domenica 3 aprile 2016

#PilloleDiAutore - “Nessuno ti ha detto quando correre, ti sei perso il segnale di partenza”*



Tu non lo sai da dove vengo
Di Francesco Randazzo

Meridiano Zero Editore, 2015
pp. 76
8,50€ (cartaceo)

Dei libri che raccontano di viaggi on the road sono due gli aspetti che hanno sempre affascinato i lettori di ogni epoca: gli scrittori della beat generation, prima, e molti altri dopo di loro, poi, non hanno compiuto un viaggio unicamente alla scoperta di luoghi poco battuti o inesplorati; il viaggio più importante che emerge dalle loro pagine è quello che i naviganti compiono dentro di loro, alla scoperta di quei reconditi recessi dell’anima e della coscienza che spesso passano inosservati e che emergono unicamente in occasioni di eccezionalità e di distacco.
Viaggio – scoperta. Un binomio quasi perfetto, per un’amante dei viaggi come me, affetta dal gene DRD4-7r. Eppure On the road di Jack Kerouac è uno di quei pochi testi che nel corso della mia vita di lettrice non sono mai riuscita a concludere; per questo motivo e per le parole del sottotitolo: “Un romanzo on the road per le strade di una Catania aspra e rurale”, prendendo in mano il testo di Francesco Randazzo lo scetticismo in me era alto. L’espressione “On the road” accanto alla parola “Catania” ha le sembianze di un ossimoro: da catanese doc la prima immagine delle strade della mia città che mi viene in mente è quella di un labirinto inestricabile di traffico e anarchia, non di certo la mitica Route 66 statunitense.

Iniziando la lettura mi ricredo sin dalle prime pagine. Tu non lo sai da dove vengo spiazza con forza per la sua capacità di risucchiarti in un vortice di lettura incalzante e ritmato dai pensieri del protagonista e dalle frasi sconnesse del vecchio che l’accompagna, entrambe scandite da un mantra ossessivo: Via Canfora 91. Via canfora, un indirizzo che conosco così bene da rimanere basita di fronte all’incapacità del protagonista di accompagnare il suo anziano compagno alla meta che questo gli ha richiesto. Una foga incalzante, dicevo, di matrice tutta siciliana: è la foga delle voci al mercato del pesce in via Gisira dietro l’acqua o linzolo, delle anziane della civita che stendendo i panni da un balcone all’altro gridando le ricette della giornata, delle nonne che alla domenica a pranzo ti inseguono durante il pasto rincorrendo una portata dopo l’altra pur di non lasciarti il tempo di respirare, delle giornate infernali di luglio quando la calura ancestrale non lascia nessuno scampo, quasi che ‘a muntagna abbia deciso di alitare senza fine su tutta la terra circostante la sua incandescente interiorità. Una foga, quella restituita da Francesco Randazzo, che si nutre non di parole, che tuttavia costituiscono il testo, ma di sensazioni, come se il contenuto travalicasse la dimensione tipica della letteratura e diventasse tangibile, concreto: l’odore nauseabondo del vecchio piscione ti rimane attaccato alle narici, i clacson impazziti della circonvallazione stordiscono senza pietà le tue orecchie, il sapore dell’arancino al sugo divorato dal vecchio ti impasta la bocca, il sole accecante della bruma pomeridiana ti affatica agli occhi, la brezza notturna del lungomare ti fa venire la pelle d’oca. Si entra in comunione con il protagonista della storia sebbene di lui non si sappia nulla, non si sappia dove stia andando o cosa stia facendo della sua vita.
Foto di @la_effesenza

Ma forse non importa.

Perché se è vero che sono catanese e che in ogni dettaglio di Tu non la sai dove vengo ho rivissuto il luogo materno che nel suo grembo di follia e contraddittorietà ha forgiato la mia essenza, facendo ricordare (a me sì) da dove vengo, è vero anche che chiunque avrebbe provato la medesima nostalgia durante la lettura. Quando si tratta di restituire in maniera così vivida e realistica una dimensione di ancestrale attaccamento, non importa essere originario di Locarno, Monopoli o Anghiari e non conoscere l’Hotel del lungomare con la sua piattaforma sulla scogliera o la strada tortuosa che conduce sull’Etna: chiunque possiede dei luoghi del cuore capirà cosa ho provato io durante la lettura.

