mercoledì 6 aprile 2016

Un Fervore tra eccesso ed espressione

Fervore
di Emanuele Tonon
Mondadori, 2016

€ 17 (cartaceo)
pp. 106




Non fatevi ingannare dalla dicitura “romanzo” che campeggia sulla copertina di Fervore, perché di davvero romanzesco, l’ultimo libro di Tonon, ha poco: è più una raccolta cronologica di riflessioni narrative, di suggestioni, su un anno di noviziato. L’esperienza monastica è ben presente nella biografia di Tonon, che ha passato circa sette anni con l’abito francescano e dopo di essi, per una crisi vocazionale, è tornato alla vita laica. Tuttavia, anche se l’esperienza autobiografica è sicuramente fondamentale, sembra che il narratore voglia scacciare ogni possibilità di confusione tra lui e il personaggio narrato, e i metodi sono diversi: l’uso delle persone verbali, un tono elevato e una strumentazione retorica esibita. L’autore parla ad un tu o ad un noi, raramente ad un loro e la terza persona singolare è sempre ben delimitata da un nome specifico: l’io sembra sfuggire nel ricordo o forse nascosto per un processo di rimozione o negazione. Parlo di questi meccanismi psichici perché in un testo in cui si alternano, in maniera alle volte vorticosa, tutti i pronomi, l’unico che manca è proprio l’io.
Questo fatto linguistico non può essere scevro di risvolti: chi scrive sembra lontano da quell’esperienza e non in una distanza quietata e composta, ma ancora viva e bruciante. Eppure tutto ciò è fatto consapevolmente, come l’uso insistito di figure retoriche della ripetizione, l’anafora su tutte (già tipiche dello stile di Tonon ma qui ad un livello parossistico), e di quelle di posizione – anche se più rare – e l’aggiunta di enumerazioni in alcuni casi dettagliate e piuttosto lunghe. Se a questa struttura aggiungiamo anche l’uso di un tono vagamente vetero-testamentario, certo coerente con il tema, ma che fa rasentare l’eccesso, si viene a delineare una formulazione che si vorrebbe intensa, ma che rischia di smorzarsi in una retorica dell’intensità, un’idealizzazione di essa. Tonon sembra esprimere, insomma, una volontà, uno sforzo, verso una pienezza di sentimenti perduta che si vorrebbe vanamente riconquistare o sostituire con la lingua letteraria, ma con un’impalcatura a vivo – impossibile da non notare – che forse trasforma tutta l’operazione in una antica maschera teatrale.
Gli episodi che ci vengono mostrati rifratti sono quelli di una quotidianità ben scandita, che nella memoria assumono dimensioni fantastiche: le polluzioni notturne, le orazioni, le letture in biblioteca. Ogni aspetto si innalza e si illumina e le coordinate mutano di consistenza: il tempo perde linearità confondendosi con il sogno, il gioco e le fantasticherie religiose, mentre la consequenzialità e la causalità perdono di valore; di contro lo spazio diventa compresso nelle mura del convento di Renacavata, nel suo Giardino (maiuscolo nel testo), nella cella e nei luoghi di preghiera. Questi aspetti contribuiscono a rendere l’opera verticale: l’attimo è eternato, la felicità resa unica e impareggiabile. Un misticismo ora infranto, ma che si continua a ricordare e rimpiangere e rifiutare ciclicamente come in un labirinto lirico.
Fervore è un’opera squilibrata, ma breve e densa, costituita di frammenti che la rendono leggibile come un breviario notturno e che le evitano un eccesso di pesantezza. L’ultimo libro di Tonon, dunque, è apprezzabile, imperfetto e originale perché testimonia un impegno formale raro verso l’espressione – e non solo il racconto – di una parte di sé.

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