venerdì 28 ottobre 2016

Racconto biblico e tragedia greca: "Lo spregio" di Alessandro Zaccuri

Lo spregio 
di Alessandro Zaccuri
Marsilio, 2016

pp. 120
€ 16,00 (cartaceo)


Con una certa facilità si può ipotizzare che il lettore arrivato d'un fiato all'ultima pagina de Lo spregio (Marsilio, 2016) di Alessandro Zaccuri non sia troppo distante dallo spettatore che nel V secolo a. C. abbandonava, meditabondo e sbigottito, il teatro al termine di una rappresentazione di Sofocle. Al di là del sommovimento catartico che dovrebbe scaturire in chi fruisce dell'opera d'arte, il racconto di Zaccuri - apologo morale con chiari echi veterotestamentari - sembra infatti ricalcare in carne e ossa la struttura della tragedia greca, con l'aggiunta - questa sì contemporanea - di una scena finale in cui, moderatamente e contro i canoni della tragedia classica, gronda anche del sangue. Se è vero infatti che i motivi centrali de Lo spregio sono facilmente riconducibili alla cultura biblica, così come è esplicito il riferimento alla religione cristiana - seppure nella forma brutalmente arcaica e superstiziosa della religiosità popolare -, è altrettanto vero che la 'messa in scena' narrativa di questi elementi richiama da vicino le radici profonde che sottendono i conflitti del teatro greco: l'ereditarietà della colpa, i conflitti familiari, la hybris, l'ineluttabilità del fato che si mescola al libero arbitrio degli uomini.



Nonostante la storia sia ambientata tra i monti al confine con la Svizzera, lo spazio del racconto, angusto e claustrofobico, potrebbe essere benissimo Tebe o Corinto, se non fosse che non c'è nessun coro, nessuna collettività a scandire la vicenda familiare del Moro e di suo figlio (non di sangue) Angelo. Come nella miglior tradizione greca, tutto ha inizio con un antefatto che qui ci viene narrato con un veloce flashback: il ritrovamento, da parte del Moro, oscuro locandiere di una trattoria di montagna, di un neonato. Se a questo punto pensate che la consonanza con l'Edipo re di Sofocle sia solo casuale, proseguendo nella lettura vi accorgerete che non è così. Il Moro, uomo di montagna che ha costruito la sua losca reputazione sui modi bruschi e una totale anaffettività, è così posto davanti al suo destino. Che, contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare da un tipo del genere, accoglie senza esitazioni:
Decise in un istante, mentre si avviava verso la cucina con il bambino in braccio. [...] 'Questo è mio figlio' disse a Giustina. 'L'ho trovato per terra, ora chiamo il dottore e gli facciamo scrivere che l'hai partorito tu, in casa. [...] Questo è mio figlio e tu l'hai partorito. [...] Si chiamerà Angelo, perché è venuto dal cielo'. (p. 27)
Sembra quasi di sentire l'eco delle parole del Dio-Padre che nel fiume Giordano riconosce il figlio appena battezzato: 'Questo è il figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto' (Mt 3, 13-17; Mc 1, 9-11; Lc 3, 21-22). Ma, se il giovane Angelo, crescendo, mitizza e innalza al rango di divinità suo padre, il Moro dal canto suo non mostra segni di apertura del suo carattere; alla decisione repentina di crescere un figlio non suo non segue nessun gesto di predilezione o di espansività genitoriale. Lo spregio, allora, è questo rapporto asimmetrico padre-figlio i cui precari e fragilissimi equilibri verranno travolti dalle rivelazioni sul conto del Moro e dall'entrata in scena di un'altra coppia padre-figlio che subito si presenta palesemente antitetica rispetto alla prima. Al legame elettivo tra i montanari Moro e Angelo fa infatti da contraltare la parentela di sangue tra Don Ciccio e Salvo, meridionali in odore di mafia fatti traslocare al Nord.

È, dunque, un racconto prevalentemente al maschile questo di Zaccuri. Le presenze femminili sono distanti o, come nel caso di Giustina, moglie remissiva del Moro, si limitano al ruolo subalterno di mater dolorosa e lacrimosa a cui non viene concessa la possibilità di parola. Non può che essere così in una storia in cui campeggiano passioni violente e virili: un'amicizia così intensa da rasentare la fratellanza, la lotta (e l'amore) feroce tra padri e figli, la gelosia tra 'fratelli'. Su tutto ciò si abbatte la spada di San Michele Arcangelo, che se da un lato corrobora i vincoli del sangue, dall'altro divide e spezza tutti gli altri legami che sul sangue non sono fondati:
A Salvo l'amore di Don Ciccio non bastava più. Adesso voleva il suo rispetto, pretendeva la sua stima. Angelo capì e la punta dell'invidia lo colpì alla nuca. Era la ferita che nessuno sospetta, la piaga che si nasconde sotto la seta. (p. 78)
Dall'invidia alla hybris, tracotanza e rifiuto dei propri limiti e del proprio destino, il passo è breve. Angelo si macchia di una colpa che non è quella del padre, e che anzi, rovesciando lo schema della tragedia greca, ricade sul genitore ("I padri che si prendono le colpe dei figli, a questo ci siamo ridotti", dice Don Ciccio al Moro durante il loro colloquio). Una colpa che più che un delitto è "uno spregio", una "mancanza di rispetto" che ha a che fare, come si diceva, con la hybris: "Perché si è montato la testa. Perché è convinto di essere pari a noi. Migliore di noi, perfino" (ancora Don Ciccio). E, nella (antropo)logica meridionale, come si sa, non c'è niente che possa redimere una tale offesa. Non c'è ritorno, non c'è via d'uscita: il destino arriva prepotentemente a riscuotere quanto gli spetta.

Zaccuri affronta questi temi - da far "tremar le vene e i polsi" - in un impareggiabile stato di grazia; con uno stile asciutto e tagliente conduce con discrezione il lettore fino al baratro in cui il Bene e il Male, lottando furiosamente, si compenetrano fino a diventare una cosa sola, come in quell'ammasso ferroso che vorrebbe essere una statua e che invece concretizza lo "spregio":
Per essere un angelo era ben strano, eppure non sembrava un diavolo. Era come se quella creatura raffigurasse l'attimo in cui Michele e Lucifero si erano avvinghiati l'uno all'altro, nel cuore della battaglia. Era il momento in cui la vittoria era ancora incerta e l'Arcangelo lottava per non essere sopraffatto, o assimilato, al demone. (p. 84)
In quell'attimo in cui l'esito della battaglia è incerto, il destino è sospeso e - sembra suggerire Zaccuri - potrebbe esserci ancora spazio per la libertà d'azione e di scelta dell'uomo. Come nell'attimo in cui un padre e un figlio, prima che tutto scivoli verso la tragedia, si fissano negli occhi e, nonostante tutto, si riconoscono:
Padre e figlio restarono uno di fronte all'altro. Conoscendo il Moro, ci si poteva immaginare una sfuriata. Non andò così. Si fissarono negli occhi fino a stancarsi. Grigio nel grigio, un solo specchio che per incanto riflette se stesso. (p. 34)

Pietro Russo 

0 commenti: