venerdì 22 aprile 2016

#CriticaNera - Nic Pizzolatto, "Galveston"

Galveston
di Nic Pizzolatto 
Mondadori, 2014
traduzione italiana di G.M. Brescia

pp. 266



Immaginate un picchiatore di professione, al soldo di un boss della malavita di NOLA (sarebbe New Orleans Louisiana, noi del posto ci esprimiamo così) che scopre di avere un cancro, sopravvive a un agguato massacrando tre avversari e scappa con una giovanissima prostituta, anche lei scampata alla carneficina. Bene, il Nostro, dopo un'iniziale progetto di scaricare la bella biondina e di proseguire la sua fuga verso l'oblio in solitaria, si lascia convincere ad accollarsi non solo la ragazza ma addirittura la di lei sorellina, rifugiandosi in un motel oltre la zona del Golden Triangle (è il Texas sudorientale, noi di Galveston lo chiamiamo così) e spacciandosi per lo zio delle ragazze.

Fin qui nulla di strano, no? È risaputo che, come ogni manovale della criminalità organizzata, in particolare quelli dediti a pestare senza pietà chiunque gli venga indicato dal boss (noi diciamo "to whack the shit out of 'em", perché siamo davvero cattivi), anche il buon - si fa per dire - Roy Cady ha in fondo il cuore tenero e soprattutto un rigore etico-morale che gli impedisce di approfittare della disponibilità professionale espressa, in maniera abbastanza evidente, dalla compagna di viaggio. Inoltre il lettore scoprirà già dalle prime pagine, grazie alla narrazione in prima persona in forma di racconto a distanza di vent'anni, che il Nostro è un vero macho sul cui fisico possente il cancro scivola via come acqua di un ruscello delle Ozark Mountains (noi Hillbillies, oh insomma, basta).


Perché tutto questo sarcasmo? Mah, forse perché dallo sceneggiatore di quel capolavoro che è True Detective mi sarei aspettato qualcosa di più, nel senso che gli aspetti descritti sopra stridono terribilmente con una narrazione superlativa, fatta di incursioni nella psiche e nel vissuto dei personaggi, di dialoghi stringati e laconici, di descrizioni minuziose ed efficaci di persone, situazioni e ambienti, dalla roulotte dove il nostro Roy passa il tempo fumando e riempiendosi di birra e ritagliando figure antropomorfe dalle lattine (fan di True Detective, si è accesa la lampadina?) al motel-rifugio sulla spiaggia e alla fauna più o meno ripugnante che lo popola. Il mondo narrato in Galveston è l'America fatiscente e crudele eppure incredibilmente solenne degli ambienti malavitosi e della marcescente periferia popolata da bianchi poveri, ignoranti, arrabbiati, violenti e incestuosi, dove tutto è degrado e dove ogni solidarietà umana è bandita perché ognuno ha già la propria croce da portare. Roy Cady racconta questo mondo e anche se stesso in modo onesto e senza sconti, non nascondendo nulla di un passato da cui tenta inutilmente di ricavare qualche ricordo positivo che compensi una vita buttata via, tra abbrutimento alcolico e brutalità su commissione come valvola di sfogo e unica forma comunicativa.


E poi l'orrore, la violenza, il sangue e tutto il resto. Ecco, in questo Pizzolatto è davvero grande; violenza e paura pervadono tutto il romanzo, che inaspettatamente ha un'impennata verso un climax agghiacciante, difficile da descrivere proprio perché realistico e volutamente sgradevole. Qui non c'è sarcasmo che tenga, il narratore ci infila in una galleria degli orrori in cui ciò che più angoscia è il ricordo vivido di una situazione senza via d'uscita, in balìa di aguzzini determinati a trovare e superare il limite di sopportazione, quel punto di rottura oltre il quale la devastazione del fisico e della psiche sarà un ulteriore fardello di cui farsi carico per gli anni a venire.
Di più: la narrazione degli eventi fatta dal protagonista diretto, senza reticenze né tentativi autoassolutori o giustificatori, si rivela la chiave per dipingere scene dall'icasticità esasperata. 

Quello che non convince, però, è la "doppia personalità" del protagonista, che da un momento all'altro passa dall'essere un mero strumento di violenza in mano ad altri a un comune essere umano sensibile e responsabile, soprattutto consapevole della propria fragilità. Galveston appare così un'occasione un po' sprecata. L'antitesi fastidiosa fra il personaggio principale, negativo ma solo a tratti, e il realismo magistrale diffuso in tutto il romanzo macchia una storia con un intreccio solido e una narrazione di prim'ordine, che forse una maggior dose di coraggio avrebbe reso eccezionale.

Stefano Crivelli

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