mercoledì 16 novembre 2016

La nostalgia di un'immagine: "Transito all'ombra" di Gianluca D'Andrea

Transito all'ombra 
di Gianluca D'Andrea

Marcos y Marcos
2016

pp. 110
Euro 16,00 (cartaceo)



Nel percorso tra Treviglio e Messina, che sono i due poli geografici del Transito all'ombra di Gianluca D'Andrea, così come è descritto nella poesia Altro viaggio, è possibile (almeno così ci sembra) rinvenire il fantasma o ossessione che sta dietro al titolo di quest'opera poetica. Si tratta, nello specifico, degli ultimi cinque versi della poesia ricordata sopra: "la Sicilia si accende tra le fiamme / più reali nel ricordo, paesaggi / mediterranei attivi del passato, / l'inerzia per cui Treviglio è avvenuta / dentro il ritorno al nostro nuovo approdo". Dunque Treviglio, località dove il poeta messinese attualmente risiede, avviene non nell'hic et nunc del presente ("è avvenuta") ma durante un nostos (che per sua natura già "attiva" il passato), un viaggio di ritorno, uno dei tanti, nella natia Sicilia. Sembra di scorgere non troppo distante l'eco del René Char dei Feuilltes d'Hypnos che, a proposito della poesia, scrive: "si abita solo il luogo che si lascia". Il presente, che è appunto moto continuo, transito tra un prima e un dopo, è abitabile non sotto una luce piena e diretta ma al riparo di un chiaroscuro, di un' "ombra" che appunto ricorda la nostra transitorietà di esseri immersi nel divenire del tempo.



Con questa chiave di lettura si può provare ad aprire ermeneuticamente l'esergo di Mandel'štam posto a principio dell'intera raccolta: "Non è di me che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l'epoca, il rumore e il germogliare del tempo. La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale. Se fosse per me, mi limiterei a storcere il naso pensando al passato". Il lettore, già nel poemetto in dodici 'stazioni' emblematicamente intitolato La storia, i ricordi, si trova quindi davanti a uno scacco di natura conoscitiva ed esistenziale; più l'io tenta di resistere, di sottrarsi all'esperienza del tempo ('non è di me che voglio parlarvi') più non può fare a meno di ricadere nella trama della 'memoria' che accumula avvenimenti collettivi ("la storia") e personali ("i ricordi"). Succede allora che "la corsa // sempre più necessaria diventò / un vortice e sempre più accelerando / ci riconoscevamo negli scoppi, / in un moto cieco, nella vertigine" (I), ovvero nella "sensazione limpida di vivere // la pienezza e sapere riconoscere, / dopo l'angoscia, il sentire del vuoto" (II).

L'epilogo, "alla fine di un'epoca" che distanzia "in un limbo / le generazioni" e "gli individui [...] / impegnati, da bolle, a sognare / il proprio mondo (IV), dove la percezione della fine della storia si fa lancinante nel "passaggio del millennio" (VII) "guardando / ripetersi il mondo come uno specchio / decuplicato" (VIII), non può che essere segnato da una consapevolezza - à la Char - che ammaina le pretese di partenza: "noi lontani da sempre / pronti ad abbandonare la non-casa / la certezza di affacciarsi / in altre distanze, non nostalgia / di un luogo che è lo stesso, / sempre un altro" (IX). Ci troviamo davanti a La resa del poeta, collocata (strategicamente?) proprio al centro del libro, che racchiude il senso dell'esperienza umana e poetica di D'Andrea:
Sul viso queste linee perfette
che la luce bagna appena.
[...]
Il viso della bambina è diverso
cambia come il giorno
come ogni giorno cambia
per somigliare a se stessa, diversa,
al diverso che cederà nel nulla
che già l'accompagna, rendendo
possibile la sua presenza attuale,
eterna.  
Sul viso quelle linee perfette
ogni giorno perfette nella loro incoerenza
col perfetto che è sempre visione.  
La visione è qualcosa che si arrende;
ancora, ogni tanto, combatto
con la mia resa,
la lingua diventa l'eco di un campo,
una lancia sospesa nel lancio,
non cade, salta. 
Nella dialettica tra l'eterno e ciò "che cederà nel nulla" di un'immagine, in questa nostalgia che è una distanza, D'Andrea sembra dichiarare la difficoltà davanti a cui si arena la scrittura incapace di tenere la "visione" ("la lingua diventa l'eco di un campo"), ovvero la perfezione fugace di tale immagine. Il 'salto' della lingua allora diventa l'unica via di fuga, irrazionale e svincolata da presupposti logici, da tale impasse: la "resa" che rende possibile "la sensazione vera di non essere / se non se stesso in contatto perenne", come si legge in L'identità (o trasposizione del poeta); cioè, in ultima istanza, l'aderire, seppur in via transitoria, tra l'io e il "rumore del tempo".

Pietro Russo

0 commenti: