venerdì 6 maggio 2016

Nelle complesse profondità della Storia: "Manituana" di Wu Ming

Manituana
di Wu Ming
Einaudi, 2007

pp. 613
€ 17,50



1755. William Johnson, inglese, combatte con i Mohawk contro i Caughnawaga. Inglesi contro francesi, indiani contro indiani. Vent’anni dopo, i suoi eredi, latifondisti e facenti parte del Dipartimento Indiano, istituzione che regola i rapporti coi pellerossa cercando di stabilire leggi e regole per una convivenza pacifica (che urta le sensibilità di tanti), difendono l’autorità di Sua Maestà contro i coloni che vogliono l’indipendenza dall’Inghilterra. Sin dall’inizio del romanzo le cose non stanno come ce le saremmo aspettate aprendo un libro ambientato all’epoca della nascita degli Stati Uniti d’America: non c’è solo il conflitto tra indiani e bianchi, quello classico che ci è stato sempre raccontato; lo schieramento occidentale è frammentato al suo interno, ed anche l’universo indiano è tutt’altro che omogeneo: alcuni stanno con gli inglesi, altri li combattono.


Scontri a fuoco e a colpi di tomahawk, battaglie feroci e intimi sentimenti, uomini impauriti e donne fiere e coraggiose, i boschi americani e i palazzi londinesi, filosofi europei e riti tribali: Manituana è tutto questo e molto altro, è un’immensa teoria di fatti storici e personaggi, nella quale il lettore rischia di perdersi. D’altronde le semplificazioni sarebbero deleterie e non permetterebbero di cogliere la complessità del momento storico descritto dai Wu Ming. Complessità che è anche confusione, miscuglio: dalla prosa del collettivo di scrittori esce un’America davvero meticcia, fatta di culture ibride, una nazione dove si pregano assieme le Tre Sorelle e i santi cristiani, dove le persone hanno sia nomi inglesi che Mohawk. Joseph Brant è l’emblema di tutto ciò, non solo perché è un indiano cresciuto coi bianchi, ma perché nel suo ruolo di interprete deve costantemente mettere in contatto due lingue e due culture diverse, unendole in un obiettivo comune che tenga conto tanto delle differenze e delle sfumature lessicali quanto di quelle pratiche. Per gli indiani, ad esempio, un conto è difendere le Sei Nazioni (il territorio dove vivono i pellerossa) dai coloni ribelli, un altro è combattere questi ultimi per proteggere il Canada, minacciato dalla rivolta che sta crescendo nel Massachusetts; i Tories, tra i quali i Johnson, ancora fedeli al Re, vogliono convocare un concilio delle varie tribù indiane per convincerle a combattere contro gli insorti in nome della protezione che i latifondisti realisti hanno sempre concesso loro, a differenza dei ribelli capeggiati da Philip Schuyler che si stanno dimostrando molto violenti nei confronti degli indigeni.

Le pagine scorrono e quasi senza accorgerci ci troviamo coinvolti appieno negli eventi, avendo man mano sempre più dimestichezza con le parti in causa e con la ridda di personaggi. Tra di essi spiccano alcuni membri della famiglia Brant: la sorella di Joseph, Molly “la strega”, vedova di quel William Johnson che tutti i pellerossa considerano esempio di virtù e giustizia, qualità che i bianchi hanno dimenticato con la sua dipartita; Peter, suo figlio, per il quale questa è la prima guerra, un mondo violento da scoprire in prima persona, col suo carico di fascino e paura; ruolo centrale avrà anche Philip Lacroix, le grand diable, pellerossa che per colpa di alcuni indiani sbandati ha perso moglie e figlia e da quel giorno, dopo essersi vendicato brutalmente, vive solitario nei boschi. Ora sta tornando dalla sua gente. Combatterà? Sul fronte avverso troviamo Ethan Allen, il Golia delle Green Mountains, capo dell’esercito irregolare che lotta a fianco di quello continentale in nome di una voglia di libertà nata dallo spirito brigante che lo governa e dall’odio verso le autorità e le loro tasse. Più una testa calda che un vero alleato, ma pur sempre un fucile in più da usare contro i lealisti.
L’America, questo immenso continente, potrebbe essere davvero Manituana, l’isola utopica delle leggende indiane, dove popoli diversi, dal nord e dal sud, si uniscono per far cessare le guerre e far nascere una stirpe dalla pace e dalla fusione di identità differenti. Ma, esattamente come nel mito, la propensione istintuale al conflitto resiste nell’uomo, prevalgono l’odio per il diverso e la difesa della propria comunità: Manituana viene distrutta, spezzata, lacerata. Gli Stati Uniti covano divisioni profonde, forse insanabili. I protagonisti del romanzo sono persone che contemporaneamente subiscono e fanno la storia, la vedono passare sulle loro teste, o muoversi sotterranea tra gli intrighi politici, ma ne sono anche artefici grazie alle loro azioni sul campo e alle strategie che scelgono di adottare. Lo stile è asciutto, privo di fronzoli ma allo stesso tempo ricco di materiale, proposto con tale naturalezza da non dar mai l’impressione d’esser un pretesto per buttar lì un po’ di colore dell’epoca storica.

Guy Johnson decide di fare un ultimo tentativo per risollevare le sorti della propria famiglia: andrà a Londra per cercare il sostegno diretto di Sua Maestà e per ritornare in America con la propria autorità restaurata. Per Philip, Joseph e Peter è l’occasione di visitare la capitale dell’impero, un formicaio brulicante di vita: dai vicoli sordidi sino ai salotti più raffinati, i tre indiani avranno modo di incontrare quello che ai loro occhi è un “nuovo mondo” popolato da straccioni, freaks, ambigui damerini ed eccentrici nobili, come Lord Warwick, l’annoiato dandy loro ospite a Londra. Lo spaesato gruppetto diventa, suo malgrado, l’attrazione principale per gli inglesi, in piena “indiano-mania”. Nell’anno 1775 sta infatti impazzando una banda di malviventi che ama travestirsi da pellerossa, guidata da un tale che si fa chiamare Taw Waw Eben Zan Kaladar II, autoproclamatosi imperatore della nazione Mohock londinese. Si aggiunge così un’ulteriore lingua, quella dei bassifondi di Londra, che gli autori dipingono attraverso lo slang della mala locale che ci cala subito in atmosfere oscure e criminali. Manituana è infatti anche una Babele fatta di numerose voci, in cui a volte basta un cambio di paragrafo per mutare la prospettiva e il punto di vista.

Proseguendo con la lettura, invogliata da una chiarezza che riesce a rendere avvincente e scorrevole una materia tanto vasta e complessa, pian piano si comprende il motivo del proprio spaesamento: la storia che ci viene raccontata non è quella che ci aspettavamo. I coloni indipendentisti, quelli che dovrebbero essere gli eroi epici di un’epopea di libertà, risultano tutt’altro che positivi, con la loro violenza contro gli indiani. Ma come, i Wu Ming parteggiano allora per i monarchici? Non è proprio così, e porre la questione in termini di fazioni è fuorviante, non perchè il collettivo di scrittori non prenda posizioni, ma perché se proprio vogliamo ascriverli ad una parte, allora essa è quella di chi vuole leggere la Storia in profondità, aldilà dei facili riassuntini rassicuranti e reazionari, intendendola come un intricato intreccio di rapporti di forza, ideali e ragioni economiche che le semplificazioni scolastiche non mostrano. Immergersi in questo materiale significa mostrarne la complessità abbattendo facili etichette (buoni, cattivi, indiani, bianchi, indipendentisti, lealisti…). L’indipendenza dall’Inghilterra, per esempio, comporta la decadenza dei limiti imposti alla colonizzazione dell’America, frutto di un precario accordo tra i rappresentanti del re e gli indiani e porta dunque ad un’oggettiva maggiore tensione tra i due popoli.
Comunque, qualsiasi siano gli ideali che li fanno sorgere, i conflitti nuocciono agli affari: ecco allora spuntare a Londra una terza fazione (capitana da Lord Cavendish) decisa a scendere in campo, per il re o contro non fa differenza, basta che venga tutelato il libero mercato, proprio negli anni in cui Adam Smith ne teorizza la “mano invisibile” che dovrebbe garantire una sua auto-regolamentazione. Come al solito i Wu Ming scavano a fondo nelle contraddizioni della società.

A mano a mano che la loro causa appare sempre più prossima alla sconfitta, i lealisti si fanno più spietati e gli indiani al loro fianco più incontrollabili: la guerra diventa una serie scomposta di azioni efferate, senza alcuna strategia che non sia una disperata e rabbiosa vendetta. Gli Usa sono nati anche qui, tra miseria e crudeltà, evocate dagli autori con echi dall’Olocausto; ed in effetti siamo di fronte ad un altro, più remoto, genocidio. Scenari apocalittici, perché è proprio un mondo, quello indiano, che muore, costretto a lasciare il campo ad una nuova umanità.
ORDINI di GEROGE WASHINGTON
al general maggiore JOHN SULLIVAN
31 maggio 1779

La spedizione di cui vi è stato affidato il comando deve essere diretta contro le tribù ostili delle SEI NAZIONI, compresi i loro sodali e clienti. L’obiettivo immediato è la DISTRUZIONE totale dei loro insediamenti e la cattura del maggior numero di prigionieri di entrambi i sessi e di tutte le età. Sarà essenziale devastare i campi impedendo il raccolto in corso e quelli futuri.
Consiglio e raccomando di insediarsi al centro del territorio indiano con una scorta sufficiente di vettovaglie e munizioni e da lì far partire le spedizioni contro i villaggi all’intorno, dando istruzioni di farlo nel migliore e più efficace dei modi, così che il paese non venga semplicemente saccheggiato, ma DISTRUTTO.
Voi non presterete orecchio a nessun tentativo di pacificazione fino alla devastazione totale di tutti gli insediamenti. La nostra sicurezza futura risiede nella loro incapacità di danneggiarci e nel terrore che la severità della nostra punizione saprà instillare nelle loro menti.
La guerra segna i destini, divide le strade. Gli uomini, con le loro scelte, possono decidere se assecondarne gli orrori o ergersi in nome di valori più forti delle contingenze. In ogni caso, il percorso è irto e pieno di sangue. Manituana non esiste, qui sulla terra straziata eternamente dalla violenza degli uomini sugli uomini; pur non esistendo, però, essa muove le persone, le spinge a lottare, ed anche questo è un processo che non avrà mai fine. Come l’utopia di Galeano, Manituana è lì, all’orizzonte. Un altro passo, il cammino continua. 

Nicola Campostori

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