martedì 3 maggio 2016

Ritratto di Roth da giovane

Lasciar andare
di Philip Roth
Einaudi, 2016

Traduzione di Norman Gobetti

pp. 743
€ 24,00

I sei racconti di Goodbye, Columbus and Five Short Stories, pubblicati nel 1959, furono l’esordio di Philip Roth, ma oggi si può rileggere il suo esordio come romanziere. Lasciar andare, comparso negli Stati Uniti nel 1962, era infatti stato pubblicato in Italia nel 1965 da Bompiani e da allora mai più riproposto. Einaudi lo ha ripubblicato nei Supercoralli con la bella traduzione di Norman Gobetti e ciò che accade nelle 700 pagine del volume conforta e stupisce allo stesso tempo.

Le vicenda potrebbe esser riassunta con una formula che ben si adatta a molti romanzi di Roth: la grandissima, conturbante e stupefacente difficoltà delle relazioni umane. Questa volta ai protagonisti tocca muoversi nel clima dell’America anni ’50, a cavallo tra Iowa, Chicago e New York. Ed è già, come molta della produzione posteriore, una storia corale. Perché la vita di Gabe Wallach, professore universitario piuttosto solo, sconvolto dalla morte della madre e turbato dai doveri di figlio nei confronti del padre, si trova, un po’ per caso e un po’ per disperazione, a collidere con quella di una giovane coppia: Paul Herz, suo collega schivo e imperscrutabile, e sua moglie Libby, nevrotica e vittimista. A complicare il quadro si aggiungono Martha, con la quale Gabe stringe una relazione senza che il motivo sia chiaro neppure a lui stesso (forse amore, forse desiderio di rivalsa per non poter possedere Libby, forse semplice noia), i due figli della donna (una terribile bambina e un indifeso fratello minore), il padre di Gabe, noto dentista newyorchese che decide di risposarsi, e una coppia, Theresa e Harry, la cui carica di ignoranza, follia e cocciutaggine costituirà un problema per gli altri personaggi.
A leggere questo primo romanzo si ha la stessa sensazione che si prova quando si guardano certi video di grandissimi campioni dello sport quand'erano giovani. Si vede, perché è sotto gli occhi, che hanno un talento sopraffino, che sono dei fuoriclasse in grado di compiere gesta che lasceranno di stucco il pubblico. Eppure, nonostante ciò, quasi vien da sorridere a vedere quanto siano ancora ingenui, quanto talvolta si perdano narcisisticamente nel proprio talento (di cui sono già molto consapevoli) e quanta strada ancora gli tocchi fare per giungere a livelli prossimi alla perfezione. 

Lo stesso meccanismo scatta quando si legge questo romanzo. Perché al suo interno ci sono già quasi tutti i temi e le ossessioni che hanno caratterizzato la produzione di quel Roth allora ventinovenne, ma la potenza che la loro trattazione raggiunge nei romanzi successivi è, in questo caso, ancora lontana. Ci sono le speranze e le illusioni degli esseri umani messi in scena, c’è il problema delle proprie radici religiose, che tormenta Paul e Libby, l’infinito tema del rapporto col proprio padre che non cessa di angosciare Gabe e la tragica mancanza di logica nella vita umana che colpisce Martha. La scrittura è già quella di un maestro, ma nonostante ciò vi è solo una piccola traccia della padronanza dello strumento del romanzo e delle sue infinite possibilità che Roth ha dimostrato di saper padroneggiare come pochissimi altri nel secolo passato (basti pensare ai guanti di Lou Levov o a Lester Farley che combatte i suoi fantasmi in un ristorante cinese). Il romanzo è dunque niente di più che il prolisso, promettente ma poco entusiasmante esordio di uno scrittore che, pochi anni dopo, avrebbe consegnato alla letteratura grandissime pagine.



Salvatore Renna

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