Tu non lo sai da dove vengo è un sogno e come i sogni possiede infinite contraddizioni ed iperbati; come un sogno lascia alla sua conclusione un buco nello stomaco fatto di incertezza e insicurezza: ti svegli e non sai come sia possibile aver vissuto in quella dimensione dove tutto sembrava vero ma in cui sapevi che nulla aveva possibilità di realizzarsi. Coerente alla dimensione onirica è il linguaggio: franto, in un’altalena tra il turpiloquio, l’aulico e il colloquiale, senza stacchi né virgolettati, come un copione che racconta di un terra in un modo spiazzante e contraddittorio.

Foto di @la_effesenza

L’unico modo possibile con cui poter raccontare Catania.
Che sia maledetta l’Azione Cattolica e quegli anni d’idiozia adolescenziale passati in parrocchia a fare volontariato e a innamorarmi di ragazzine buttanelle che pomiciavano con tutti tranne che con me, che sia maledetto questo cuore di marmellata che c’ho e m’impietosisco sempre quando dovrei farmi i sacrosanti stracazzi miei e tirare dritto, che sia maledetto questo mio spirito di sinistra buonista e socializzante, con la coscienza civile che mi sprizza fuori da tutti i pori e bagna tutti gli sfigati che mi stanno intorno, che poi si vengono a strusciare sopra di me come a un santo fesso che li deve accontentare, quando a me con tutti i problemi che c’ho a sfangarmi la vita in questo mondo di merda, in questa Italia di merda, nessuno mi si caga di pezza, mai!
Io non vedrò la loro morte, ma loro, loro, non s’avvicineranno mai alla densità della mia vita.
Il primo respiro libero dal fumo è ansioso, quasi stupito della propria permanenza, spaurito e affannoso come quello di un subacqueo che riemerge frettolosamente col rischio dell’embolo. L’hai scampata? No! alla prossima: no! A quando? Eppure sai che lo rifarai. Perché così è vivere, così è morire. Tutto è un rischio, tutto un suicidio rimandato e atteso. In ogni caso morire è dovuto. Vivere un dono e un fardello.
C’è qualcosa di strano, di molto particolare in questa città quando si fa sera e scende il buio. Tutto si fa nero. Non scuro, non buio. Di più. È come se il colore nero fosse una sorgente di ruvido impasto che avvolge tutte le cose, persino l’aria. Non è cupo, non proprio, non mette allegria, è vero, ma non è qualcosa di luttuoso o menagramo, no. Il nero ha molte gradazioni e livelli di sfumature, dal caldo opaco delle pietre laviche dei palazzi barocchi del centro a quello freddo e lucido dell’asfalto delle periferie di Barriera o Picanello. Il nero della circonvallazione è umido o sabbioso a seconda delle stagioni. Il nero della cittadella universitaria è molecolare, quasi atomico. Il nero del mare, visto dalla strada che porta a Ognina, qui, è pulsante, minaccioso come il canto di una sirena, quello visto dal Porto commerciale è un nero limaccioso, che invischia l’occhio nel sonno o in una fosca libidine sensoriale.
Questa non è la città dei Gattopardi accasciati, cinici e malinconici, ma quella dei Viceré, cinici anche loro ma agguerriti, schiavi del piacere e del vizio, melliflui e goduriosi, sempre attanagliati dall’ansia vitalistica che li distrae dal pensiero della morte e del giudizio. Qui si generano mostri o grandi artisti che fuggono. E quando tornano, se tornano, si bruciano e si spengono. Nulla è puro qui. Forse i bambini, ma per poco, per troppo poco. Tutto si corrompe. Tutto.
È l’ambizione del siculo arraffone e ignorante, quella di appellarsi a ciò che è milaneggiante, inglesizzato, francioso, teutonico, yankee e quant’altro. […] perché dà senso e forza a quello sforzo immane del siciliano che tenta di somigliare a quelli del continente, qualunque continente, mascherando la vergogna di un complesso d’inferiorità collettivo che cozza contro un’esasperata autostima individuale. 
Salvo poi, quando qualcuno se ne va a vivere lontano e da lì, altrove, si sente sicilianissimo, perché un siciliano fuori dalla Sicilia è qualcuno. Che psicologia di merda, che antropologia di minchia c’abbiamo.
Non è cambiato granché, dico. No. Mi dice. È cambiato tutto. Ma noi siamo rimasti indietro.


*Traduzione dalla canzone “Time” dei Pink Floyd.

Federica Privitera

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