giovedì 24 novembre 2016

#paginedigrazia | "Memorie di Fernanda", ritratto di una futura scrittrice

Memorie di Fernanda
di Grazia Deledda
Ilisso, Nuoro, 2009

prefazione di Mario Specchio

pp. 302

cartaceo € 11
ebook € 4,90



Memorie di Fernanda è l’esempio di come il grande scrittore debba rivolgersi altrove per poi trovare la propria strada. In un altrove metaforico e lontano dalle proprie amate strade, dalle vie dell’infanzia, dai modelli culturali e di riferimento. Una sorta di lente di ingrandimento che dall’alto mette insieme tutte le tematiche che un giorno, quando il fuoco si avvicinerà alla carta, alla sostanza delle cose, risulteranno più chiare, più nitide, più vicine.
Quando nel 1888 la diciassettenne Maria Grazia pubblica il suo primo romanzo, lo fa con la consapevolezza che il suo mondo ideale avrà la cifra dei sentimenti, dei grandi riferimenti letterari, anche stranieri e della potenza delle personalità confinate dentro memorabili personaggi, e soprattutto avrà la pretesa di raccontare di altro senza mai spostarsi in realtà mai da se stessa. Fernanda è una giovane appassionata, imbevuta di storie appassionanti d’amore, di letture che parlano con i versi di Shakespeare o Goethe, che ricordano le tragedie e si manifestano per assenza, per abbandono, per vendetta. 
In quella notte non dormii, e verso mezzanotte l'insonnio mi diveniva sì pesante, che mi levai a sedere sul letto. Poi mi levai assolutamente, e coprendomi con un semplice accappatojo, mi avvicinai alla finestra e appoggiai la fronte ardente ai vetri.
Mancano del tutto le cifre che renderanno la Deledda la grande scrittrice del "dopo": manca l’appiglio all’elemento naturale, e la natura è una cornice lontana che non rasserena, non partecipa, non compatisce le miserie di uomini e donne. Ogni scena è pensata come una fotografia o un quadro, ogni dialogo è abbondantemente intriso di passione e pentimento. I personaggi hanno quasi paura di agire nella realtà, restano sempre confusi nell’intenzione o intrappolati nelle conseguenze di gesti che poi qualcuno racconta al posto loro. 

Eppure, c’è qualcosa che lega il lettore alla pagina, ed è la capacità di creare legami con le pagine attraverso il fitto serrato dialogo con se stessi, attraverso l’urgenza dell’invenzione, del colpo di scena. È la rappresentazione dei grandi romanzi che verranno, una prova generale delle tematiche più mature. Tutto è sproporzionato, le città in cui avvengono le azioni, le colpe dei padri, le vite assurdamente tragiche dei protagonisti, le parentele, le origini lontane ed esotiche. Ma c’è un elemento che torna costante e che sarà un punto di forza, la preponderanza dell’elemento femminile e la forte caratterizzazione proprio delle donne all’interno della storia. 
Come dissi mia madre era ebrea, una ebrea bellissima tipo puro. Ed io avevo ereditato tutto da lei, tranne i capelli di un biondo veneziano con riflessi di madreperla.
La madre morta di Fernanda, le due mitiche figure centrali attorno a cui ruota la vicenda e che condizioneranno la vita di Fernanda, ovvero Flaminia e Wandah, donne distrutte dal loro desiderio e dall’aver vissuto le passioni in maniera assoluta e totalizzante, ma anche la zingara Gretchen, crudele, vendicatrice e infine determinante, nella parte finale del romanzo. In qualche modo le figure maschili subiscono il fascino di queste donne, ma ne sono completamente manovrate, a tal punto che senza di esse si ha quasi la sensazione che andrebbero giù come burattini senza fili. 
Due uomini, due cacciatori a cavallo, erano smarriti, sotto quel cielo oscuro, nel centro della foresta.
Per molti critici, e non a torto, questo romanzo ha un valore puramente documentale, in quanto è la prima prova con la narrazione di largo respiro della Deledda, a cui mancano ancora tutte le tematiche che la renderanno grande e unica, manca la consapevolezza del proprio registro narrativo, la predominanza dell’elemento naturale su quello culturale, i riferimenti letterari più maturi, la capacità di tracciare di un paesaggio la luce e quasi gli odori, le atmosfere, la magia, manca la Deledda. 

Abbiamo però la dimostrazione di una volontà che sfida le convenzioni, che si scaglia contro un sistema provinciale che non reputa opportuno che una ragazza di buona famiglia si dedichi a certe tematiche e pretenda di poter dire la sua, sebbene in una visione prettamente romantica. 

Abbiamo la capacità espressiva e l’urgenza dell’invenzione, ricca di suggestione giovanile ma possente, articolata e pura. Come sarà infine la voce matura della scrittrice, colorata da nuove sfumature, da nuove consapevolezze e da nuovi mezzi tecnici, che affondano però le proprie radici nel sostrato primario della grezza opera prima.

0 commenti: