martedì 23 agosto 2016

Un Dio in rovina: una vita ordinaria, la letteratura che crea bellezza

Un Dio in rovina
di Kate Atkinson
Editrice Nord, Maggio 2016

Traduzione di Alessandro Storti

pp. 456
euro 18.60 (cartaceo)

Mi ritrovo ad osservare la pagina bianca prima di scrivere questa recensione decisamente per un tempo più lungo di quanto sono disposta ad ammettere. Cercavo le parole più adatte per introdurre degnamente un romanzo come Un dio in rovina dell’autrice inglese Kate Atkinson, già nota a pubblico e critica soprattutto per il suo lavoro precedente, Vita dopo vita, a questo piuttosto strettamente collegato. È chiaro, a questo punto, che le parole davvero giuste in effetti non sono arrivate, ma ci sono così tanti aspetti da analizzare, così tante chiavi di lettura e temi in questo romanzo che vale la pena buttarsi direttamente al cuore della questione. Atkinson con quest’opera, pubblicata in italiano pochi mesi fa ancora una volta da Nord Edizioni, si conferma autrice dallo stile ricercato, la sensibilità non comune e un’attenzione al dettaglio, la ricerca meticolosa ai fini della precisa ricostruzione storica, che è sempre qualcosa di ammirevole. Il romanzo precedente, incentrato sulle innumerevoli vite della protagonista, Ursula Todd, che drammaticamente si intrecciavano alla storia del primo Novecento, si era rivelato una lettura intrigante, capace di conquistare per la particolarità dell’espediente narrativo scelto, la prosa raffinata e le domande che inevitabilmente stimolava nel lettore, pagina dopo pagina, vita dopo vita.

Questo lavoro, come ci tiene a precisare l’autrice stessa, non è meramente un sequel ma va considerato “in coppia” a quello che l’ha preceduto e di cui riprende molti aspetti e personaggi, scegliendo tuttavia di concentrarsi su tematiche differenti ed ergendo a protagonista – e qualche volta narratore e punto di vista diretto sulla vicenda – Teddy Todd, l’amato fratello di Ursula che in Vita dopo vita era una presenza bellissima e sfuggente sullo sfondo delle vicende narrate. Di Teddy – e della sua famiglia, tra cui ritroviamo anche Ursula che compare qui e là lungo la trama – conosciamo un’esistenza, forse l’unica versione che nel primo romanzo non era venuta fuori, in una narrazione non cronologicamente ordinata eppure armoniosa ed avvincente, tra anticipazioni della trama e misteri invece che saranno svelati più lentamente, alla fine, quando il quadro generale si farà – forse – più chiaro. E c’è in questo romanzo così tanto, di vita, di arte, di bellezza, ma anche di morte, disperazione, senso di colpa e rabbia, che la trama sembra amplificarsi e forse, a tratti, perfino traboccare, rischiando di confondere e perdere di vista non tanto il filo della narrazione – nell’evitare questo, Atkinson è decisamente esperta – quanto ciò che è davvero essenziale, importante, lo spunto di riflessione su cui concentrare l’attenzione. Sono i numerosissimi livelli di lettura, dalla riflessione circa le possibilità della narrativa e le tecniche letterarie, alle domande che inevitabili la storia porta con sè, il valore di un testo che diviene così polivalente, seppur in un rischioso gioco di abbondanza. Se da lettrice in questo periodo mi ritrovo ad apprezzare maggiormente romanzi più scarni, essenziali, che prendono in prestito dalla short story la capacità di raccontare per sottrazione, del testo della Atkinson riesco sorprendentemente ad apprezzare l’abbondanza, scegliendo di concentrare l’interpretazione solo su alcuni aspetti e lasciando scivolare il resto nel caos di tutte quelle numerose vite e storie che popolano la trama.
Centro gravitazionale del romanzo è – si è detto – Teddy, ragazzo sensibile immerso in giovanili sogni di bellezza e poesia, o pilota della Royal Air Force accorto e distaccato, impegnato a combattere una guerra – la seconda guerra mondiale – dove ogni anelito di bellezza sembra essere perduto; o, ancora, poche pagine dopo lo troviamo marito e padre devoto, sopravvissuto all’orrore e miracolosamente illeso – quantomeno nel corpo - , vedovo alle prese con una paternità difficile, nonno impegnato nel fornire una parvenza di normalità nelle vite disastrate dei due nipoti, ottuagenario in una lotta impossibile da vincere contro il tempo che passa, la caducità della vita che in forme diverse ricorre pagina dopo pagina a ricordarci la fragilità dell’esistere.
La felicità, come la vita stessa, era fragile come il palpito del cuore di un uccellino, transitoria come le campanule nel bosco, ma, finchè fosse durata, Fox Corner sarebbe stata un’Arcadia da sogno.
Una narrazione non lineare, tra continui balzi avanti e indietro nel tempo e a fasi differenti della vita di Teddy e dei suoi famigliari, intrecciata alla Storia, ai mutamenti della società e dei rapporti, lui sempre fedele alla promessa fatta a sè stesso, tanto tempo prima, quando immaginare un dopo – il conflitto – sembrava impossibile e che ora non resta altro da fare che cercare di mantenere, provando se possibile a dimenticare, celando il senso di colpa e il dolore nel silenzio, lasciandoli al passato cui appartengono, e costruire una vita semplice, ordinaria ma non per questo priva di valore e bellezza.
Nelle lunghe veglie buie della notte aveva fatto un voto, una tacita promessa al mondo: se fosse sopravvissuto, nel grande Dopo avrebbe sempre cercato di essere gentile, di condurre una vita buona e tranquilla. Di coltivare il suo giardino, come Candido. Quietamente. E quella sarebbe stata la sua redenzione.
Se le vite di Ursula rappresentavano lo straordinario, le probabilità e le connessioni, quest’unica vita di Teddy è quella di un uomo come tanti altri, che ha visto e probabilmente fatto cose terribili e delle quali rimane traccia indelebile, ma anche di uno scorrere lento, semplice, gentile, della felicità contenuta di un’esistenza non priva di dolori e decisamente imperfetta, ma come imperfetta è la vita stessa, in quell’unica possibilità che ci è stata data.

