venerdì 29 aprile 2016

Massimo Recalcati, "L'ora di lezione"


L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento
di Massimo Recalcati
Torino, Einaudi, ‘Super Et’, 2014

pp.151,
euro 14,00





La crisi della scuola è un sintomo e un’espressione di una crisi più vasta e pervicace, che riguarda strutture e modelli di pensiero, la realtà concreta degli istituti e quella astratta dell’insegnamento, la conoscenza e l’epistemologia, il confronto con la modernità e la necessità ineludibile della tradizione, il valore del modello originale e le proficue innovazioni che non possono essere trascurate. Come perno della società, dalla Rivoluzione Francese agli anni Sessanta del Novecento, da quando cioè gli stati moderni avocarono a sé l’intero settore per renderlo, assieme alla caserma e alla chiesa, chiave di volta nella formazione del cittadino-soldato cardine della ideologia della nazione, la scuola è sempre stata ambita e bramata da oligarchie e politici, storico argomento di innumerevoli riforme e tentate rivoluzioni.

Di certo, cadendo apparentemente le ragioni della necessità scolastica – la formazione cioè di un tessuto comune, culturale, per poter difendersi da chi premeva, fuori dai confini, con altre culture e idee e valori ecc. – nella stanca Europa prima, nell’infiacchito Occidente poi, la scuola è entrata in crisi, una crisi terminale per certi versi, cronica per altri. I problemi sono innumerevoli e riguardano, appunto, tanto la scuola come istituto che la scuola come istituzione: lo stato non vuole rinunciare all’istruzione statale, pur non essendoci più né una sua implicita ragionevole necessità, né una sua evidente utilità (economica). Parificare, convenzionare e privatizzare le strutture (senza sganciare la struttura scolastica privata da programmi coordinati a livello nazionale e omogeneo) è proficuo, e farebbe risparmiare miliardi, allo stato, oramai è chiaro. Ma alcune parole (privatizzare, profitto, proficuo) in un paese dominato da un socialismo più che strisciante quantomeno dagli anni Venti del secolo scorso ad oggi, non si possono ancora quasi pronunciare. E si va avanti sprecando, dissipando, rovinando, facendo della scuola un debole corpo privo di nerbo, ostaggio delle mode ideologiche del momento.

Ma se per gli istituti il problema, economico, è grave, e anch’esso presuppone un problema di pensiero (capire cioè che privatizzare non significa né svilire, né discriminare, né rinunciare alla funzione formativa, ma anzi significa creare l’opportunità per rivalutarla, riqualificarla), per l’istituzione scuola il discorso è più spesso e profondo: la crisi dell’istituzione scuola così come essa prese forma e si rafforzò dall’Ottocento agli anni Sessanta è intrecciata con la crisi di alcuni modelli, alcune istituzioni che con la modernità, anzi la contemporaneità, sono entrate in crisi. Anzitutto, la figura del padre. Quindi, l’istituzione della famiglia. Infine, quella dello stato e della società, istituzioni in crisi come ovvia espressione della crisi delle prime. La crisi del padre, della figura paterna nella contemporaneità è uno dei principali temi di questi anni, con affascinante lucidità affrontato anche dallo stesso Recalcati (Cosa resta del padre?, Milano, Cortina, 2011).

Sulla crisi della società contemporanea, cioè sul crepuscolo di un certo tipo di società, soprattutto dagli anni Ottanta in avanti, e sulla prefigurazione di una nuova società con altri modelli, strutture, riferimenti, istituzioni e valori, ci si interroga, appunto, da almeno trent’anni, spaziando lungo tutto l’arco delle attività umane (dalla letteratura alla sociologia, dall’informatica alla filosofia). È partendo da questa crisi, da una situazione cioè di sostanziale e progressiva ridefinizione dei rapporti tra uomini e istituzioni, tra uomini e valori, in una dolorosa quanto difficile ricostruzione delle priorità dell’individuo e della società (diviso tra il mantenere intatti alcuni inattuali modelli e sistemi e il fare tabula rasa per affrontare un nuovo mondo con nuovi modelli con esso nati e non ad esso precedenti) che si situa il dibattito sulla scuola.
Negli ultimi anni, hanno proliferato testimonianze sul problema scolastico date dall’interno, dalle aule, da chi la scuola la vive quotidianamente, come professore: tra tutti, ricordo Marco Lodoli, mediocre e apologetico nel suo Il rosso e il blu (Einaudi, 2009) e Paola Mastrocola, più incisiva e intelligente in Togliamo il disturbo (Guanda, 2011).

Al di là delle rimostranze e delle lamentele, delle commiserazioni e delle rassegnazioni, colpisce la difficoltà nel proporre soluzioni complessive, che affrontino il problema dei programmi e quello degli istituti con voce chiara e diritta, ferma. Insomma, quarant’anni di pensiero debole o postmoderno sembrano aver condotto l’atto di riflettere sulla scuola (ma su qualunque tema, in realtà) al punto di non ritorno di una sua necessaria inapplicabilità, pena l’accusa di un suo implicito totalitarismo. Come dire: ci si lamenti; si proponga, chi può, piccoli accorgimenti, qualche modifica; si racconti, nel proprio piccolo, il proprio buon esempio; ma qualora si tentasse di indicare una via, allora guai a voi, totalitari che volete vampirizzare la scuola e sottometterla a chissà quale pensiero. Insomma, quanto poco coraggio, oggi, nella nostra politica, nella nostra (ho i brividi a scriverlo, con le sue sopite implicazioni gramsciane) “società civile”: coraggiosi abbastanza per lamentarsi, pavidi il giusto per rintanarsi nella ridotta della rassegnazione.

