venerdì 8 aprile 2016

#CriticaNera - Un'indagine esistenziale: "Strane lealtà" di William McIlvanney

Strane lealtà 
di William McIlvanney
Feltrinelli, Milano 2016

Traduzione italiana di Alfredo Colitto

pp. 330
€ 17,00

Ho partecipato a processi in cui ero stato io ad arrestare l'accusato, eppure a un certo punto volevo alzarmi e parlare in sua difesa.
Il detective Jack Laidlaw è sempre stato un uomo pieno di dubbi. All'inizio di questo romanzo, però, lo troviamo immerso in una crisi senza precedenti: che senso ha il suo lavoro? Cosa vuol dire “giustizia” in un mondo in cui il crimine non è tanto “personale” quanto “istituzionale”? Può un poliziotto che crede che la Legge sia aliena alla vita dei poveri cristi continuare a fare il suo mestiere? Se poi ci aggiungiamo che il peso degli anni comincia a farsi sentire e che il suo carattere comincia a collidere con quello di Jan, la donna con la quale ha legato dopo essersi separato dalla moglie, il quadro è completo. A scatenare i più cupi pensieri di Jack è stata innanzitutto la morte di suo fratello Scott, investito da un'auto in quello che sembra un normale incidente ma che Laidlaw, devastato dal dolore, si rifiuta di riconoscere come tale. 
 Se neanche il decesso di Scott ha un senso, allora è la vita intera ad esser priva di significato. Per un idealista come Laidlaw sarebbe inaccettabile; egli lotterà quindi con tutte le sue forze contro questo pensiero nichilista, prendendosi una settimana di ferie per investigare in maniera privata e non ufficiale sull'incidente del fratello, applicando il suo metodo d'indagine e la sua filosofia anche a questa vicenda: se, come abbiamo appreso nei libri precedenti, Laidlaw è convinto che ogni delitto sia soltanto il risultato ultimo di una serie di circostanze (sociali e politiche, prima ancora che di scelte personali) che se non lo giustificano almeno lo spiegano in parte (una visione chiaramente connotata in senso marxista, ma emendata dagli eccessi grazie ad un amore autentico per le persone), allora anche la morte di Scott avrà le sue cause al di là di come si sono svolti i fatti. Suo fratello è sempre stata un'anima fragile: “A volte ho nostalgia di cose successe mezz'ora fa”, “Più invecchio, meno certezze ho”. Cosa ha portato la sua vita a quel punto cieco? Quando si è innescato il meccanismo che lo ha condotto a morire così? Quali sono i fattori che hanno contribuito a questo esito?
Ma la colpa, pensavo assurdamente, non era soltanto mia. In quello ero sempre stato generoso. Praticamente in tutti i casi sui quali avevo indagato, avevo voluto implicare il maggior numero possibile di persone, compreso me stesso. Il mio tribunale ideale avrebbe potuto ospitare tutta la popolazione del mondo. Avremmo tutti presentato la nostra testimonianza, avremmo raccontato le nostre storie tristi, poi ci sarebbe stato un proscioglimento di massa e saremmo andati via, liberi di riprovarci (ma non andate a raccontare al comandante della Squadra Omicidi che ho detto una cosa del genere).
Girovagando tra i paesini attorno a Glasgow (dove è ambientata tutta la trilogia, che oltre a questo volume comprende Come cerchi nell'acqua e Il caso Tony Veitch) e Edimburgo, Jack incontra i conoscenti del fratello, chi gli era vicino negli ultimi giorni, alla ricerca di una risposta per una domanda che sembra non averne nessuna. Un viaggio che lo porterà nel passato di Scott, quando il fratello era giovane e condivideva casa con altri tre studenti i cui destini tocca ora a Jack rintracciare, ma che lo avvicinerà anche a piccoli spacciatori e boss locali che in qualche oscura maniera hanno incrociato la vita di Scott. Per puro caso Laidlaw sembra davvero trovare qualcosa di misterioso sul fratello, che negli ultimi tempi pareva piombato in una crisi profonda tanto quella del detective: eccessi rabbia insoliti per il suo temperamento, un'amante ed una frase indecifrabile detta in una delle ultime chiacchierate al pub, “L'uomo in giacca verde è morto di nuovo”.

