giovedì 12 maggio 2016

Una variazione moderna sul mito di Amore e Morte


La morte a Venezia
di Thomas Mann
prima edizione 1911

Traduzione di Brunamaria Dal Lago Veneri


Newton Compton Editori 1993

 
6€




Un affermato scrittore tedesco parte alla volta di Venezia in preda ad un raptus improvviso, un desiderio di evasione razionalmente inspiegabile; qui diviene vittima di una passione tanto impetuosa quanto platonica per un pallido adolescente polacco in vacanza con la famiglia. Su questa trama Thomas Mann ha intessuto uno dei suoi più celebri racconti, “La morte a Venezia” (orig. Der Tod in Venedig), in seguito ad un suo reale soggiorno nella città lagunare. Lo spunto non è però l'unico riferimento autobiografico: il protagonista, Gustav von Aschenbach, non è altri che un Mann di una quindicina d'anni più vecchio, che ha incontrato in passato gran favore di pubblico e di critica grazie ad un romanzo storico (progetto cui Mann si era realmente accinto, per poi abbandonarlo) e dietro la cui erudizione, il personale gusto decadente e la profonda cultura classica non si possono non scorgere le ombre della formazione umanistica di Mann. La narrazione risente molto di questa palese identificazione dell'autore con il protagonista al punto che non è affatto fredda e distaccata, ma anzi si ha l'impressione che il primo non faccia altro che parlare di se stesso: il narratore pare separato dal suo personaggio solo dall'artificio della terza persona. Questa suggestione vien meno effettivamente nelle uniche parti in cui i contorni delle figure e dei trascorsi di Aschenbach e Mann non collimano perfettamente – ossia l'inizio e la fine del racconto – come se lo scrittore tedesco avesse voluto sperimentare a spese di un suo personaggio le estreme conseguenze di una travolgente e deleteria passione da lui vissuta in prima persona, ma interrotta nella realtà prima che potesse nuocere.


Tutto il racconto, infatti, ruota intorno ad Aschenbach e ai suoi pensieri, come un vero e proprio studio di carattere, e relativamente poco spazio è dato ad altri personaggi: è come se Mann si fosse posato su una spalla della sua creatura e da lì narri ciò che vede e ascolta; addirittura lo stesso Tadzio, il giovinetto amato, non gode di una propria autonomia narrativa. Al contempo quest'impostazione comporta una certa sterilità nelle relazioni umane e nel momento in cui si concretizza contatto fisico od uno scambio verbale tra Aschenbach ed un'altra persona, l'episodio risulta spesso spiacevole per il protagonista e si può quasi toccare con mano il suo disagio, lui che indugia al contrario molto più volentieri in ampie digressioni rivolte a se stesso, in cui sfoggia una compiaciuta verbosità, sciorinando pensieri, paragoni e ipotesi. Non è un caso, quindi, che il ragazzino che gli appare tanto affascinante e desiderabile, rimanga a debita distanza ed il loro rapporto sia astratto e platonico, un anelito di Aschenbach che non giungerà mai a compimento.

Come già accennato, ogni pagina de “La morte a Venezia” trasuda cultura classica ed è fitta di citazioni, riferimenti e rielaborazioni al mondo e alle parole di Socrate, Platone e degli dei dell'Olimpo. Altrimenti non poteva essere, dato che nell'insieme quel che Mann scrive è un mito moderno, una variazione sul tema di Eros e Thanatos – amore e morte – tanto caro all'antichità classica. I due protagonisti occulti del racconto sono, infatti, Eros, la passione irrazionale ed incontenibile che muove Aschenbach, e Thanatos, la morte. Quest'ultima pur palesandosi solo alla fine, viene evocata in più punti ricorrendo ad episodi allegorici dal sapore classicheggiante: il gondoliere che – novello Caronte – traghetta il protagonista al suo albergo; il succo di melagrana da lui consumato, allusione alla melagrana mangiata da Persefone negli Inferi; Tadzio, che gli sorride ed assurge, alla fine, al ruolo di Ermes psicopompo.

Lo sfondo è una Venezia decadente, dominata dal tanfo putrido della laguna e da un'aria stagnante, che favorirà il diffondersi del colera. La città lagunare non è però solo un luogo fisico, ma anche e soprattutto simbolo della temperie culturale dell'epoca di Mann, che scopriva i limiti di un'asfittica morale borghese e positivista. Ed Aschenbach, alfiere di quest'ultima e vittima di una morte preannunciata, viene infine soffocato – così mi piace pensare – non dalle sue deliranti passioni, ma dal respiro infetto d'una società in declino.


Adriano Morea


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