martedì 30 agosto 2016

"Le cose che restano"



Le cose che restano

di Jenny Offill
NN editore, Maggio 2016

pp. 240
€ 17

Mi sono innamorata della scrittura di Jenny Offill leggendo Sembrava una felicità, il primo libro della scrittrice americana ad essere stato tradotto in italiano: un piccolo capolavoro di tecnica narrativa e sentimenti, come l’avevo in precedenza definito, costruito per frammenti, pensieri e citazioni colte, al servizio di un racconto che pagina dopo pagina rifletteva su relazioni, affetti, piccole grandi solitudini quotidiane di vite comuni, che solo la letteratura sa rendere straordinarie.

Le cose che restano è invece il primo romanzo della Offill, scritto nel 1999 e solo di recente pubblicato in italiano sempre da NN editore, grazie al quale l’autrice si era imposta in quell’anno all’attenzione della critica statunitense. Scoprire Last Things dopo il coinvolgimento emotivo suscitato da Sembrava una felicità, carica senza dubbio la lettura di molte aspettative che, in certa misura, non sono pienamente soddisfatte. Eppure, questa prima opera narrativa di Offill, porta evidenti i segni di una scrittura in divenire, lo sviluppo di sensibilità e tecnica narrativa che troveranno pieno compimento nel lavoro successivo, in questo breve romanzo già notevoli. Si, manca qualcosa rispetto alla maturità del secondo romanzo, ma se letto cercando di evitare il continuo confronto con un lavoro che necessariamente è più consapevole e puntuale, quello che resta è un esordio decisamente sorprendente, come se ne trovano pochi in giro di questi tempi.
Cuore della narrazione è, anche in questo caso, la famiglia: la riflessione sul matrimonio e gli affetti, incomprensioni e delusioni che avvelenano una relazione, solitudini e silenzi. Ad osservare il mondo di questi adulti imperfetti e straordinariamente eccentrici, la piccola Grace, che al momento dei fatti narrati ha otto anni, mentre il racconto sembra essere successivo, seppur di poco. È lei, confusa da tutto ciò che non riesce a comprendere, a cercare la verità, in equilibrio precario tra normalità e follia all’interno di una famiglia forse non del tutto disfunzionale ma quantomeno stravagante e complicata.
Qualche volta cercavo di indovinare quali delle sue storie fossero vere e quali no, però di solito mi sbagliavo. Avevo scoperto che perfino mio padre sapeva del mollusco esplosivo, ma diventava più vago sull’ombrello avvelenato. “Mia moglie, Mata Hari” diceva soltanto.
Come complicata è quella madre, Anna, personaggio decisamente affascinante e fuori dagli schemi: eccentrica, ribelle, che non conosce compromessi e misura, interpreta il mondo e i sentimenti attraverso metafore e storie da cui Grace cerca a fatica di distillare la verità; una madre capace di complicità, risate e momenti di affetto, ma anche di silenzi improvvisi, abbandoni e frasi durissime, stravaganze sempre più al limite, malinconie ed egoismo. Donna inquieta, complicata, affascina chiunque le stia intorno e allo stesso tempo ne assorbe ogni energia, la vita con lei un’altalena di sentimenti e stati d’animo, gesti e piccole follie quotidiane che a lungo andare consumano. E starle accanto, amarla, diventa sempre più difficile, come un sole intorno a cui tutto ruota e che rischia di bruciare se troppo ci si avvicina. Perchè, semplicemente, a volte l’amore non basta.
Voglio sposarti, Anna. Sei l’unica donna che non mi annoia mai.
E le incomprensioni, i silenzi, le fughe, mettono alla prova i rapporti. Grace osserva ogni cosa, vive le stranezze dei propri genitori in quella che è convinta essere la normalità, solitaria e un po’ selvatica, come ogni altra persona affascinata da quella madre fuori dal comune. Osserva e impara le dinamiche degli affetti, cercando di trovare risposte in quelle storie matte che Anna le racconta, fingendo spensieratezza ed entusiasmo di fronte alle piccole follie della madre, sforzandosi di non avere paura. Un sentimento che purtroppo conosce bene e le toglie il respiro in quelle notti al buio nella sua cameretta, non sempre facile da controllare.
Il cuore di un passero batte quattro centosessanta volte al minuto. Quello di un uomo solo settantotto. Ma qualche volta, di notte, il mio cuore batteva forte quasi come quello del passero. Questo succedeva quando il buio si infilava nel mio letto e mi si avvolgeva intorno ai piedi, toccandomi con un suono basso, quasi un fruscio. Poi mi strisciava fino al petto e rimaneva lì, sfidandomi a respirare.
Ha solo otto anni e nessuna certezza, il mondo filtrato dai fragili equilibri famigliari, dalle lezioni strampalate di sua madre, dalla scienza con cui cercare risposte a domande complesse. Un po’ sfocata, la figura paterna: quasi una comparsa nella vita di Anna, come sembrano esserlo tutti gli altri personaggi che affollano la storia e non possono fare a meno di rimanerne abbagliati. Perché, si diceva, l’amore non basta e la quotidianità è un equilibrio sempre più precario tra razionalità e follia. 

Adulti imperfetti, complicati, incapaci di gestire rapporti e difficoltà, di fornire un modello adeguato, di rappresentare sicurezza e stabilità. Una storia in cui pagina dopo pagina si avverte – come molti prima di me hanno già notato – il senso di tragedia imminente, in un racconto di cui è difficile immaginare un lieto fine. Come Grace, incastrata tra verità e finzione, luce ed ombra, con il fiato sospeso in attesa di quel qualcosa a spezzare definitivamente il fragile equilibrio e poter tirare infine il fiato, andare avanti.

Al lettore il gusto di scoprire se sarà così, sfidandolo a soppesare parole e pagine per non cedere alla curiosità di arrivare troppo in fretta alla fine e svelare il mistero, se esso c’è. Perchè, in fondo, ciò che rende Le cose che restano un romanzo notevole è, ancora una volta la perfetta combinazione dei suoi elementi: l’uso sapiente della parola – adeguatamente reso dall’ottima traduzione di Gioia Guerzoni - , il racconto per frammenti, le ambiguità, la grandiosità di tutto ciò che resta sotto la superficie, solo intuibile, di quel che viene direttamente svelato, e che ancora una volta avvicina la narrazione al genere short story; la riflessione su famiglia ed affetti priva di retorica, la tensione che attraversa le pagine, i sentimenti contrastanti che ne emergono, il sorriso che si lega alla malinconia, la leggerezza alla solitudine. Storia delle complessità di un matrimonio e dell’essere adulti, ma è anche – e soprattutto – racconto della perdita dell’innocenza, di quell’età in bilico tra infanzia ed adolescenza bellissima e crudele, dove il mondo degli adulti sembra impossibile da decifrare e i fantasmi che creiamo non saranno facili da dimenticare. È ricerca di un equilibrio, di verità e sicurezza. Di perdite mai del tutto superate, di dolore, di fragilità. Di una madre scostante, che vive per assoluti e ogni volta sembra allontanarsi sempre di più, e di una figlia che osserva e cerca come può di sopravvivere. È finzione letteraria, personaggi e sentimenti portati all’estremo, ma capaci di raccontare più efficacemente di molti altri e con maggior onestà le complessità delle relazioni umane.

È la letteratura, qualche volta ancora capace di farsi interprete di sentimenti e desideri dentro ognuno di noi.

Di Debora Lambruschini

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