lunedì 8 agosto 2016

#CriticaNera - Peter May, "L'isola dei cacciatori di uccelli"

L'isola dei cacciatori di uccelli
(The Blackhouse, 2009)
di Peter May
Einaudi, 2012

Traduzione dall'inglese di Anna Mioni

pp. 415


È opinione comune che il tempo sia la miglior medicina per le ferite dell'anima, che il passare degli anni ne permetta la guarigione e consenta l'oblio e il ritorno a una relativa serenità.
Balle. Il tempo non cura proprio niente, il tempo svolge solo un lavoro di accumulo, per cui i ricordi negativi e i traumi rimangono celati sotto gli strati costituiti dalle vicende quotidiane e dalle esperienze, positive o negative, che si susseguono nel corso della vita. I ricordi sono però come tagli cicatrizzati in superficie ma prontissimi a riaprirsi in tutta la loro profondità nel momento in cui la mente torna a ripercorrere i momenti che hanno causato queste ferite.


Di tutto questo si rende conto Fionnlagh "Fin" Macleod, il protagonista de L'isola dei cacciatori di uccelli, primo episodio della Trilogia dell'isola di Lewis, scritta da Peter May tra il 2009 e il 2013.
Fin è un investigatore della polizia di Edimburgo che viene incaricato delle indagini su un omicidio particolarmente cruento avvenuto in uno sperduto paesino all'estremo nord delle Isole Ebridi, poiché dall'esame del delitto vengono rilevati elementi di connessione a un crimine analogo avvenuto tempo addietro sulla terraferma su cui Fin stesso aveva indagato.

Nulla di strano fin qui, se non fosse che in quella zona Fin ci è nato e vissuto sino al momento in cui è riuscito a fuggirne. Il "ritorno a casa", tutt'altro che auspicato, si rivela un'esperienza lacerante, che costringe l'uomo a rivivere momenti della propria adolescenza che sperava di aver archiviato per sempre. Inoltre Fin si trova in un momento di particolare fragilità emotiva che aumenta il grado di disagio e la difficoltà a procedere nel compito.

Per poter svolgere il lavoro assegnatogli, Fin è costretto a riprendere contatto con le persone con cui aveva interrotto ogni rapporto da quasi vent'anni. E anche in questo frangente tutti i luoghi comuni sulle proprietà lenitive del tempo cronologico si infrangono miseramente. Tutti i rancori, i sospetti, le inimicizie tornano inesorabilmente a galla, nulla di ciò che non fu perdonato allora può esserlo oggi; addirittura, Fin dovrà affrontare delle verità relative al suo passato a lui stesso ignote, cancellate dall'inconscio perché la mente può sopportare solo un quantitativo limitato di orrore.

L'isola dei cacciatori di uccelli è un romanzo superlativo, un noir appassionante, convincente nell'intreccio e senza il minimo calo di tensione. La forma narrativa alterna la terza persona nei capitoli in cui si svolge la trama alla prima persona in quelli dedicati all'affiorare dei ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza, che vengono presentati poco per volta, rivelando particolari che partecipano alla costruzione della storia riempiendola di significato.

Personaggi credibili e profondi, descrizioni vivide e introspezione a livello elevato: questi in sostanza i punti forti del romanzo, insieme alla descrizione del paesaggio, allo stesso tempo desolante e meraviglioso, e della tradizionale caccia ai cuccioli di sula, uccelli che nidificano in un isolotto qualche miglio a nord delle Ebridi. Pratica ormai priva di senso poiché non più legata alla sopravvivenza della popolazione ma reiterata ottusamente come rito di iniziazione e di passaggio alla vita adulta solo per pochi eletti, si rivela il nucleo stesso del romanzo, in quanto è su quegli scogli in mezzo al nulla che avvengono gli eventi che producono i principali punti di svolta nelle vite dei personaggi, ed è lì che avviene l'epilogo della storia.

Epilogo parziale, in realtà, perché come si è detto, L'isola dei cacciatori di uccelli è solo il primo episodio di una trilogia. Direi che è inutile sottolinearne l'imperdibilità.

Stefano Crivelli

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