Si delinea così un poliziesco particolare: non tanto un giallo metafisico alla Dürrenmatt, quanto un'investigazione esistenziale, un'indagine sull'uccisione dell'idealismo in cui il colpevole è la vita.
Ma se un delitto ha un movente chiaro e un autore preciso la cui scoperta rassicura perché si giunge ad una spiegazione esaustiva, l'esistenza di una persona è invece terribilmente più complicata e nemmeno il più abile dei detective può risolverla definitivamente. Se il noir è più congeniale alla nostra contemporaneità rispetto al giallo proprio perché non offre soluzioni facili né ci illude che si possa restaurare un fantomatico ordine provvisoriamente rotto da un omicidio, questo romanzo di McIlvanney mette in evidenza proprio il rapporto tra la complessità del genere noir e la visione postmoderna dell'esistenza, fatta di dubbi che possono (devono) essere indagati ma mai sciolti.
L'autore scozzese, recentemente scomparso, si riconferma un grande della letteratura, con la sua capacità di scolpire frasi memorabili che vanno dritto al cuore della sua poetica sociale ed esistenzialista, sofferta ma anche piena di umorismo, che dipinge un'umanità affannata, i cui sforzi per la dignità assumono i tratti di una bellezza malinconica. Nella sua prosa, ricca di similitudini originali ed efficaci, le interiorità delle persone sono luoghi abitabili, acquistano una dimensione spaziale, accogliente o desolata, territori da scoprire o posti da riconoscere. Il suo protagonista è un uomo fragile, che sbaglia ma che è anche totalmente onesto con se stesso e che porterà avanti le proprie ossessive convinzioni fino al punto di mettere in pericolo tutto il resto. D'altronde la vita è proprio una questione di lealtà: ognuno sceglie a cosa restare fedele, se agli ideali della gioventù o alle piccole ipocrisie quotidiane delle quali ci serviamo per conservare le apparenze dello status e della sicurezza che abbiamo raggiunto sacrificando altri valori. Per quanto lo riguarda, Laidlaw ha deciso di onorare la verità e di rispettare l'umanità che ci affanniamo così tanto a nascondere.

Nel ricordo Jack vede il fratello minore simile a se stesso; ma se l'idealismo del detective ha col tempo imparato “alcune regole di sopravvivenza”, quello di Scott è rimasto “totalmente vulnerabile”. E' l'altra faccia dell'idealismo determinato “che non impara dall’esperienza” di cui McIlvanney parlava ne Il caso Tony Veitch: se nel secondo libro della trilogia esso veniva definito una delle “porcherie principali della vita” e se ne sottolineava il carattere astratto, che non riesce mai a confrontarsi con la realtà e diventa quindi una fede assoluta e fanatica, nel caso di Scott rappresenta sempre un'impasse ma dai contorni più positivi: l'incapacità di convivere col mondo derivante dal non volersi rassegnare alla sua meschinità. Pur guardando il fratello con benevolenza proprio per questa sua indole, Jack marca ancora una volta la sua differenza, stagliandosi come un vero eroe tragico della modernità: come tutte le vere ricerche, anche quella di Laidlaw lo condurrà infatti a scoprire qualcosa di sé, e non sarà una piacevole rivelazione. La conoscenza può essere insopportabile (si cita esplicitamente Edipo), la verità uno specchio deformante. E' così per tutti i personaggi, perché questo destino è comune ad ogni uomo. Alcuni fingono di ignorarlo, altri si adeguano anche troppo facilmente. I migliori ingaggiano una lotta senza fine. La sfida magnifica cui Jack Laidlaw non si sottrae è proprio questa: in mezzo al dolore, all'ingiustizia, all'insensatezza e alle tenebre dei nostri cuori, provare comunque a vivere.

Nicola Campostori

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