mercoledì 10 agosto 2016

E se i figli-Telemaco aspettano il ritorno del padre

Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre
di Massimo Recalcati
Feltrinelli, 2013

€ 13
pp. 160



Qual è il complesso compito dei padri, oggi? Iniziare un figlio alla preghiera oppure no? Come fuggire con forza dall'affermazione del godimento cinico? Qual è l'eredità della Legge della Parola? E che cosa significa davvero ereditare? 
Queste solo solo alcune delle domande a cui Massimo Recalcati offre una risposta, in chiave lacaniana e non solo. L'analisi della nostra società, in cui è caduta la centralità della metafisica, è senza dubbio piuttosto spietata: anche i casi clinici proposti dimostrano come i valori abbiano subito uno scossone e tradizione sia diventato sinonimo di qualcosa di vetusto, da rifiutarsi a prescindere. Anche il senso di reponsabilità è continuamente rifiutato, a vantaggio dell'apparente libertà che porta a continuare a cambiare oggetti del desiderio, in una ricerca coatta, tutt'altro che liberatoria, di un godimento perverso e ostinato. 

Essere di esempio, a questo punto, è difficile: al padre-autoritario del passato si è sostituito un padre assente, o un padre-amico, che in ogni caso non sa diventare un padre-testimone. Ovvero, il compito principale di un padre è mostrare con la propria vita un possibile modo di stare al mondo, non l'unico né il più giusto, ma un compromesso tra il proprio godimento e la castrazione. Il padre-testimone dovrebbe mostrare «come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità» (p. 14), aiutando il figlio a non perdersi nei meandri del contemporaneo, pur tenendo ben fermo che «l'adulto non è tenuto a incarnare nessun modello di perfezione, nessun ideale normativo» (p. 73). 
D'altra parte, il figlio non è più un figlio-Edipo, né un anti-Edipo, ma bisogna rifuggire anche il pericolo di un figlio-Narciso: 
Il tempo dell'evaporazione del padre è il tempo dell'evaporazione degli adulti. Il narcisismo dei figli dipende da quello dei genitori. Se un genitore assume la felicità spensierata dei suoi figli come parametro della sua azione educativa, lasciando da parte quello della trasmissione del desiderio e dell'impegno soggettivo che questa trasmissione comporta, la sua azione evapora fatalmente nel sostegno del capriccio dei propri figli. In questo modo egli è sollevato dall'angoscia di dover incarnare il limite, ma i suoi figli sono potenziati nel loro narcisismo insofferente a ogni esperienza del limite. (p. 108)
E dire che, invece, la necessità del limite viene avvertita: è il tempo del cosiddetto figlio-Telemaco:
Telemaco domanda giustizia: nella sua terra non c'è più Legge, non c'è più rispetto, non c'è più ordine simbolico. Egli esige che si ristabilisca la Legge e che la "notte dei Proci" finisca. Telemaco, diversamente da Edipo che cade riverso accecato e da Narciso che ha occhi solo per la sua immagine, guarda il mare. I suoi occhi sono aperti sull'orizzonte e non estirpati, accecati dalla colpa per il proprio desiderio criminale, né sedotti mortalmente dal fascino della sua bellezza sterile. Telemaco, diversamente da Edipo, non vive il padre come un ostacolo, come il luogo di una Legge ostile alla pulsione, non sperimenta il conflitto con il padre. Egli [...] è il giusto erede. Attende il padre, attende la Legge del padre come ciò che potrà rimettere ordine nella sua casa usurpata, offesa, devastata dai Proci. [...] Telemaco, diversamente da Edipo, si rivolge all'assenza del padre con la speranza di poterlo incontrare. (pp. 112-113)
L'incontro è ancora possibile, e quando avviene il figlio deve misurarsi con l'eredità, altro nodo capitale, considerato da Freud un atto di perenne riconquista. Recalcati concorda, sottolineando che l'eredità simbolica dal padre è sempre un processo in corso, soggettivo e mai pienamente raggiunto, che non deve finire in mera emulazione del passato, né in distacco completo. Anzi, come si legge nelle ultime pagine, «l'eredità è sempre eredità di una passione che subisce uno sviamento, una torsione, una deviazione» (p. 149).

Tra casi clinici (trattati con grande sobrietà e finalizzati a farsi argomentazione), riflessioni autobiografiche (altrettanto misurate), lo stile di Massimo Recalcati si conferma sempre pregno di senso e di volontà di comunicazione, ma anche di cultura letteraria e filosofica, oltre che psicologica. E il risultato è un libro fascinoso, utile a riflettere su ciò che stiamo attraversando e a chiedersi come rapportarsi col proprio padre o diventare padri migliori. Il tutto, senza fingersi detentori di verità assolute o rifiutando il proprio ruolo di adulti. 

GMGhioni



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