venerdì 23 settembre 2016

"Tre camere a Manhattan": con Simenon, l'amore è l'ultima risposta alla solitudine

Tre camere a Manhattan
di Georges Simenon

Adelphi, 2015

Traduzione di Laura Frausin Guarino

pp. 190
10 € 


«È uno dei rarissimi libri che abbia scritto a caldo. E questo mi faceva paura». Così descrive Georges Simenon, il grande autore belga padre del celebre Maigret, uno dei suoi romanzi più vibranti, Tre camere a Manhattan. Ispirato dal tormentato rapporto sentimentale dello scrittore con Denyse Ouimet, sua seconda moglie, il libro riflette alla perfezione l’aura di dolorosa coscienza nei confronti del sentimento; l’abilità di Simenon nello scandagliare le innumerevoli fasi dell’innamoramento nasce chiaramente da un’esperienza personale intensa.

François e Catherine, Frank e Kay, come decidono di chiamarsi reciprocamente, si incontrano una fredda notte a Manhattan, in un bar. Entrambi non potrebbero essere più soli: non hanno un partner, non hanno più amici, non hanno un lavoro. Guardano con rimpianto a un passato colmo di successo e trionfi. Dolce e impulsiva lei, ritroso e burbero lui, Kay e Frank decidono di trascorrere quel che resta della notte insieme, e da quel momento risulta impossibile per loro separarsi l’uno dall’altra, anche solo per qualche ora.
Che cosa avrebbe fatto se, al ritorno, avesse trovato la camera vuota?
Quell’idea gli era appena balenata che già lo faceva star male, e lo gettava in un tale stato di smarrimento e di panico che si voltò bruscamente per assicurarsi che nessuno stesse uscendo dall’albergo. (p. 52)
In poche, decisive giornate, i due protagonisti vedono il loro amore nascere e crescere, in un’iperbole drammatica che ha le sue tappe decisive in tre camere a Manattan: quella dell’albergo Lotus, dove si rifugiano la prima notte, quella di Kay, dove vanno a recuperare gli effetti personali della donna prima del suo trasferimento da Frank e quella dell’uomo, l’ultima, dove si vivono i momenti fondamentali del sentimento.
Era come un gioco, un gioco molto eccitante. Quella era la terza camera in cui stavano insieme, e in ognuna di esse lui scopriva non solo una Kay diversa, ma nuove ragioni per amarla, e un nuovo modo di amarla. (p. 111)
In questo fuoco che si accende in fretta e riscalda a lungo, Simenon sembra rivelarci la sua personale definizione dell’amore: ciò che pone fine a un’esistenza solitaria, la forza contraria, la sua elisione. Attraversiamo Manhattan in interminabili passeggiate assieme ai protagonisti, cammini che hanno il senso della disperazione e della solitudine poiché animati principalmente dall’incapacità di tornare a casa, di riprendere il filo di un’esistenza che si desidera allontanare.
Quella mattina, nel freddo pungente di un’alba d’ottobre, si sentiva come uno che ha tagliato i ponti con tutto, uno che, alle soglie dei cinquanta, non è più legato a niente, né a una famiglia, né a una professione, né a un paese, e neppure, tutto sommato, a un domicilio: a nient’altro, insomma, che a una sconosciuta addormentata nella camera di un albergo più o meno equivoco. (p. 50)
Tre camere a Manhattan è un lungo monologo interiore, attraverso cui si  mette a nudo l’anima di un uomo brutalmente ferito dalla vita, riluttante a lasciarsi andare, scoprendone persino i lati più meschini: la gelosia retrospettiva, le convinzioni maschiliste, le debolezze carnali.
Analizzando la scrittura di Simenon, e rilevando il frequente uso di espressione come “lui lo sapeva”/ “lo capiva”/“era sicuro che lei…”, il lettore giunge a una verità assiomatica, su cui troppo poco si riflette: in definitiva, l’amore non nasce; si riconosce.
Perché è così che ci si innamora: all’improvviso, scoprendo nell’altro una familiarità che stupisce. E consola.
Domani non sarebbero più stati soli, non sarebbero mai più stati soli, e quando lei all’improvviso ebbe un brivido, quando lui sentì, quasi contemporaneamente, una punta dell’antica angoscia ridestarsi e stringergli la gola, entrambi capirono di aver gettato nello stesso istante, senza volerlo, un ultimo sguardo sulla solitudine in cui erano vissuti fino ad allora. (p.188)

Dello stesso autore, puoi leggere le recensioni a: Le finestre di fronte; L'uomo che guardava passare i treni; La camera azzurra; Il piccolo libraio di Archangelsk.

Barbara Merendoni