domenica 28 agosto 2016

"All’inizio c’era soltanto una bambina spettinata che pescava le meduse col retino": intervista ad Alessio Torino


Un piccolo romanzo che ha conquistato: stiamo parlando di Tina di Alessio Torino, edito qualche mese fa da Minimum Fax. Una storia struggente e coraggiosa al tempo stesso, alla ricerca di un nuovo equilibrio, continuamente messo alla prova dal divorzio imminente dei genitori e dalla pubertà alle porte. Un romanzo con Pantelleria come sfondo e personaggio, l'estate assolata e gli amori (degli altri) da osservare col costante curiosità e un pizzico di timore (per leggere la recensione, clicca qui).
Per la "scontrosa grazia" di questo romanzo di formazione, e per lo stile, assolutamente da sperimentare con la lettura diretta, abbiamo proposto ad Alessio Torino di rispondere a qualche nostra domanda, nonostante l'afa agostana.

La tua piccola protagonista, Tina, deve affrontare un fardello molto comune nel Duemila: la separazione dei genitori (o perlomeno la minaccia che questo avvenga). Pensi che sia questo uno dei passi più duri nella formazione di oggi?  
I bambini hanno molti scogli da superare, e questo della separazione dei genitori può essere uno dei più taglienti. Anche i figli adulti possono soffrire per questo genere di cose, figuriamoci i bambini che non hanno ancora lo strumento della ragione e sono costretti a assorbire la vita soprattutto con il proprio corpo. Per fortuna, però, i bambini hanno anche un ottimo olfatto per il futuro e spesso trovano da soli la strada per salvarsi, magari fuggendo.
Tenersi tutto dentro: Tina lo sa fare bene, la sorella Bea un po’ meno. Scrivere è una via poco violenta, sempre che lo sia, per liberare ciò che è chiuso in sé?
Anche io ho qualche dubbio che sia poco violenta. Se pensiamo che la scrittura è forse proprio un andare a recuperare tutto quello che inevitabilmente rimuoviamo dalla vita quotidiana per poter campare, direi che è l’esatto opposto, qualcosa di molto brutale. Credo che questo valga per il libro in genere. Un libro è una delle cose più civili e al tempo stesso violente che ci siano. Una cosa civile perché volendo lo possiamo tenere chiuso. Poi però, una volta che lo apriamo, prende vita al punto che la definizione del libro come oggetto ci sembra così limitata.

Anche in Tetano, ad esempio, hai dato vita a una narrazione “dal basso”, concentrata sui più piccoli. Quali attenzioni bisogna avere nello scegliere il punto di vista di quasi-adolescenti? Hai incontrato difficoltà?
La difficoltà è la stessa che si incontra con gli altri tipi di romanzi, cioè bisogna trovare il passo narrativo. Finché non si è trovato il ritmo, un romanzo è come se non esistesse. Puoi averlo pianificato scena per scena, ma senza il ritmo della scrittura non è ancora niente. Per quando riguarda Tina, all’inizio c’era soltanto una bambina spettinata che pescava le meduse col retino. Poi ha cominciato a muoversi e la scrittura ha cominciato a muoversi con lei.

Nel narrare di adolescenti, quanto contano i tuoi ricordi, quanto i desideri inespressi, quanto la letteratura e quanto la pura invenzione?
Il vissuto mi serve soprattutto per pescare qualche dettaglio succulento. I libri letti, invece, servono a non farmi troppe illusioni. Un romanzo, dicono i libri letti, è qualcosa che ha un inizio, uno svolgimento e una fine. Il tuo romanzo, dicono sempre loro, finirà sul comodino di qualcun altro: non pensare di scrivere un’opera mondo, pensa a scrivere un’opera da comodino, che è già tanto. Quanto ai desideri inespressi non saprei, ma spero che contino poco: scrivere per dare voce a cose non vissute mi sembra un po’ miserabile.

“Tina” è un titolo che riporta inevitabilmente ai grandi romanzi di formazione, da “Agostino” a “Ernesto”, per citarne almeno due. Ma è anche vero che ultimamente l’editoria privilegia titoli ammiccanti, allusivi, che possano “vendere”. Come è andata la decisione del titolo, nel tuo caso? 
Altri titoli, come ‘Tetano” o “Urbino, Nebraska” hanno avuto una gestazione più complicata. “Tina” invece si è imposto da subito. Già mentre lo scrivevo sapevo che il romanzo si sarebbe chiamato così e anche per la casa editrice non ci sono stati dubbi.

Uno dei punti di forza di Tina, a mio avviso, è proprio l’apparente secchezza della tua prosa, fatta invece di oggetti parlanti, forti simboli e simmetrie che sta al lettore riconoscere e interpretare. Hai adottato questo stile spontaneamente, o è frutto di una revisione attenta, con tagli feroci?
Ti dico solo che ho scelto di non tenere una stampante in casa. Con tutte le revisioni che faccio, finirei per fare la spola tra casa mia e il cassonetto per la raccolta differenziata della carta. Che poi fa anche impressione buttare via i fogli con la propria scrittura, c’è qualcosa di macabro.

Leggendo Tina, è facile lasciarsi trasportare a rimandi letterari (io stessa vi sono inciampata). Sei un lettore di romanzi di formazione?
Sì.

Dunque, quale consiglieresti a un adolescente di oggi, che lotta per cercare la propria identità esattamente come uno o due secoli fa? 
Consiglio il titolo di un romanzo che merita di essere conosciuto di più: La morte corre sul fiume di Davis Grubb, che Adelphi ha tradotto con il titolo del film.

Anche in Urbino, Nebraska hai scelto una connotazione geografica forte, che ben rendesse riconoscibile la tua storia. In un’altra città, probabilmente sarebbe stata diversa. Anche per Tina potremmo dire la stessa cosa?
L’ambientazione di Tina è nata insieme alla protagonista del romanzo, quindi la risposta è che Pantelleria non l’ho davvero scelta. Poi come scrittore ho cercato di sfruttare tutte le possibilità che poteva darmi un’isola come quella.

Anche se rispettiamo la superstizione degli autori, vuoi anticiparci se stai già scrivendo qualcosa di nuovo?
Ci sono vari romanzi che mi scorrazzano per casa e in questo momento mi sto comportando con loro come uno zio che vizia i nipoti: sto dicendo di sì a tutto quello che mi chiedono, cioè li sto portando avanti tutti. Presto però mi dovrò trasformare in un padre che dovrà dire dei no. Uno dei pochi momenti di libertà che ha uno scrittore è quando ha finito un romanzo e non ha ancora deciso il prossimo. È un bel momento, di libertà appunto, per quanto si sente già in sordina quanto costerà rinunciare a tutti i romanzi che non saranno scelti.

Grazie, e buona scrittura!

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Intervista a cura di GMGhioni 

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