venerdì 3 giugno 2016

#PagineCritiche - "Una modesta proposta" per l'Università italiana: Universitaly, di Federico Bertoni

Universitaly.
La cultura in scatola
di Federico Bertoni
Laterza, 2016

pp. 139

Euro 15,00

«Perché un luogo di elaborazione della conoscenza
diventa uno straordinario concentrato di stupidità?»

Se qualche vostro amico, collega o conoscente vi ha recentemente omaggiato della sua bomboniera di Laurea, o se voi per primi avete da poco conseguito l’agognato titolo di Dottore, tenete da parte un po’ di confetti rossi. Anzi, fatene addirittura scorta: perché nel caso in cui abbiate intenzione di sondare più in profondità lo stato di salute del sistema accademico italiano leggendo Universitaly. La cultura in scatola di Federico Bertoni, appena pubblicato da Laterza, i bonbon zuccherini saranno il contrappunto ideale per le vostre papille, offese da un’analisi impossibilitata ad addolcire la pillola. Questo, beninteso, nel caso in cui l’argomento vi stia a cuore, l’esperienza dello studentato in prima persona non vi sia bastata, o più genericamente continuiate a credere nel potere della cultura e, soprattutto, dell’insegnamento. Meglio ancora sarebbe se voi foste parte in causa, attori protagonisti di quello che nell’opinione dell’autore si configura come uno spettacolo saturo di suggestioni paradossali e picaresche che vanno da Kafka a Cervantes (con tutto il corollario di logica impazzita e mulini a vento). Nella migliore delle ipotesi, difatti, tutti i docenti e i ricercatori abilitati a tenere corsi annuali o semestrali dovrebbero leggere questo libro, dal momento che Bertoni, professore di Teoria della letteratura a Bologna, si rivolge in prima istanza soprattutto ai suoi colleghi, complici più o meno consapevoli di quella ruina in bass(issim)o loco che sembra essere il moto (l’andazzo?) imposto all’Università cosiddetta nuova e riformata. 
Animato da un «pessimismo dell’intelligenza che non fa sconti», il saggio di Bertoni è compilato dal punto di vista dell’insider, ed è da questo osservatorio privilegiato, con tutti i pro e i contro previsti dal relativo status, che l’autore descrive la preoccupante mutazione subita negli ultimi anni dal sistema universitario della Penisola, individuandone le cause sia a livello esterno e politico (e dunque le varie Riforme, dalla Berlinguer alla Gelmini), sia interno e strutturale. Il quadro che ne risulta, pur tracciato senza alcuna nostalgia nei confronti dei modelli del passato, è a dir poco avvilente: un paesaggio ancora non bonificato da vizi antichi (gerarchie, baronati, misticismi assortiti), dominato da una parossistica e inedita burocratizzazione delle procedure, afflitto da particolarismi e personalismi, indebolito da lotte intestine per l’accaparramento di piccoli e grandi poteri,  piegato a novelle logiche aziendali e merceologiche, ottuso dall’abuso babelico di acronimi (CFU in primis, ma si consulti il glossario essenziale in cauda al volume).

Un fortino medievale tanto affascinante se ammirato da fuori quanto deprimente se esperito dal di dentro, gomito a gomito con gli altri castellani, in cui il tempo per la didattica vera e propria appare risicatissimo, quasi che la docenza fosse solo un’appendice secondaria (e questo con il sollievo di alcuni, e la frustrazione di altri). Un mondo, soprattutto, non più capace di raccontare se stesso, succube di uno storytelling “coatto” che ne flette in modo ambiguo anche le formule più elementari, se è vero che persino parole importanti come Merito, Eccellenza e Valutazione finiscono snaturate e pervertite nel loro senso più autentico per divenire «parole magiche», perfette per l’incantamento delle parti. Pur temperata da una terapeutica ironia, la disamina di Bertoni non manca di passaggi più “depressi”, nei quali lo sconforto pare acuito dal clima di generale connivenza:
«perché (quasi) nessuno dice niente? Perché questo malcontento diffuso non riesce a coagularsi in «massa critica»? Perché l’università ospita una delle categorie professionali in assoluto più arrendevoli, capace di subire qualsiasi sopruso (riforme permanenti, blocchi stipendiali, aumenti indefiniti del carico di lavoro) in una mugolante rassegnazione? (…) Il problema non sono le minoranze, che esistono e lavorano con grande impegno, ma la famosa «maggioranza silenziosa», senza la quale non si va da nessuna parte».
Forse è proprio l’assenza – ovvero l’inesistenza – di cure rapide, ricette certamente efficaci e soluzioni pronte all’uso che fa di Universitaly un libro, se non bilioso, certamente molto amaro. E questo nonostante l’autore ci tenga a dichiarare la sua fiducia in una guarigione dell’organismo accademico latamente inteso: «se credessi che tutto è perduto», ci informa già in apertura del volume, «non l’avrei mai scritto». Per questo, il saggio si chiude con l’invito accorato rivolto agli ideali colleghi/sodali nella “lotta” a praticare una continua e costante “resistenza”, che oltre a rimettere al centro la didattica e il corpo discente nella sua totalità, viene declinata in dieci esortazioni-chiave, che vanno dal non avere paura di ricatti e ritorsioni al non trattare gli studenti come se fossero clienti. Certo, se tutti facessero di questo decalogo la base della propria condotta si potrebbe avere la ragionevole certezza che l’Accademia italiana possa (ricominciare a) essere il migliore dei mondi possibili. Eppure, a dispetto dell’appello conclusivo alla speranza, sembra restare più forte e insinuante l’eco di uno degli interrogativi più antichi e fatali, ovvero di quel «Ti draso? – Che ho da fare?» che da secoli tormenta tutti i protagonisti tragici degni di questo nome. Perché l’Università italiana, per dirla con l’abusatissimo Brecht – ma, pare proprio di intendere, anche per l’autore del saggio – sembra avere soprattutto un matto e disperatissimo bisogno di eroi. Per fortuna ci sono ancora gli studenti, ai quali l’appassionato “maestro” rivolge una delle poche laudatio dell’intero il volume:
«un vizio ideologico su cui si costruiscono tanti errori: gli studenti sono svogliati, ignoranti e passivi, mancano di iniziativa e fanno sempre il minimo indispensabile, signora mia. Non è vero, almeno non in modo assoluto, e soprattutto non in modo ineluttabile. Se nell’universo sociale non esiste nulla di naturale, gli studenti tendono a comportarsi in base al sistema che noi gli abbiamo costruito: fanno quello che noi li induciamo a fare; ridurre, semplificare, comprimere i tempi, finalizzare tutto al risultato, non leggere una virgola in più rispetto al monte crediti da accumulare. Nella mia esperienza, e lo dico senza retorica alcuna, gli studenti sono ancora la cosa migliore che c’è qua dentro, e insegnare è una delle poche cose che dia senso al mio lavoro».
Quanti suoi colleghi, rimane da chiedersi, potrebbero dire, e in assoluta buona fede, di pensarla allo stesso modo?

Cecilia Mariani

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