Insomma, il groviglio è tale che muoversi è diventato impossibile, quindi nessuno si muova. Perciò, nessuno si muove, giacché ognuno nel groviglio ha trovato la propria nicchia di autorevole, arrendevole, profetica e autocompiaciuta – ma sofferta e partecipata – indifferente superiorità.
In questa prospettiva, il libro di Recalcati offre un piacevole diversivo.
Affascinante e accattivante nella prosa, brillante nella trattazione, Recalcati seduce, ottimo sacerdote della psicanalisi, religione della seduzione per eccellenza, descrivendo la crisi della scuola come una crisi, psicanaliticamente intesa, di modelli. Qui è la sua grande intuizione, quella che regge l’intero libro. 

Secondo Recalcati, la scuola ha vissuto due fasi nella storia, che corrispondono a due modelli e a due miti antinomici e contrapposti. Ad una “Scuola di Edipo”, la scuola come fu fino agli anni Sessanta del XX Secolo, dove il magistero non era in discussione giacché il magistero incarnava l’autorevolezza e l’autorevolezza incarnava il magistero (per cui non si discuteva l’autorevolezza del professore, giacché non era in discussione la sua posizione, la legittimità della sua posizione, né quindi la sua autorità era sfidata) è seguita una “Scuola di Narciso”, dove l’asse è stato spostato dalla cattedra ai banchi e il ragazzo, perno dell’istruzione, è diventato il centro dell’attenzione, autorizzando una serie di scadimenti e decadenze, del magistero e dell’istituto.
Recalcati riconduce con intelligenza la scomparsa del primo tipo di scuola alla scomparsa della figura paterna nei suoi tratti originari e “classici” e la comparsa della scuola di Narciso con una fase, questa contemporanea, di assenza o vacanza del padre (della figura autorevole e dell’autorità). Di qui, la necessità di superare questa fase di confusione e ridefinizione, per approdare ad una affascinante e struggente “Scuola di Telemaco”, una scuola del “ritorno del padre”, ove però questi non tragga autorità dal fatto di essere padre – giacché ciò non è più possibile, tramontando la possibilità di trarre autorevolezza dal magistero come tale, dalla cattedra in quanto cattedra – bensì legittimando ogni volta, in ogni lezione, ad ogni incontro, la necessità del suo essere insegnante, del suo porsi in posizione di riconosciuta e concessa superiorità, in virtù delle conoscenze che gli sono riconosciute e che perciò deve trasmettere.
Oltre il problema della democraticità o della liberalità dei modelli contemporanei e futuri di scuola, Recalcati individua la questione scottante, che forse è all’origine di tutto quel che è successo, politicamente e socialmente, dagli anni Sessanta ad oggi. Il passaggio dal tempo delle ideologie e delle fedi a quello delle sfiducie e delle incredulità ha reso orfani i figli di questi anni – fine Ottanta, Novanta, Duemila – che non hanno padri e i cui padri o hanno creduto, e quindi fallito, o sono increduli, e quindi invitano al disimpegno.
In questa prospettiva, ogni ragazzo cerca un maestro. Mancando il padre, ovunque si cerca il padre. Ma il rischio è che mancando il padre, ovunque si trovi un padre.
È in quest’ottica che diventa importante l’ora di lezione: l’incredulità e lo scetticismo sono come la fede cieca e infallibile, solo di opposto segno. Sta al maestro, al professore, allora, legittimandosi come figura autorevole prima come persona e quindi, solo poi, come professore, fare innamorare il proprio allievo, il proprio studente, ricreando così la magia, facendosi transfert della materia che insegna. Solo così si può vivificare di nuovo la scuola come istituzione. Se un tempo l’energia della scuola discendeva dall’istituto ai suoi sacerdoti, oggi devono essere i suoi sacerdoti a riportare in vita l’istituto, a vivificarlo.
Recalcati si sofferma sul concetto salvifico dell’ora di lezione, e non si può non concordare. Chiunque abbia conosciuto l’esperienza della scuola, dalla cattedra o dai banchi, sa che un professore può salvare una vita e una materia (o almeno, rendere interessante la propria ora) come può rovinarla e renderla insignificante.

Alla base della “Scuola di Telemaco” vi è dunque, anche questo andrebbe approfondito, un disperato bisogno di autenticità che si cela dietro le generazioni contemporanee di studenti che chiedono verità al magistero, e quindi etica ed esempio, valori, non basati tuttavia sulla morta lettera del libro da spiegare, bensì incisi nella carne viva di chi ha scelto di spiegarlo, questo libro, di trasmetterlo, perché esso è necessario, perché quel libro, al professore – attraverso il professore che glie lo spiegò – gli cambiò la vita, e vale la pena sapere il perché.

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