lunedì 15 agosto 2016

Siamo disposti a farci raccontare gli istinti suicidari da vicino?

Le verigini suicide
di Jeffrey Eugenides
Mondadori, 2008

1^ edizione: 1993
Traduzione di Cristina Stella

pp. 213
€ 9,50


L'uomo non dovrebbe per sua natura rifuggere il dolore e prenderne le distanze il più possibile? Allora perché i narratori, testimoni più o meno diretti delle disgrazie in casa Lisbon, non riescono a dimenticare e, anzi, hanno dovuto (o voluto) provare a ricostruire con esattezza i dettagli di una vicenda familiare drammatica e luttuosa, quasi ferale? E perché anche i lettori non prendono la minima distanza dalle pagine di Eugenides, che trattano di morte e istinti suicidari senza il minimo pudore? 
Le motivazioni possono essere di vario ordine, ma senza dubbio la prima è la capacità di narrare una storia singolarissima: non capita spesso che cinque adolescenti, sensuali come sanno esserlo le quasi-donne, decidano di togliersi la vita. Forse è l'unica via per evadere da quella casa che le stringe come una prigione, piena di restrizioni; potrebbe trattarsi di una predisposizione genetica di qualche tipo; o, ancora, di dinamiche familiari malate, che cercano di chiudere entro quattro mura la prorompente femminilità di cinque piccole donne. Sia la madre che il padre, d'altra parte, non paiono accettare che le figlie stiano crescendo, che Lux sia così corteggiata a scuola, o che Therese pensi a un fidanzato, né che Mary e Bonnie coltivino le loro passioni al di fuori dell'area protetta della casa e che anche la piccola Cecilia porti un diroccato abito da sposa, da cui non vuole mai separarsi.
In ogni caso la reclusione non è la via: la casa, via via sempre più decadente, è come una gabbia macilenta, intaccata dagli umori delle giovani donne, che sanno far sospirare i ragazzi del posto, irretiti più che inquietati dalle stranezze delle sorelle Lisbon. Vere e proprie fantasie sessuali si diffondono tra i coetanei, e inizialmente tutte le sorelle sono idealmente ambite allo stesso modo: la loro somiglianza non è in realtà così netta, ma chi ha avuto modo di vederle da vicino? Solo a scuola le ragazze possono mettere piede nel mondo, e tuttavia anche lì sono sorvegliate dal padre, che insegna nello stesso istituto.
Visto così, tutto lascerebbe presumere a una via a senso unico, ma gli eventi iniziano a precipitare dopo che la giovanissima Cecilia decide di farla finita, con una testardaggine che la porta a cercare la morte deliberatamente, per ben due volte. C'è sgomento e dolore, e l'equilibrio in casa Lisbon si spezza in modo più che comprensibile. Meno accettabile è, invece, l'asfissia progressiva che costringe le sorelle superstiti a rinunciare a vivere la loro adolescenza, o, perlomeno, a viverla aggirando dove possibile le leggi di famiglia. Allora, il miraggio di una festa dove finalmente potrebbero esserci baci e i primi brividi, solletica le sorelle... 

Eugenides è crudelmente bravo nel delineare con una cura spietata gli interessi delle ragazze e i fremiti dei ragazzi, che narrano a distanza di anni la vicenda con un turbamento accresciuto dalle ricerche e dalla maggiore età. Delle sorelle Lisbon, della loro casa via via in disfacimento come la loro famiglia, nessuno si libererà più: pare una maledizione, ricordare così indelebilmente chi ha voluto andarsene in pieno rigoglio. E dire che i narratori sono stati quasi sempre testimoni oculari, mai veri coprotagonisti, hanno osservato le ragazze come dei voyeur di bassa lega, che tuttavia si sono pentiti e stanno provando a farsi numi tutelari di una tragedia inarrestabile. 

Viene da chiedersi dove ci sia la fantasia e dove si spinga la morbosità, dove la sorpresa dell'evento lasci il posto al sensazionalismo del racconto, ma poi tutto viene superato dalla penna di Eugenides: qui la sospensione di incredulità è quanto mai facile. Eugenides potrebbe raccontare qualsiasi cosa, viene da dirsi mentre una nuova pagina rinconferma la bravura generale, e allora si è disposti a farsi raccontare di morte, con la sfrontatezza inquietante di chi decide di partecipare, macabramente, a una seduta spiritica senza risposte certe. 

GMGhioni

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