lunedì 6 giugno 2016

"Mi chiamo Lucy Barton": una seconda lettura

Foto ©Debora Lambruschini
Mi chiamo Lucy Barton
di Elizabeth Strout
Einaudi, Maggio 2016

Traduzione di Susanna Basso

pp. 168
euro 17.50


Ciascuno di voi ha soltanto una storia […] Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi.

Forse non è così per tutti gli scrittori, forse alcuni di loro espandono la propria creatività per dare voce ad innumerevoli storie ogni volta differenti, senza mai privilegiarne una sola. Ma sono convinta sia vero per Elizabeth Strout, amatissima scrittrice americana vincitrice del premio Pulitzer nel 2009 per il romanzo Olive Kitteridge: perché Strout racconta in ogni suo scritto una storia soltanto e lo fa con la maestria di chi riesce ogni volta a coglierne aspetti nuovi, differenti angolazioni e sfumature, creando così qualcosa di sempre diverso, originale ed intenso. Gioca con la forma e le parole, si sposta tra la provincia americana e la città – tra il Maine e New York nella maggior parte dei casi – , sceglie una manciata di personaggi o un centinaio, alterna trame ricchissime di dettagli ad altre molto più essenziali, dove il sottinteso, il frammento, richiamano la short story nel senso più tradizionale, ogni parola è misurata ed evocativa, capace di creare poesia in quelle vite spesso banali, di uomini e donne come tanti, e regalare loro la bellezza della grande letteratura. Per tornare, ogni volta, ai temi più cari: la famiglia, soprattutto, cui si intreccia inevitabilmente la riflessione sui rapporti umani, le fragilità, le miserie quotidiane.
Ed è ancora qui che torna nell’ultimo, breve, romanzo, Mi chiamo Lucy Barton, pubblicato da Einaudi ad inizio Maggio, che si legge con avidità ma che – come la migliore letteratura sa fare – resta dentro ben oltre la parola fine. Se Strout non avesse scritto Olive Kitteridge, con buona probabilità sarebbe stato questo romanzo a valerle il Pulitzer per la letteratura, per l’intensità e la perfetta costruzione dei personaggi, per la forza della parola – e qui, sottolineo, vale la pena ancora una volta recuperare se possibile il romanzo in lingua originale – , la straordinaria capacità di entrare in contatto con il lettore che pagina dopo pagina, per frammenti ed immagini, scopre qualcosa della storia della sua protagonista e non può fare altro che connettersi a lei, nel profondo, anche quando l’esperienza personale ha poco o nulla in comune con quella di Lucy.
Strout tocca le più profonde corde dell’animo umano senza mai – nemmeno in questo romanzo – cedere al sentimentalismo, dimostrandosi ancora una volta maestra nel comprendere le complessità della natura umana e dei rapporti famigliari, dipingendo l’immensità sotto la superficie di quelle piccole vite come tante. Un testo che mi ha colpita come un pugno allo stomaco, per l’intensità della storia e la potenza della scrittura, dalle numerose chiavi di lettura: riflessione su famiglia, radici e dolore, su povertà ed emarginazione, sui legami del sangue che ci uniscono nonostante tutto, maternità, sentimenti e parole impossibili da pronunciare; ma è anche un esemplare esercizio di scrittura e rappresentazione di un mestiere bellissimo e complicato, romanzo che – ancora una volta – si avvicina alla forma breve per l’uso calibrato della parola, il gioco di ellissi e sottintesi, la frammentarietà del racconto, immagini ed episodi a comporre il quadro. La narrazione in prima persona, si sviluppa su tempi differenti: i ricordi dell’infanzia, imprecisi eppure in qualche modo vividi ed intensi, le settimane che la protagonista, adulta, ha dovuto trascorrere in ospedale per le complicazioni di un banale intervento, e l’oggi, che resta solo accennato, di una donna avanti con gli anni che immaginiamo tornare indietro con la memoria, cercare di rimettere insieme il puzzle della propria vita per concentrarsi su quei giorni di degenza e il significato che hanno avuto e, forse, venire a patti con il proprio passato di miseria ed abusi.
Nella solitudine di quelle lunghe giornate costretta in un ospedale newyorchese, mentre osserva dall’ampia finestra di una stanza singola la città e il Chrysler Building che si staglia contro il cielo, la nostalgia per il marito e soprattutto le figlie si fa sempre più acuta, i momenti di veglia intervallati da poche ore di sonno sembrano dilatarsi all’infinito. Ma per cinque giorni, inaspettatamente, a farle compagnia in quella stanza, giunge la madre che non vede ormai da moltissimo tempo, ma che ora sente di dover essere lì, forse per la prima volta, accanto alla figlia che ha bisogno di lei. La presenza della donna, il luogo in cui si trovano, spingono Lucy a fare i conti con il proprio passato, cercando nella madre risposte e comprensione. Tra ricordi falsati dal tempo, dal dolore, dalla distanza, Lucy ritorna in quella casa fatiscente, alla povertà e all’emarginazione di una comunità cinica, incapace di affetto ed empatia, ad una famiglia disfunzionale da cui è stato necessario allontanarsi, per sopravvivere. Un padre, reduce di guerra, che non ha mai superato il trauma delle atrocità commesse, un’infanzia dove povertà e violenza si intrecciano e lasciano un segno indelebile; una madre che non ha saputo proteggere i propri figli, nei confronti della quale, nonostante tutto, Lucy non prova più rabbia né rancore, ma un affetto profondo, pur senza riuscire a trovare tuttavia parole di conforto.
Oggi che la mia vita è cambiata così tanto, ci sono momenti in cui ripenso agli anni della mia prima infanzia e mi ritrovo a dire: Non era poi chissà quale tragedia. E forse non lo era. Ma ci sono anche momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di Novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli di maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati da ricordi che non possono assolutamente essere veri. Eppure, quando vedi gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos’hanno dentro. La vita sembra spesso fatta di ipotesi.
È una storia di parole spezzate, che non riescono a venire mai completamente fuori, restando sospese con il loro carico di dolore, in un romanzo dove la parola, appunto, il mestiere di scrivere, sono una delle chiavi di lettura con cui interpretare la storia. Dove il non detto rende più facile, per Lucy e la madre, lasciare che il tempo confonda la storia, offuschi la memoria dei segreti più dolorosi e raccontare invece le vite, i fallimenti degli altri, ignorando i propri. Ma è parlando di matrimoni finiti, famiglie infelici ed umiliazioni, che le due donne riflettono in fondo sulla loro storia, su un passato che, nonostante tutto, è possibile superare. Di epifanie che danno un senso alla vita, di estranei capaci di infondere conforto grazie a quell’attimo di gentilezza, di sconosciuti che sembrano comprendere meglio di ogni altro il disperato bisogno di affetto che affligge la protagonista, nella sua costante lotta contro solitudine ed isolamento:
E Jeremy mi guardò, con un’espressione di grande dolcezza, e ora mi rendo conto che aveva intuito di me qualcosa che io non sapevo: che a dispetto della mia completezza, mi sentivo sola. Quello della solitudine era il primo sapore che avevo assaggiato nella vita e non se ne andava più, nascosto nelle pieghe della bocca, a ricordarmi.
Foto ©Debora Lambruschini
In meno di duecento pagine, Strout tratteggia una storia così intensa, piena e sincera da fare male, in cui i sottintesi, i non detti, si avvertono pesanti più delle parole pronunciate che troppo spesso non bastano a descrivere la profondità del sentire di una giovane donna che riflette sulla propria vita, sul peso del passato nel determinare la persona che è diventata, sulle scelte necessarie per sopravvivere. È ancora una volta storia di allontanamento e distacco, dove qualcuno, purtroppo, rimane indietro. 

