lunedì 13 giugno 2016

Il rotondo concetto del tempo: Le vittorie imperfette di Emiliano Poddi

Le vittorie imperfette
di Emiliano Poddi
Feltrinelli Editore, 2016
pp. 291
€ 17



Nel 1924 Martin Heiddeger dà alle stampe un libercolo dal valore capitale: Il concetto di tempo (Der Begriff der Zeit). In questo volumetto il pensatore tedesco analizza la definizione di tempo, differenziando il senso scientifico di esso, il tempo oggettivo della natura, misurabile e calcolabile, con il tempo soggettivo, quindi opinabile, cioè quello della conoscenza. Sulla scia delle riflessione di Sant'Agostino ("io misuro il sentirmi nell'esistenza presente, non le cose che passano affinché esso sorga") e di Bergson, Heiddeger arriva alla conclusione che il tempo non si può imbrigliare né nella misurabilità del tempo dello scienza né nella soggettività del tempo della conoscenza. Il tempo è tempo dell'esistenza, ovvero "il tempo è modalità dell'esserci dell'essere, è il modo non soltanto attraverso cui l'esserci conosce il mondo, ma sceglie di esistere nel mondo". Nel libro di Emiliano Poddi, Le vittorie imperfette, edito da Feltrinelli, si analizza appunto il rotondo concetto del tempo dell'esistenza attraverso tre spicchi di un'ideale sfera: una partita di basket, una storia d'amore e la vita di un uomo.

La partita non potrebbe essere un'altra partita, ovvero lo storico match tra USA e URSS, la finale di basket alle Olimpiadi di Monaco '72. Se è vero che lo sport moderno è iniziato proprio con quella rassegna iridata è vero anche che il tragico episodio del commandos palestinese che si introdusse nel villaggio olimpico ed uccise nove atleti israeliani sarà uno dei grandi orrori del secolo scorso. In questo coacervo di storie e di situazioni si inserisce la finale di pallacanestro, quella tra americani e sovietici, ovvero tra i popoli che, a torto od a ragione, si spartivano il mondo in sfere d'influenze, alleati più o meno fidati e zone di controllo. Per molti commentatori, anche non soltanto sportivi, la sfida tra gli atleti a stelle strisce e quelli con la falce e martello sulla maglietta è stata una sorta di rappresentazione plastica della Guerra Fredda. Da quell'incontro, dall'insistenza sul ritornare a parlare di quella partita, in particolar modo degli ultimi folli tre secondi finali ("i tre secondi che durarono tre minuti", ecco il tempo dell'esistenza) Emiliano Poddi tesse la sua narrazione, ponendo quest'evento ad architrave del suo racconto.


Da questa partita infatti si genereranno una serie di diramazioni fondamentali per il libro: i due genitori dell'autore si conosceranno proprio l'indomani della finale (la storia d'amore), a causa di una bizzarra scommessa auto-imposta dal padre dello scrittore ("le telefono se i sovietici vincono"). E lo stesso scrittore quindi, si sentirà in qualche misura figlio di quei tre secondi folli anche perché, come poi la sua vita successiva lo confermerà, diventerà, quasi biologicamente un grande, grandissimo appassionato di basket.

Ma che libro è Le vittorie imperfette? Si tratta forse di un libro di meta-fiction à la Federico Buffa, dove raccontando lo sport si racconta la civiltà del Novecento? Solo in parte. Infatti l'intento ma anche lo stile narrativo di Poddi è sempre molto meno epico e, nel senso migliore del termine, retorico rispetto al giornalista di Sky. Poddi è molto più attento al particolare, al dettaglio intimo che scuote l'attimo: al gatto della compagna di Saša Belov che riecheggia un po' il felino che accompagnava Margherita nel fondamentale Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, oppure la passione sfrenata di Kevin Joyce, uno dei più rappresentativi giocatori statunitensi, per il pittore Hopper ed anche i mille casi del destino che vogliono la Puglia e la Russia talmente vicine da incontrarsi e accompagnarsi per mano come in un disegno per bambini.

Ciò che stupisce in un libro anche di sport (le descrizioni delle singole azioni della partita sono realizzate con grande cura e dovizia, senza rinunciare ad un linguaggio specialistico ma mai tracimando negli impertecnicismi) è il tocco di Poddi che rende tutto ciò che racconta con una patina strana, eccentrica, a metà strada tra il sogno del subconscio e una vecchia polaroid trovata in una cassapanca. Se si dovesse spiegare in musica quel senso di "nostalgia istantanea" che coglie il lettore nel leggere i vari capitoli del libro si potrebbe definire la scrittura di Poddi "del color di Novamerica",  inteso come un impasto di suoni e di suggestioni che magari si sono sì già stati ascoltati e già viste ma mai assieme, mai tenute insieme da una volontà, artistica, così forte. 

Ed ecco allora che anche il grande terzo filone narrativo, ovvero le vicende di un ragazzo che vuole conoscere la propria storia (e quel ragazzo è, naturalmente, lo stesso autore) si inserisce perfettamente in questo grande flusso temporale. Perché nella vita come nel tempo, inteso sempre come lo pensava Heidegger, non è che ci sia questa gran differenza: se il vero tempo è il tempo dell'esistenza, allora l'esistenza è il tempo che passiamo ad esistere. Ed è per questo motivo perciò che ha senso che il tempo possa tornare indietro e durare diversamente, proprio come i tre secondi finali di USA-URSS a Monaco '72. Il flusso dell'esistenza non era ancora trascorso, aveva bisogno di fluire ancora una volta e una volta ancora, sinuoso e serpentiforme, come la luce calda in una stanza fredda. Esatto, la stessa luce tagliente dei quadri di Hopper: la luce del tempo che esiste. 

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