giovedì 3 novembre 2016

#CriticARTe - Rappresentare la storia sacra tra eresie e ortodossia: pittori, miniatori, scultori e incisori nell'Italia cinquecentesca

Immagini ed eresie nell’Italia del Cinquecento
di Massimo Firpo e Fabrizio Biferali
Editori Laterza, 2016

pp. 472

euro 38,00

Che cosa accomuna la Napoli valdesiana e la Firenze di Cosimo I de’ Medici? E che connessioni possono mai esistere tra l’immaginario di Iacopo Pontormo e quello di Sebastiano del Piombo, o tra il Giudizio universale di Michelangelo e le tele a soggetto sacro di Lorenzo Lotto e Tiziano? Una prima risposta, molto generale, potrebbe essere che questi contesti, artisti e relativi capolavori si collocano all’interno della cornice del XVI secolo, ovvero di uno dei periodi storici a cui l’Italia continua tuttora – e con ragione – ad affidare la sua fama mondiale di Paese principe delle belle arti. Una seconda risposta, che poi è alla base di Immagini ed eresie nell’Italia del Cinquecento, il volume di Massimo Firpo e Fabrizio Biferali appena pubblicato da Laterza, è che essi abbiano avuto come comune denominatore culturale una pervasiva instabilità nell’ambito delle fedi e delle confessioni. Il Cinquecento, d’altronde, sarebbe stato teatro europeo di lunghe e sanguinose guerre di religione, e questa temperie – agitata da venti riformistici prima e controriformistici poi, dalla dialettica inquieta tra ortodossia ed eresie, e segnata da eventi drammatici come "il sacco di Roma" (1527) e dalle vicissitudini conciliari – ha influito non poco sugli esiti pittorici e scultorei, in modo ora criptico e ora palese (e dunque, come tale, soggetto a cure e censure speciali da parte delle autorità preposte).

Già coautori di “Navicula Petri”. L’arte dei papi nel Cinquecento (edito sempre da Laterza nel 2009), Firpo e Biferali hanno nuovamente unito le proprie competenze specifiche – di storico il primo, di storico dell’arte il secondo – per confrontarsi con la pittura e la scultura italiana nel XVI secolo alla luce delle istanze religiose riformistiche e controriformistiche. Prendendo le mosse da uno dei capisaldi della Riforma, ovvero dal rifiuto dell’idolatria delle immagini sacre, e dalla diffusione parallela di interpretazioni polivalenti circa alcune ricorrenti iconografie, i due studiosi hanno inteso verificare in quali casi – sia di intelligenze artistiche, sia di opere concepite nella Penisola – possano essere rintracciati riferimenti espliciti oppure spunti e sotto-testi eterodossi. Il risultato è un affresco ricchissimo di dettagli, che affiorano nitidi e in filigrana proprio in virtù di un’analisi tesa a svelare suggestioni e complicazioni eretiche in opere e artisti del periodo (decine tra pittori, miniatori, scultori e incisori), spesso tra i più noti e ammirati. E non si tratta, come pure ci si potrebbe aspettare (o come altri avrebbero potuto impostare il lavoro), di una pedante disamina di occorrenze: quello di Firpo e Biferali è piuttosto un lunghissimo e minuziosissimo racconto, argomentato e problematizzante, di ciò che accadde in ambito peninsulare al sistema della raffigurazione del “sacro”; un racconto scritto da specialisti per cultori dell'argomento, oltremodo popolato di personaggi e animato da dottrine, dunque certamente molto impegnativo, e che pur procedendo in senso cronologico tradisce la consapevolezza dell’impossibilità di ricorrere in modo sistematico a categorizzazioni oppositive-esclusive e a rapporti di causa-effetto (e che dunque necessariamente sfuma i contorni dei fenomeni laddove non è possibile tracciare linee nette di demarcazione).

In questo senso, ai fini di una trattazione tutt'altro che approssimativa o dispersiva, si rivela indovinata la scelta di organizzare i capitoli per aree geografiche, corrispondenti sia ai centri di riferimento politico e culturale dell’Italia cinquecentesca, sia a zone di comprovata diffusione o con peculiare sensibilità rispetto alle dottrine riformate (Napoli, Firenze, Roma, Bologna, Urbino, Ferrara, Milano, Trento, Venezia, Vicenza, Modena, Lucca…), con approfondimenti interni su artisti, opere e iconografie: ecco il perché, per esempio, dello spazio esclusivo (un intero capitolo) dedicato alla permanenza di Michelangelo a Roma nel capitolo relativo alla città dei Papi, con un ampio focus sulle vicissitudini dell’affresco del Giudizio universale, sulla Cappella Paolina, e sulla frequentazione del pittore-scultore con la carismatica Vittoria Colonna, il cui temperamento in materia di fede ebbe non poche ripercussioni sulla realizzazione delle ultime opere dell'artista, ed è utile (tra le altre cose) a comprendere il significato dei tre disegni (la Pietà, il Cristo in croce e il Cristo e la samaritana al pozzo) che il Buonarroti eseguì per lei tra il 1538 e il 1545.

Accademicamente rigoroso, ad altissima densità di aneddoti, di citazioni e di rimandi alle fonti (sebbene non corredato da una sezione bibliografica autonoma), e supportato anche da un comodo Indice dei nomi che permette di orientarsi nella moltitudine di figure citate, il volume di Firpo e Biferali è ulteriormente impreziosito da un corposo fascicolo di immagini di ottima qualità, sia a colori che in bianco e nero. Proprio questa cura relativa alle sezioni di apparato costituisce un significativo valore aggiunto di tutto il lavoro: sebbene esso non si proponga come un trattato autonomo di estetica o di critica d’arte, le 211 tavole (tutte corredate con didascalie autonome, e con referenze iconografiche finali) contribuiscono concretamente a tracciare a un vero e proprio Percorso per immagini, e gratificano non poco anche i profani dell'argomento, che al cospetto della  sua innegabile complessità e della mole totale delle pagine – quasi 500 – potrebbero rinunciare aprioristicamente alla lettura. Sarebbe tuttavia un peccato (se non proprio “un’eresia”), poiché i più curiosi e volenterosi avranno invece la piena conferma di un bell’accordo tra valore scientifico e alta divulgazione nel tentativo di descrivere un argomento tanto stratificato quanto affascinante, ovvero (nelle parole degli autori) quel clima
«di sperimentalismo religioso, di incertezze, di dubbi, di discussioni, o anche solo di superficiale curiosità che caratterizzò gli anni quaranta [del Cinquecento] e che coinvolse direttamente molti artisti, da Michelangelo al Pontormo, dal Lotto al Perucolo, dal Franco a tanti altri, noti e meno noti, chiamati nel loro quotidiano lavoro a illustrare una storia sacra i cui significati teologici, con le connesse identificazioni ecclesiologiche, erano al centro di profonde ridefinizioni e fratture storiche».

Cecilia Mariani

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