venerdì 5 agosto 2016

Gli anni al contrario: gli abissi d'amore e inquietudine che ci separano

Gli anni al contrario
di Nadia Terranova
Einaudi, 2015

pp. 152
16 euro


– La mia generazione non è servita a niente, – disse Giovanni con l’aria di chi stabiliva l’inutilità di un vecchio soprammobile. (Pg 112)
Romanzo generazionale, storia d’un amore appassito ancora acerbo, amara riflessione storico-sociale, tutto questo e molto di più è Gli anni al contrario di Nadia Terranova, scrittrice e giornalista siciliana, trapiantata da anni a Roma, e vincitrice con questo romanzo del Premio Fiesole Narrativa Under 40.

In una città, Messina, spartiacque divisorio tra due mari, lo Ionio e il Tirreno, s’incontrano Aurora e Giovanni, due ragazzi all’apparenza profondamente diversi: di famiglia borghese e fascista lei (tanto da chiamare il padre col soprannome di “fascistissimo”), diligente e studiosa, seconda di sei figli. Terzogenito di una famiglia comunista, padre avvocato iscritto al Pci, Giovanni è un ragazzino che non ama la scuola, ma si interessa presto alla politica.
D’altronde sono gli anni Settanta, anni di piombo in Italia, decennio in cui non avere un’idea politica equivaleva a non esistere, a vivere nel vacuo limbo di una ignava quotidianità.

Ciò che lega i destini di Giovanni e Aurora è il sentimento comune che pervade i due ragazzi e che li accompagna per tutta l’estensione del romanzo: l’inquietudine. Inquietudine verso una famiglia che sta stretta, che imprigiona con i suoi ritmi borghesi e le sue ipocrite apparenze; inquietudine verso una società che li vorrebbe costringere in un ruolo unico, in una esistenza già tracciata; inquietudine verso un sistema, familiare, politico e sociale, che genera sempre più malcontento nelle generazioni più giovani in Italia, tanto da portare alla formazione (proprio in quegli anni) di famigerati gruppi terroristici.
Il clima d’insofferenza generazionale si fa individuale ne Gli anni al contrario, e mina inevitabilmente le fondamenta dell’amore adolescenziale.
Giovanni e Aurora si conoscono all’università, hanno una figlia in giovane età, Mara, e decidono dunque di sposarsi. Ma la loro relazione sfiorisce sotto il peso di due sentieri opposti; come accade spesso, al di fuori delle vicende politiche e sociali che riguardarono l'Italia in quegli anni, l’amore si disperde nella quotidianità e nelle distanze abissali che sempre si registrano tra uomo e donna.

Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario. Abbiamo avuto una casa, una figlia, una laurea senza sapere che farcene, e ora che lo sappiamo ci stiamo già dividendo le briciole. (Pg 105)

Gli anni al contrario è dunque la storia di una maturità non condivisa, di un ingresso nell'età adulta che, inevitabilmente, per due giovani che vivono nel Meridione dei Fuochi di Guerriglia, nell'Italia degli anni di piombo, significa allontanarsi, abbracciando o rifiutando la lotta politica attiva, perché, in quegli anni, la scelta era binaria, e l'indifferenza era già una scelta: impegnarsi nello studio, crescere una figlia era già decidere di prendere le distanze dal malcontento generazionale; mentre coltivare l'inquietudine, sentirsi uno «spaventato, più che spavaldo, terrorista terrorizzato» (come si definisce Giovanni) era, al medesimo modo, scegliere di compiere il salto, di abbracciare un'ideologia. Entrambe le cose non si potevano fare, amare e lottare.
Si consuma così l’allontanamento di Giovanni e Aurora: lei vorrebbe una famiglia felice, sogna un marito e un padre presente, una quotidianità fatta di piccole cose nella «casa in miniatura» che i genitori hanno regalato loro, e l’impossibilità di realizzare questo piccolo sogno diventa nutrimento per quella inquietudine originaria che la pervade e le impedisce di essere felice.
Giovanni, al contrario, sente il bisogno di agire, di abbracciare la lotta politica armata, di compiere gesta eroiche ed entrare da protagonista nella Storia di quegli anni; ma il suo è l’inerte desiderio di un ragazzo diviso tra la voglia di lottare e quella di amare, e finisce per essere frustrato e deviato verso l’uso sempre più massiccio di sostanze stupefacenti: prima la cannabis, poi Lsd e infine l’eroina.

...Quella era la rogna, e un eroe non prende la rogna. Un errore, altro che un eroe, si corresse. (Pg. 140)
In questa sua insoddisfazione costante, Giovanni Santatorre ricorda Guido Laremi, il protagonista di Due di due di Andrea De Carlo: entrambi nomadi inquieti di una generazione, manifesto di un’epoca in cui, nel tentativo di abbattere le ipocrisie socio-politiche, si rischiava di distruggere ogni forma di autocoscienza e anelito all’autodeterminazione.
 Moglie e figlia dormivano abbracciate sul divano, vestite di tutto punto e pronte per uscire. Il sonno le rendeva uguali, pensò Giovanni, e si disse che i grandi, in fondo, non sono che bambini sopravvissuti. (Pg 55)

La parabola di Giovanni è lo specchio di quella di una regione, la Sicilia, condannata geograficamente e storicamente a essere “fuori”, ai margini delle “cose d’Italia”, spettatrice inerte di una insoddisfazione che pure l’attraversa profondamente, un po’ come Giovanni di fronte alle gesta di Gipo, il compagno bolognese, e di Peter, l’amico di Berlino Ovest. Un eroe "inutile", che guarda alla politica e si perde nella droga; una regione terra d’origine di tanti rivoluzionari della Storia e di tante frustrazioni, aneliti repressi, soffocati dal peso della propria, erronea, marginalità.

A fare da sfondo a questa storia così difficile, eppure così reale, la riflessione dura contro l’ipocrisia e il silenzio. Il silenzio in cui si agita l'inquietudine di Giovanni e Aurora, in cui macerano le sofferenze delle famiglie Santatorre e Silini. Silenzio che si fa ostacolo alla vera conoscenza di sé e dell’altro.
È qui che si nasconde il vero nucleo riflessivo del romanzo, il cuore delle vicende di Giovanni e Aurora: l’improvvisa consapevolezza di non conoscere chi amiamo, di essere estranei nei confronti persino (o forse soprattutto) di coloro con cui dividiamo la nostra vita, i nostri genitori, i nostri partner:

Aurora si rese conto di non sapere niente di lui. Le venivano in mente solo aneddoti eroici che risalivano alla guerra in Africa, a cominciare dalla temerarietà con cui, minorenne, si era arruolato come volontario. (Pg 70)
 Ancora oggi, quasi dieci anni dopo averla incontrata e con la certezza di averla amata, non so chi sia Aurora Silini. (Pg 105)

Nadia Terranova racconta bene le distanze umane e si ha l'impressione che la vita sia tutta distanza, un continuo prendere le misure dell'ampiezza degli abissi che ci separano da chi amiamo.
Un antidoto al pericolo di scivolarci dentro ce lo dà Mara, la picciridda con gli occhi interrogativi, «che quando nacque spaventò suo nonno più di un mafioso e meno di un professore di matematica», al termine del romanzo:


Bastano una frase, una foto, un ricordo per tirare via vangate di terra scura: può essere doloroso, ma meno del silenzio. (Pg 143)


Barbara Merendoni 

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