martedì 28 giugno 2016

"Spezie, spezie delle mie brame...": Federico Antinucci racconta la storia di un lusso antico e necessario

Spezie.
Una storia di scoperte, avidità e lusso
di Francesco Antinucci
Laterza, 2016 (prima edizione 2014)

pp. 160

Euro 10,00

La prima buona ragione per leggere Spezie, il bel libro di Francesco Antinucci appena ripubblicato da Laterza nella collana Economica, è essenzialmente di carattere storico: il libro è innanzitutto un viaggio alla scoperta delle erbe e delle polveri culinarie, delle relative applicazioni in cucina e delle ricadute sulla politica e sull’economia, oltre che sul gusto e sul costume. La seconda ragione, che nell’opinione di chi scrive è forse la più importante, è invece, per così dire, antropologica e sociologica. Perché il volumetto è sì, senza dubbio alcuno, una ricostruzione puntuale delle fortune e delle sfortune riscosse da queste preziosissime merci in seno ai popoli e alle culture, ma è anche, e soprattutto, una presa d’atto del fortissimo potere esercitato sull’essere umano dai valori cosiddetti simbolici e rappresentativi dei beni materiali. Una fascinazione da sempre esistente, e dunque da sempre attuale, e che oggi come oggi non può non far riflettere, in modo critico e finanche poco consolatorio, sulle possibili conseguenze negative dei processi di autocelebrazione e autorappresentazione.


In un certo senso è proprio questo il pregio principale del lavoro di Antinucci, che nel servirsi della documentazione relativa a un fenomeno solo apparentemente circoscritto quale quello del commercio delle spezie riesce a suggerire riflessioni di portata più universale. E lo fa, da parte sua, procedendo in negativo, ovvero contraddicendo fin da subito alcuni luoghi comuni relativi a questa così fragrante mercanzia: tanto per cominciare, sottolineandone la sostanziale inutilità. Le spezie, per quanto sia spoetizzante riconoscerlo, non servono, ovvero non sono necessarie alla conservazione dei cibi (all’opposto del sale, per esempio), e dunque se ne potrebbe fare benissimo a meno. Eppure, nei secoli, regnanti e mercanti faranno di tutto per averle e ottenerne il monopolio, perché – sia per la loro iniziale rarità, sia per il cospicuo dispendio di forze economiche e umane necessarie per il loro approvvigionamento da terre lontanissime – esse si confermeranno tanto costose quanto redditizie.

Le spezie sono, molto semplicemente, un lusso irrinunciabile, quel surplus al quale il Potere – nella veste di antico possidente romano, Doge veneziano, nobile portoghese o spagnolo, Imperatore asburgico, commerciante olandese, borghese anglosassone – non intenderà mai rinunciare. L’autore lo chiarisce bene già in un passaggio cruciale già nel Prologo:

«perché l’uomo desidera tanto – anzi, sopra ogni cosa – prodotti che sono totalmente inutili? Perché in realtà essi assolvono a una funzione ancora più importante di quelli utili: se quelli utili servono a mantenerlo in vita – più o meno comodamente –, questi servono invece a rappresentarlo, a proiettare nel mondo una certa immagine di sé, un’immagine evidentemente altamente desiderabile: quella di un uomo ricco, che può permettersi cose che solo pochi possiedono e dunque al vertice della scala sociale. Queste merci sono lo strumento della rappresentazione all’interno di un sistema comunemente chiamato “lusso”».

Non di meno, il testo di Antinucci è un validissimo supporto per comprendere meglio anche le evoluzioni del gusto attraverso i secoli, e dunque come sia accaduto che dalla iniziale propensione per i mix decisi di più sentori (si pensi al dominio dell’ “agro-piccante” in età romana, più volte paragonato nel corso della trattazione alla più nota cucina cinese) si sia progressivamente arrivati a una più marcata differenziazione delle varie componenti delle pietanze. I sapori dominanti di Roma antica, del Medioevo, dell’età Moderna e poi del Settecento – secolo durante il quale si assiste alla “sostituzione” del ruolo delle spezie da parte di bevande quali il caffè, il tè e la cioccolata – sono ricostruiti dallo studioso grazie ai trattati e ai ricettari lasciati dagli autori coevi, e all’ausilio incrociato di varie fonti. Il lettore più audace potrà anche cimentarsi nell’esecuzione di qualcuna delle ricette che l’autore non manca di inserire in coda ai singoli capitoli; basta che non perda di vista non tanto la loro natura di testimonianza normativa dei banchetti di ieri, quanto il loro valore di efficace cartina di tornasole delle epoche corrispondenti, e dei desideri di affermazione politica e culturale degli uomini che le dominarono.

Questi prodotti un tempo rari e preziosi sono ormai parte ineliminabile del nostro quotidiano, in virtù della vasta disponibilità anche nella larga distribuzione, del prezzo ampiamente accessibile e della consuetudine d’uso. Vero è, inoltre, che non c’è più paragone o proporzione possibile tra il valore di tali merci nell’economia di secoli fa e nel quadro di quella attuale. Ci si può però chiedere, d’altra parte, quali possano essere considerate le “spezie” dell’oggi. Vale a dire, per restare in metafora: a quanti e quali “condimenti”, tanto costosi quanto volatili, non saremmo a nostra volta disposti a rinunciare, vinti come siamo dal desiderio di trasmettere agli altri una sempre migliore e più desiderabile immagine di noi stessi? Una riflessione, questa, che potrà tornare utile agli studiosi del futuro, perché come ricorda Antinucci «è l’insopprimibile desiderio dell’uomo di rappresentarsi (e non quello di vivere o sopravvivere, come spesso si insegna) che determina, in fine, la storia del mondo».

Cecilia Mariani

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