Ed è riflessione sulla maternità, non sempre facile: Lucy, che nonostante tutto, lascia andare rabbia e dolore ed è profondamente grata per quei momenti con la madre, legate finalmente da un affetto sincero che va ben oltre le parole; ma il rapporto madre-figlia è qualcosa di assolutamente fragile, che scelte incomprensibili, giudicate egoiste, possono incrinare forse per sempre. Lucy, madre imperfetta, che si macchia di colpe differenti rispetto alla propria, ma non prive comunque di conseguenze. L’amore stesso è imperfetto e il sentimento qualche volta non basta: piccoli gesti, una frase, un oggetto, fungono da «dettaglio rivelatore», epifania.
La sua è una storia d’amore e lei lo sa. È la storia di un uomo che si è tormentato ogni giorno della vita per cose che aveva fatto in guerra. È la storia di una moglie che è rimasta con lui, perché lo facevano quasi tutte le mogli di quella generazione, e che si presenta nella stanza d’ospedale della figlia e sproloqui nevroticamente dei matrimoni falliti di tutti gli altri, e nemmeno lo sa, nemmeno sa che cosa sta facendo. È la storia di una madre che ama sua figlia. In modo imperfetto. Perché amiamo tutti in modo imperfetto.
Riflessione su famiglia, rapporti umani, storia di solitudini e dolori, ma dove non mancano lampi di speranza: nella vicinanza di quegli incontri così newyorchesi che la protagonista non smette mai di cercare, brevissimi momenti di empatia tra sconosciuti a cui ripensare con affetto anche a distanza di tanti anni, o nel ricordo di un’amicizia spezzata dalla vita. E sono proprio quelle persone a cui la storia di Lucy si è intrecciata solo brevemente a regalarle sincerità e uno sguardo nuovo sulla propria vita, sui propri desideri. A convincerla, per esempio, dell’importanza per uno scrittore di essere onesto, spietato, perfino, a compiere scelte forse egoiste e dolorose, ma necessarie. E a comprendere, con la lucidità del distacco, il significato della propria storia, il bisogno viscerale di raccontarla per liberarsi, forse, del dolore. Per non permettere al passato di tormentarci e determinare per sempre ciò che siamo o il modo che abbiamo di guardare il mondo.
Perché  «la vita [nonostante tutto] mi lascia sempre senza fiato».


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