domenica 21 agosto 2016

Dalla croce greca a quella latina con sfondo di mezzaluna: Itinerari italo-greci in Sicilia di Giuseppe Reina

Itinerari italo-greci in Sicilia
di Giuseppe Reina
Marsilio, 2016


pp. 161
€ 15




C’è stato un tempo in cui la bussola della Storia pareva come impazzita: poco dopo l’anno Mille, se si cercava il Nord si doveva andare a Sud. I normanni, un popolo fiero e battagliero proveniente dalla Penisola scandinava, da poco tempo convertitosi al Cristianesimo, “liberò” infatti la Sicilia dalla dominazione araba, ormai vecchia di un secolo. Questo Itinerari italo-greci in Sicilia. I monasteri basiliani  di Giuseppe Reina (noto storico dell’architettura che insegna all’Università di Catania), edito da Marsilio, è un libro utile a comprendere una ben selezionata porzione della questione, delimitando una precisa area di ricerca sia tematologica che geografica (i monasteri di culto greco ortodosso nell’area del Valdemone) per consegnarci un quadro, va detto abbastanza fedele, di quei tempi che ci appaiono così confusi ma anche così istruttivi per noi. Se è vero che dopo l’Anno mille l’ago magnetico della bussola della Storia per segnare il Nord si spingeva a Sud, di quel mondo “sottosopra” noi ritroviamo alcune tracce, indelebili, ancora ai giorni nostri, in special modo per quel che concerne l’incontro/scontro di culture.

Il volume di Giuseppe Reina si presenta molto compatto, con un numero di pagine non eccessivo e scritto in una maniera che, anche chi non è avvezzo della materia prettamente architettonica, anzi di storia dell’architettura, può raccapezzarsi senza troppe difficoltà. L’intento di Reina  (già esplicato nell’introduzione “Studio per gli itinerari italo-greci in Sicilia: premesse e il metodo di lavoro”) è quanto mai esplicito ed evidente. Ovvero analizzare la valle del Valmedone, situata nella parte orientale dell’isola (l’ultima, tra le altre cose, ad essere stata conquistata dagli arabi, dettaglio non da poco) e che presenta una serie di edifici di culto praticamente perfetti per mostrarci le diverse stratificazioni storiche e culturali (leggasi passaggio delle dominazioni, passaggio dei culti ad esse connessi). Un procedimento di analisi molto interessante perché sfrutta, al tempo stesso, le caratteristiche della ricerca “particulare”, ovvero l’analisi molto circostanziata sia a livello di tema (il movimento cenobitico orientale in Italia meridionale, di cui gli edifici presi in esame sono una diretta espressione) sia a livello di zona (il già citato Valdemone)  sia quelle dell’analisi globale, andando ad inserire questi spunti di analisi in un discorso molto più ampio, ovvero le dominazioni in terra di Sicilia, il sincretismo religioso e quello culturale.

Emerge con evidenza come, nonostante un rapido declino, il monachesimo greco in quell’area ha permesso la conservazione di edifici dalla pianta ibrida, ovvero che presentano al tempo stesso elementi orientali (in special modo bizantini più che arabi) e occidentali/nordici anche normanni si potrebbe dire. Perché, come si legge nel capitolo “Caratteri tipologici delle strutture architettoniche dell’itinerario italo-greco in Valdemone” nonostante le differenze, pure sostanziali, di questi edifici (che sono, è bene ricordarlo, le chiese di San Filippo di Fragalà a Frazzano, la Chiesa dei Tre Santi di San Fratello, Santa Maria di Mili, San Pietro e Paolo d’Itàla ed infine la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo d’Agrò, presentano tutti quanti elementi in comune con edifici calabresi, elementi che hanno spinto alcuni studiosi a riconoscere in tali esperienze il segno di una vera e propria corrente architettonico/artistica alternativa. In realtà lo stesso Reina riporta la questione su altri lidi: fatto salvo che non si tratta di esperienze artistiche altre, l’importanza di questi cinque edifici si evidenzia in un irrisolto, in un contrasto/scontro tra religioni e civiltà che i sovrani normanni, lungi dal volere sciogliere, hanno lasciato in tutta la sua enigmatica ed affascinante contrarietà. Si legge infatti:
In tutte le chiese siciliane si sente  - risolto o irrisolto che sia -  l’innesto architettonico fra pianta centrale bizantina e pianta basilicale latina. Nel Valdemone, la distinzione tra il corpo delle navate e quello del santuario è marcata “è come se una chiesa a pianta centrale sia stato staccato un suo terzo (e cioè il versante occidentale, dato che le tre absidi venivano poste ad oriente) e a una chiesa basiliale siano state portate via il transetto e l’abside”. I due organismi così appuntati vengono congiunti mettendo a contatto i fronti lasciati aperti dal sezionamento. Il punto di contrasto e di contatto fra queste due concezioni planovolumetriche è l’arco di trionfo.
Ecco quindi che appare con evidenza come la lunga dominazione dell’isola da parte bizantina (al di là della, specie in quella ben determinata zona, breve conquista araba), ha lasciato delle tracce durature che sono rimaste anche al “cambio della guardia”, ovvero quando i normanni si sono installati in Sicilia.
I problemi strutturali di aggancio fra due organismi così diversi appaiono naturalmente i più difficili da risolvere e rappresentano uno degli elementi di eclettismo più densi di significato dell’architettura siciliana. L’incontro di due concezioni religiose di una medesima fede, a ridosso dello scisma che ne ha formalizzato la diversità, che qui dà origine a tentativi di sintesi fra l’impianto centrale e longitudinale, mostra l’eco di quel filone che va dall’esperienza normanna di Santo Spirito a Palermo e Santa Maria della Valle a Messina, di quella rinascimentale del Tempio Malatestiano a Rimini, di Santa Maria delle Grazie a Milano e, poi, di San Pietro in Vaticano (…). Volendo dare alle due culture, quella bizantina e quella latina, una pari presenza nell’architettura sacra, o favorendo ora l’una ora l’altra, i sovrani siciliani non risolvono il problema ma lasciano la vibrante tensione di un tentativo di equilibrio  pieno di fascino.
Se perciò dal punto di vista artistico/architettonico il conflitto non risolto è fecondo e costruttivo, così potrebbe essere anche a livello politico/sociale, in special modo oggi quando i flussi migratori sono sempre più massicci ed incontrollabili. Certo all’epoca della conquista normanna si aveva a che fare con due culti, quello greco e quello latino, appartenenti alla stessa fede ed ora, come ben sappiamo, si debbono fare i conti con religioni diverse. Tuttavia l’insegnamento che il Millecento può darci potrebbe essere riassumibile così: “Non è detto che tutte le tensioni debbano essere risolte e tutte le culture debbano essere unite”. La tensione creativa e l’incontro non forzoso potrebbero essere davvero il viatico per un futuro migliore sia in terra di Sicilia che ovunque per gli uomini che abitano il globo orbe terracqueo.

Mattia Nesto 



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