lunedì 28 novembre 2016

Quando la parola fa grande la storia: "Tu, mio" di Erri De Luca

Tu, mio
di Erri De Luca

Feltrinelli, 2012
pp. 116
€ 6,50

Non è facile scrivere di questo breve romanzo (anche se Gloria ci è riuscita splendidamente: leggi qui la sua recensione). Si vorrebbe citare tutto, non aggiungere niente. Sfogliando le pagine trascorse, ci si accorge di aver seminato ovunque tratti di matita, di aver aggiunto annotazioni fitte, di essersi concessi persino qualche orecchia a fondo pagina. Perché, con Erri De Luca, anche quello che pare scontato in realtà non lo è. Perché la lingua nelle sua mani è materia duttile, e viene carezzata, manipolata, plasmata e trasformata in modi sempre nuovi e impensabili. Erri De Luca ha il coraggio di chi conosce e ama le parole, di chi scrive per sentir leggere le proprie storie ad alta voce, per creare risonanze di musica e memoria.
Proprio la memoria è protagonista della vicenda narrata: la memoria recente di una guerra consumata ma non ancora scomparsa, che lascia segni nei sopravvissuti e diventa curiosità indicibile per le nuove generazioni che ne osservano le conseguenze. Portavoce di tale memoria è Nicola, pescatore di una piccola isola nel mar Tirreno, uomo riservato, ma unico a rispondere alle domande del giovane narratore:
Mi raccontava con la premessa […] che lui non sapeva niente di politica, che quelle erano solo storie di quando era giovane e c’era la guerra. C’era la guerra come c’è il libeccio, la siccità, la stagione senza passaggio di tonni. C’era: un solo verbo reggeva tutto il male e il bene che succedeva agli uomini. La guerra era rimasta in qualche dettaglio buffo, che ripeteva: una finestra vuota vista dalla strada e dietro la finestra non c’era più una casa, neanche un tetto, e si poteva vedere il cielo. E una piazza di mercato che ci cresceva l’erba (13). 
È proprio Nicola, con la sua essenzialità rude e la sua schietta onestà a insegnare al protagonista le leggi della pesca, del mare e della vita – e nelle sue riflessioni scarne i tre ambiti sembrano sovrapporsi e coincidere: “Nicola mi ha insegnato il mare senza dire: si fa così. Faceva il così e il così era giusto, non solo preciso ma bello da vedere, mai di fretta. Il così di Nicola aveva l’andatura delle onde, i suoi gesti facevano una rima che imparavo a intendere” (10-11). Quello del pescatore è un sapere primigenio, legato alla natura e al susseguirsi delle stagioni. Lui non dimentica mai, per averlo provato sulla propria pelle, che la vera conoscenza non si può apprendere, ma si deve assorbire, interiorizzare, vivere e assimilare: “si deve sapere cogli occhi, con la paura, con la pancia vuota, non con le orecchie, coi libri” (39). E proprio attraverso l’esperienza – del mare, del male, dell’amore –, l’io narrante cresce, soffre e impara: 
l’isola era muta e scendendo scalzo alla marina un ragazzo poteva sentirsi liscio per la pietra sotto i piedi, profumato per il pane che gli sfiorava il naso dai forni, adulto perché andava sul mare verso il largo e le profondità a maneggiare un’arte (9).
È un’estate incantata quella in cui il ragazzo consuma i suoi sedici anni: l’isola è l’arena in cui si combatte una battaglia violentissima per la presa di coscienza di sé, per il raggiungimento di un’autonomia conquistata a forza di sudore, silenzi e percezioni che sono innanzitutto interiori, quasi mai reali e condivisibili. Al fianco del protagonista, ma sempre un po’ discosta, una ragazza di poco più grande combatte una battaglia diversa, contro i fantasmi di un passato che stringe il petto come una morsa, che deve essere nascosto dietro una parvenza di superficialità. Caia è per il narratore l’amore, immediato e assoluto: 
Guardai quella ragazza nuova in faccia e le spuntò una risata limpida, sonante come fa il crollo delle monete nel salvadanaio che si rompe. E i denti, uno appena scalfito in mezzo alla bocca, squillarono di bianco tra le labbra piene e un volo di capelli si abbatté su metà della sua faccia e io sentii un calcio nel sangue (23-24).
Di fronte a Caia e al suo mistero, il ragazzo diventa improvvisamente più grande. È un cambiamento impercettibile, nato da un istinto di protezione che lo rende, prima che amico o amante, padre e fratello maggiore, al di là di ogni ragionevole considerazione anagrafica:
Stavo cambiando per lei, Caia stava facendo di me qualcosa d’altro e non c’entrava solo l’amore. E dirmi in testa: “Hàiele, Hàiele” mi suscitava una tenerezza di padre che aveva una bambina piccola da crescere, da mettere a letto, lasciando in corridoio la luce accesa. Il corpo era il solito acerbo, la vita dentro invece si era precipitata in avanti per un comando venuto da fuori, da lontano (62).
E quando c’è qualcuno che si sente di dover proteggere, bisogna imparare a gestire anche la rabbia, quella “furia mai sentita, [quel] soffio caldo nel naso” (78) che si avverte quando si sente che la persona amata non è al sicuro, che qualcuno o qualcosa minaccia la sua innocenza, la sua felicità. L’amore costringe a guardarsi dentro, a capire fino a dove ci si può spingere. Il narratore è costretto a scegliere tra le sue due anime: “Caia era terraferma, storia femmina di un secolo che mi afferrava il bavero per amore e furia, ma non lì, non in mare. Lì ero nelle notti comuni delle estati innumerevoli della terra, ero coetaneo del pianeta, uno della sua specie insonne” (64). Cosa scegliere dunque? La storia, o il presente? La quiete rassicurante della pace, o la febbre divorante della vendetta? Fino all’ultima pagina, Erri De Luca tiene il lettore con il fiato sospeso. E così faremo noi, nella speranza che qualcuno abbia voglia di imbarcarsi in una storia semplice, che l’abilità narrativa di un grande autore riesce a rendere straordinaria.
Carolina Pernigo

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