giovedì 4 agosto 2016

#Lectorinfabula - L’inventore di sogni - Ian McEwan

L'inventore di sogni
di Ian McEwan
Einaudi, 2002

pp. 124
€ 10 (cartaceo)



L’inventore di sogni di Ian McEwan è un breve romanzo, diviso in otto capitoli, a metà strada tra una biografia e un diario. Il personaggio principale della narrazione è un bambino di dieci anni di nome Peter Fortune, il quale grazie ai suoi sogni a occhi aperti riesce a sfuggire alla noia e alla normalità della realtà.

Peter fantastica di riuscire a far scomparire la sua famiglia con una pomata speciale, di “vedere” delle bambole che prendono vita o di togliere la pelliccia al gatto di casa per potersi appropriare della sua anima e diventare lui stesso un felino.
Era una sensazione stranissima, quella di uscire dal proprio corpo, come se niente fosse, per poi lasciarlo sdraiato per terra, come quando ci si infila una camicia. (...) Fluttuò sopra il corpo del Gatto William e rimase sospeso a mezz’aria. Il corpo era aperto come una porta e appariva così invitante e così accogliente. Peter discese ed entrò. Che bella cosa vestire i panni di un gatto.     
I suoi sogni si manifestano sotto forma di invenzioni, figure, visioni e riflessioni, ma spesso sono anche popolati di paure e di dolore. La sua fervida fantasia abbandona il vero per entrare in una dimensione surreale, in cui l’inaspettato accade e rocambolesche soluzioni si accendono secondo le più disparate situazioni 
Quando Peter Fortune aveva dieci anni, i grandi dicevano che era un bambino difficile. Lui però, non capiva in che senso. Non si sentiva per niente difficile. Non scaraventava le bottiglie del latte contro il muro del giardino, non si rovesciava in testa il ketchup facendo finta che fosse sangue e neppure se la prendeva con le caviglie di sua nonna quando giocava con la spada, anche se ogni tanto aveva pensato di farlo. Mangiava di tutto, tranne: il pesce, le uova, il formaggio e tutte le verdure eccetto le patate. Non era più rumoroso, più sporco o più stupido degli altri bambini. Aveva un nome facile da dire e da scrivere e una faccia pallida e lentigginosa, facile da ricordare (si intende la faccia). Andava tutti i giorni a scuola come gli altri e senza fare poi tante storie.  

Etichettato come bambino difficile, perché parla poco e ama la solitudine, Peter conduce il lettore in un viaggio non solo di evasione dal quotidiano, immergendosi in storie e avventure, nelle quali i grandi non sanno più accedere, ma affronta dei veri e propri percorsi di crescita.
Fu solo quando era ormai già grande da un pezzo che Peter finalmente capì. La gente lo considerava difficile perché se ne stava sempre zitto. E a quanto pare questo dava fastidio. L’altro problema era che gli piaceva starsene da solo. (…) Gli piaceva stare da solo, e pensare i suoi pensieri. Il guaio è che i grandi si illudono di sapere che cosa succede dentro la testa di un bambino di dieci anni.    
Il linguaggio è chiaro e il registro brillante, le trame sono spassose e ben descrivete con novizia di dettagli. Ricche di creatività, le peripezie del protagonista sono racchiuse in un’atmosfera bizzarra e giocosa.

Da un osservatorio privilegiato, Peter immagina e inventa mondi speciali, dà linfa a universi inanimati, come quello dei giocattoli, ma si domanda anche come facciano gli adulti, così tediosi, a divertirsi. 
La verità era che tutti i grandi, alla minima opportunità, preferivano sprofondare in una delle tre tipiche attività da spiaggia: stare seduti a cianciare, leggere libri e giornali, o dormicchiare.
In incredibili racconti, pronti a stupire, si rivelano verità nascoste, in tonalità sgargianti si colorano  scene e sentimenti e in un campionario onirico di immagini curiose e originali si catapultano pindarici tragitti di metaforiche fiabe senza età e senza tempo. 


Silvia Papa

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