La guerra è senza dubbio uno dei temi chiave: quella vissuta e raccontata sulla pagina direttamente da Teddy, nella quotidianità di addestramenti, missioni, amicizie e relazioni, nell’orrore e nella perdita di compagni ed amici, nella brutalità di vite strappate; ma anche del dubbio sul confine labile tra giusto e sbagliato, vincitori e vinti, alleati e nemici, e sul senso di colpa che ci si porta dentro per sempre, che condiziona la percezione del mondo e della vita, mette in dubbio le proprie certezze. Quel “dopo” che per Teddy è stata vita, fatta di cose ed affetti comuni, ordinari, pieni di bellezza e sentimento, imperfetti e fragili ma per questo reali. Guerra e senso di colpa si intrecciano inevitabilmente alla riflessione su morte e fragilità della vita, sulla bellezza effimera delle cose: un sentire che si rivela pagina dopo pagina, attraverso simboli, metafore, in un quadro che porta i segni della caducità dell’uomo e della natura senza però risultare morboso, malinconico, ma al contrario esaltazione della vita nella brevità della sua essenza.
Notò che le margherite di Ursula, avvolte in un foglio di giornale inumidito, si stavano afflosciando, quasi morte. Non si riusciva a trattenere nulla, tutto sfuggiva tra le dita come sabbia o acqua. Come il tempo. 
Foglie che cadono, uccelli in volo, i cicli naturali a ricordare ancora una volta l’ordine delle cose nel mondo e la loro, la nostra, transitorietà, mentre ognuno di noi in forma diversa si adopera a lasciare traccia di sé, attraverso la discendenza o un altro segno tangibile del proprio passaggio e ed influenza.
E, ancora, la famiglia, la paternità soprattutto, sono tra i temi portanti del romanzo attraverso cui interpretare il cuore di Teddy. Una paternità sofferta, difficile fin da principio, fatta di gesti più che di parole, come è nel carattere mite e silenzioso di Teddy, capace di affetto ma misurato. Lo stesso affetto che riverserà, forse con un successo maggiore, nei nipoti, i figli di Viola, che portano in sé ognuno in forma differente i segni di un’infanzia complicata, incerta, tra violenza e traumi che sembrano impossibili da superare. Viola, l’unica figlia di Teddy, danneggiata a sua volta, incapace di amare e prendersi cura di qualcuno, scostante, debole – irritante - che  non ha mai imparato ad essere figlia, figuriamoci fare la madre; così strettamente legata a Nancy, di un amore esclusivo in cui nessun altro poteva trovare spazio, devastata dalla perdita:
[…] nel cuore di Viola non c’era posto per lui: lo spazio era interamente occupato dalla mamma. E avrebbe continuato ad esserlo anche dopo la morte di Nancy. Viola sarebbe stata pervasa dall’amarezza verso un universo che, privandola della madre, l’avrebbe lasciata con un surrogato inadeguato: suo padre.
Ci sono i silenzi, i timidi tentativi di Teddy di creare un rapporto, una parvenza di normalità, e dove non riuscirà con Viola cercherà in ogni modo di essere un porto sicuro nelle vite dei nipoti, Sunny e Bertie. 
E la bellezza, l’arte, la poesia, che ricorrono pagina dopo pagina anche nei momenti più bui della narrazione. Le innumerevoli citazioni, tra Keats, Wordsworth, Shelley, Shakespeare, e la contemplazione della natura, la malinconia quando ci si allontana dalla bellezza e dalla pace di un’Arcadia perduta per sempre.

Tra frammenti, salti temporali, brutalità e natura, bellezza e disperazione, Atkinson costruisce, quindi, un romanzo su molteplici livelli di lettura ed interpretazione, ricordandoci come la parola – nelle mani giuste – sa farsi portavoce di sentimenti e dubbi che sono gli stessi di ogni uomo e, soprattutto, dimostrare che è ancora possibile intrecciare narrazione e discorso letterario, spingendo il romanzo verso nuove direzioni, correndo anche il rischio di scontentare il lettore forse con finali sconvolgenti. E di fronte a questo siamo pronti a perdonarne piuttosto bonariamente difetti e limiti, godendo di una storia che per ogni lettore saprà rivelarsi diversa.

Di Debora Lambruschini

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