mercoledì 27 aprile 2016

Forme uniche della continuità dello spazio: «La sumera» di Valentino Zeichen

La sumera
di Valentino Zeichen
Fazi editore, 2015

pp. 155
euro 16.00 (cartaceo)
euro 9.99 (ebook)

La sumera di Valentino Zeichen è il racconto di un miracolo laico, artistico e antico che si rinnova in un oggi perpetuo, percorrendo il tragico mediante scorciatoie ironiche. Una storia che è stata si aggira tra i ricordi contemporanei, pullulanti sia di tempo passato sia di vita. Se il margine spaziale è il centro temporale, ne consegue un flusso indistinto fra nostalgie irrisolte e fallimenti risolti nel disastro.
Non si può leggere La sumera dimenticando chi è l’autore: Valentino Zeichen è uomo di poesia, toccato dalla grazia del ritmo e della musicalità.
Una melodia si interseca nella prosa dell’opera, quasi come in una danza magico-rituale mitica: e si sa, il mito imperfetto del Novecento, scevro di corona e regno, si può incontrare ovunque e sempre.

Ne La sumera la poesia si triplica: non una voce, ma tre persone che gravitano intorno a figure retoriche, a misure metriche inusitate. Nascondere un metro nella prosa è tipico dei grandi: si pensi alle ottave di Alberto Savinio o ai novenari (ed endecasillabi) di Dino Buzzati, solo per citarne due.
Eppure Zeichen fa qualcosa in più, tentando un esperimento possibile solo nell’oggi. Mescolando il passato alla nostalgia del presente, crea continui cortocircuiti che si placano nella fermezza marmorea di una prosa impassibile che, alla Moravia, si astrae dal contenuto. Indifferenza della forma rispetto alla materia: eppure la mano è la medesima. Ma in alcun punto si avverte la scissione: forse perché essa è troppo presente. È questa incrinatura continua che dà vita alla tensione narrativa, sempre in climax, sempre in agguato, pronta a esplodere in qualsiasi varco lasciato, manieristicamente, aperto sul vuoto.
Un romanzo che seduce: fattura che, in questa misura, è possibile solo all’interno dell’accadimento poetico, inteso, però, come esperienza fenomenologica.
Rerum volgarium fragmenta intitola Petrarca il suo Canzoniere. Rerum volgarium fragmenta potrebbe dire Zeichen de La sumera. Laddove volgarium andrebbe a colorarsi di una sfumatura tutta nuova, tutta zeicheniana. Ovvero quella di una noiosa quotidianità, vissuta tra le quinte della Galleria d’Arte moderna e quelle di via Flaminia.

Le gesta dei tre moschettieri che vivono immortali,
trasvolando di fantasia in fantasia nelle serie di generazioni.
Chi avesse in mente di suggerire al loro orecchio il da farsi,
o indagasse sul movente di quell’avventuroso agire,
non otterrebbe risposta, dovendo essi mantenere segreti i
pensieri ed esplicite solo le azioni.

Zeichen con la sua prosa mette al centro quello che nella poesia è versificato: esplicita, cioè, le azioni dell’io, uno e trino, e cela i segreti dietro una distanza calibrata (una e trina).
Sfaccettare la prima persona permette la tridimensionalità: essa è una sperimentazione tutta moderna, come lo scrivere un romanzo multifocale e nostalgico nel presente. E non è un caso che Zeichen, per la prima volta, spalanca l’arte e la penna  a entrambe, contemporaneamente.
Convenne con se stesso che in genere aborriamo le novità perché gli strumenti per misurare i giudizi sono antiquati e quelli nuovi presto obsoleti, perché comprati ratealmente.
L’autore de La sumera non aborrisce la novità, anzi la guarda in faccia dalla marmorea convinzione che deriva dall’essere de facto e di diritto nel canone. In questo modo si può permettere di non comprare nulla a rate, ma con un solo colpo di penna, quella consacrazione tutta prosastica, eppure intessuta e impregnata del sapore della poesia.
Zeichen può mettere il proprio cappello su una generazione che ha perso l’incanto, perché ha ripetutamente scoperchiato il vaso di Pandora: il cielo terso è continuamente squarciato e continuamente ricostruito nella perfezione rarefatta di un tempo che fu e non è.
Romanzo del vacuo e del fallace, La sumera mette in scena le angosce e i desideri, le nostalgie e le delusioni. Nessuna pillola è indorata, anzi, inasprita pagina dopo pagina: sfogliando l’opera si perde persino l’incanto magico della scrittura, sovrastata da una sensazione di strappo irreparabile.
Come Lucio Fontana, anche Zeichen metaforizza la rottura e la penetrazione: quello strappo è un tentativo di restituire una forma umana, facendo rivivere le monadi assolute che si stagliano sullo sfondo.
Ogni taglio, avendo in sé un movimento in avanti e uno all’indietro, in direzioni ostinate e contrarie, svuota, lacerandoli, convinzioni, ricordi, vissuti, amicizie, per creare un circolo di moto virtuoso e ininterrotto, in un senso e in quello opposto.
Zeichen dà evidenza plastica alle oscillazioni – dentro/fuori, sì/no – contraddittorie e dinamiche, eternamente votate al fallimento, ma eternamente nel flusso, con la medesima forza che si sprigiona dal buio quando si è abbagliati dalla luce, e dalla luce quando si è travolti dal buio.
Come le forme uniche della continuità di Umberto Boccioni, La sumera si apre al movimento interiore ed esteriore, ma lo fissa in un attimo eterno. Quello dell’arte.
È l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è alla base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuola capire. Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao… [Lucio Fontana]

Ilaria Batassa


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