per il lettore eurocentrico, cioè poco incline, quando si tratta di fatti storici, a uscire fuori dall'ombelico del vecchio continente e ad aprirsi alle nuove ventate (anche epistemologicamente parlando) della World History, è utile ai fini di una comprensione il più piena possibile ricostruire il quadro storico alla base de L'uomo è morto, opera al confine tra il reportage e la narrativa del nobel nigeriano per la letteratura 1986 Wole Soyinka. Utile, ma non strettamente necessario. Perché le vicende tanto drammatiche quanto intricate della guerra civile nigeriana (1967-1970), con il paese africano diviso a metà tra la Repubblica del Biafra a sud-est guidata dal colonnello Ojukwu e il governo centrale di Lagos retto dal colonnello-dittatore Gowon, rimangono sullo sfondo rispetto al cuore del libro di Soyinka che di fatto rappresenta la testimonianza della prigionia dell'intellettuale africano in seguito alla denuncia pubblica della nefandezza della guerra fratricida. Il titolo del libro è rivelatore: il focus è tutto sulla condizione umana ai tempi della tirannia, cioè quando la violenza e l'arroganza diventano strumenti indispensabili al consolidamento del potere politico e "l'uomo muore in tutti coloro che conservano il silenzio di fronte alla tirannia" (p. 27).



Il pensiero, anche in virtù della spia lessicale del titolo, corre subito a Se questo è un uomo di Primo Levi, 'documento' di un'umanità che rimane tale nonostante l'orrore dei campi di sterminio e che proprio nelle condizioni di vita più infime e degradate riscopre, grazie a Dante e al ventiseiesimo canto dell'Inferno, la "semenza" più alta e più vera dell'esistenza terrena ("fatti non foste a viver come bruti..."). Il richiamo al libro di Levi non è infondato; in più di una circostanza, soprattutto nei momenti (e sono molti) di massima desolazione e di sconforto, il soggetto-detenuto riesce a trovare inaspettate risorse psicologiche e spirituali nella certezza di appartenere a una communitas di uomini e donne che travalica i secoli e i confini geografici. In virtù di questa communio, Soyinka riesce a scorgere il senso di un destino condiviso che lo aiuta a sopportare le umiliazioni e i tentativi del Potere di annientare la dignità umana. L'episodio delle catene ai piedi è sicuramente emblematico, oltre ad essere uno dei più importanti del libro:
La percezione delle catene era una novità delle sensazioni cui non riuscii ad adattarmi immediatamente. Abbassai gli occhi su quegli strani oggetti con curiosità veramente distaccata, sollevai le gambe un'altra volta per sentirne il peso, provai a camminare ed effettuai cento altri esperimenti. [...] Ancora un'ondata di irrealtà, penso che risi forte a questo punto. [...] Sentivo una viva contraddizione in tutto questo, una contraddizione nel mio essere, nella definizione e percezione umana di me stesso. [...] Io mi definivo come un essere non destinato alle catene; quindi, infine, un essere umano nella misura in cui si può dire che l'essenza umana possiede davvero a volte una qualità tangibile [...]. Ma nell'esperienza della cosa fisica l'individuo non è solo, soprattutto se è un negro. L'avevo provato, così mi pareva, centinaia di anni prima, come credo di aver provato l'inizio di un momento sicuramente reincarnato quando incontrai per la prima volta a scuola nei libri di storia incisioni che mostravano marce di schiavi. [...] Certamente non può essere un'esperienza strettamente personale. (pp. 56-7)
Cos'è allora che tiene in vita Soyinka durante la dura reclusione, ciò che lo fa rimanere uomo a dispetto delle condizioni 'bestiali' in cui è costretto a vivere? Lo dice apertamente lo scrittore nigeriano citando le ultime volontà del suicida Adolfe Joffe scritte a Trotzkij; "La vita umana ha significato solo nella misura in cui e fintanto che è vissuta al servizio dell'umanità. Per me l'umanità è infinita. Per me la giustizia è la prima condizione dell'umanità" (p. 116). Questa è la stella polare a cui Soyinka si aggrappa con tutto il fondo delle sue forze e che non abbandonerà mai, neanche durante gli ultimi mesi di carcerazione, i più difficili, testimoniati da una scrittura che lascia il recinto 'illuministico' del pensiero politico e civile per deviare, come una scheggia impazzita e impossibile da controllare, verso territori sconfinati di cupa introspezione psicologica, con esiti che abbracciano una visionarietà surrealista e onirica sebbene essa sia il frutto - guasto - delle sofferenze fisiche e psichiche del soggetto.

Non viene mai meno, dunque, la fiducia nel potere della parola - Soyinka, non lo si dimentichi, è un poeta e un drammaturgo di notevole valore -, nella formidabile forza della scrittura. C'è un altro episodio che per il suo dirompente sostrato simbolico vale la pena ricordare: un gesto che la realtà di tutti i giorni ridimensionerebbe nella sua effettiva significanza, ma che nel perimetro asfittico di una cella di detenzione acquisisce una portata iperbolica.
Scrivere! Poter fissare dei pensieri sulla carta, forse cominciare una nuova commedia, un romanzo, un racconto, una spiegazione per me stesso... era tutto questo, ma, cosa più importante, era un'occupazione. Una penna e io avrei fatto qualcosa. Il tempo sarebbe stato largamente o minutamente eroso. [...] L'asiatico si volse nella direzione del mio dito e io mi chinai in avanti verso di lui, staccai la penna mentre il suo petto sinistro mi passava accanto nel voltarsi. La nascosi nella mano, poi misi il palmo piatto sul tavolo, la penna nascosta sotto. (pp. 225-226)
Il furto di una penna, approfittando di una visita medica, non è semplicemente 'un furto', ma diventa il gesto estremo - l'unico gesto possibile in quel particolare momento - con cui Soyinka rivendica la sua natura di uomo e di scrittore, a testimonianza del rifiuto di ogni forma di barbarie e tirannia. In ciò consiste il carattere universale de L'uomo è morto; nel suo messaggio di pace - ma non pacificato! - che, rovesciando la constatazione del titolo, ci pone davanti alla nostra vera realtà. Che continua a essere 'umana' solo se qualcuno prova a dare un senso a tutto ciò che accade, se qualcuno riesce a spogliarsi della propria vita per rivestirsi della vita dell'Altro, ovvero di tutte le vite.

Pietro Russo